Quel che resta dei sogni

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Quando abbiamo progettato il Bì avevamo un sogno. Volevamo che diventasse la casa dei bambini, un luogo immaginifico dove creatività ed espressività fossero un combinato educativo come mai si era visto nei nostri comuni di periferia. L’idea venne a Roberto Cornelli, diversi anni fa. Nel 2004 aveva 28 anni, un figlio piccolo e un altro in arrivo e mi aveva convinto della necessità di un luogo del genere a Cormano. Non era difficile farsi convincere da un giovane sindaco, appena eletto, dalle idee ambiziose e innovative. Soprattutto se andavano a posarsi sulla pelle stanca di un comune che bisognava ridisegnare.

Sentivamo l’esigenza di oltrepassare l’idea di quel centro civico che a Cormano era sempre mancato. Volevamo lasciare un segno impresso nel futuro. Un luogo destinato all’infanzia, dal teatro, alla biblioteca, al museo del giocattolo. Un luogo speciale, che avrebbe dovuto vivere di programmi speciali con l’aiuto di persone speciali. Perché volevamo una cosa tanto difficile da mettere in piedi e da gestire? Perché, molto semplicemente, cercavamo un’alternativa pubblica, laica, stimolante per il tempo libero dei ragazzi. Perché arte, teatro, gioco in uno spazio bello avrebbero migliorato la vita dei bambini. Avrebbe contribuito ad aiutarli a crescere bene, più sensibili alla bellezza, più creativi e socievoli.

Per farlo ci affidammo al Teatro del Buratto che avrebbe gestito la sala e organizzato le stagioni. Dieci anni di lavoro difficile ma anche appagante, in cui la più celebre compagnia teatrale di Milano, specializzata nel settore infanzia, aveva deciso di puntare su Cormano. Non è sempre stato facile il rapporto tra loro e noi del comune. Ma eravamo convinti che la qualità del loro lavoro facesse comunque la differenza. Mancavano soldi, gli incassi non erano sufficienti per garantire una gestione in attivo. Ma nessun teatro ci riesce. La cultura deve essere aiutata, anche con l’intervento della spesa pubblica se necessario.

Oggi quello stesso teatro non ha più un gestore. Il Buratto ha levato le tende lo scorso anno. E adesso la giunta di centrodestra, che ha atteso due anni e mezzo per affrontare la crisi del Bì, ha aperto un bando pubblico. Accetterà le offerte di impresari o associazioni che lo facciano funzionare ma non solo come luogo dell’infanzia. L’importante è che funzioni e che rientri delle spese. Per l’infanzia, chissà, forse allestiranno dei gonfiabili come alle sagre, da piazzare nel cortile, accando al teatro. Così mentre i genitori vanno a vedersi il cabaret, i figli scivolano giù, sorridendo.

Evviva gli anni ’80

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C’è una zona di Cormano le cui attività commerciali sono quasi tutte condotte da cittadini cinesi. Spuntano, timide, le insegne in mandarino sulla strada che sembra quasi una piccola chinatown. Una volta questa zona la chiamavano “solitaria”, credo perché il gruppo di case, tra cui il “grattacielo” (il 67 di via Gramsci), sorgeva isolato e distante dalla stazione dei treni e si raggiungeva attraverso una viuzza tra i campi.

Più avanti, sulla strada Comasina, resistono e prendono vita altre attività: pizzerie gestite da nord africani, piccoli negozi di alimentari pakistani e romeni, griglierie latinoamericane e altri ristoranti cinesi. Ma ci sono anche parrucchieri, fruttivendoli, piccole imprese di pulizie, di logistica. C’è un numero sempre maggiore di attività gestite da cittadini stranieri e la nostra città sta cambiando volto. Perché dietro ogni insegna ci sono persone, famiglie, bambini. Ci sono aspettative, bisogni, desideri e problemi.

Ed è alquanto singolare che questi cambiamenti non vengano in alcun modo registrati da chi ci amministra, che invece continua a pensare Cormano come fossimo ancora negli anni ’80, quando praticamente gli stranieri non c’erano. L’unico lavoro di integrazione è svolto dalle scuole, peraltro egregiamente. Ma dal nostro comune, in due anni di attività della giunta di destra, non ho visto alcun tentativo di costruire ponti per avvicinare le nostre rispettive culture, nessun progetto per costruire un senso di comunità oltre quella tradizionale. Nessuna volontà politica di tentare l’integrazione.

Al momento esiste una comunità, la nostra, qualla italiana che è quella che vota alle elezioni (per altro assai divisa tra vecchi e giovani, ricchi e poveri, garantiti e non garantiti), e poi ci sono tutti gli altri: gli stranieri. Di cui ci interessa poco e a loro, divisi nei loro gruppi etnici a compartimenti stagni, sembra interessare poco di noi. Questa incomunicabilità, diffusa in tutta Italia, è appena scalfita da qualche tentativo messo in atto in alcuni comuni dove si continua a fare dell’integrazione un programma politico. Era così anche Cormano fino a due anni fa.

L’integrazione però fa a pugni con le tante paure venute a galla negli ultimi tempi. E ora nel nostro comune, i politici leghisti e delle altre destre (comprese quelle civiche), che su queste paure hanno rastrellato i voti, hanno praticamente cancellato in pochi mesi tutto quello che si era tentato di costruire in anni di lavoro. Siamo tornati negli anni ’80, quando eravamo bambini. In allegria. Quando eravamo tutti italiani e il mondo era così facile da comprendere che anche i più ingenui parevano delle cime.

C’erano certezze consolidate come l’oratorio, la messa la domenica, la partita di calcio, le compagnie davanti ai bar. Le seconde case, i prepensionamenti, un sereno e consapevole tirare avanti senza scossoni. Le rassicuranti abitudini di una volta, insomma. Un amarcord che piace molto ai leghisti, che di questo bel mondo antico hanno costruito una narrazione nella quale esistono solo le nostre gioie e i nostri problemi, degli italiani. E i problemi di solito dipendono dalla cattiva condotta degli stranieri.

Mentre tutto intorno la modernità divora il vecchio mondo, loro ci rassicurano sigillando le nostre certezze con inossidabili barriere divisive. Semplicemente ignorando le necessità del mondo di adesso, le complessità, le nuove demografie. Per ora, lo confesso, è uno spasso credersi ancora negli anni ’80. E quindi bisognerebbe anche ringraziarli, i leghisti, per questo lodevole tentativo di negare qualcosa di ingombrante come la realtà.

Il Natale ai tempi delle destre

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La casa di un privato cittadino di Cormano, quella che tutti abbiamo intravisto almeno una volta, piena di luminarie, piena piena di luminarie, (non saprei ma credo andrebbe certificata dai vigili del fuoco per la quantità incredibile di luci posizionate ovunque) è diventata il simbolo del Natale della giunta di centrodestra.

Attrazione mirabolante, calamita per curiosi, interrogativo vivente che sottopone chiunque alla domanda “ma perché?”, la casa privata di via Masaccio è l’epicentro natalizio del nostro comune. Piace? Incuriosisce? Fa notizia? Tutto vero e quindi la giunta del cambiamento, lesta nel muoversi tra le ovvietà del presente e del gusto popolare, la promuove a quartier generale delle poche, pochissime attività natalizie. Perché dove c’è interesse ci si infila.

Se la casa delle luci attrae decine di visitatori ogni anno allora è il caso di “farla propria”. E di mettersi nella foto ricordo. Sindaco e presidente del consiglio comunale, immancabili, inseparabili, insostituibili, hanno deciso anche di istituire un premio alle migliori luminarie di Cormano e di costituire una giuria, il cui presidente non può che essere il proprietario delle luminarie di via Masaccio. Uno scatto automatico e decisamente di buon senso.

Come tutto quello che viene proposto e cucinato dalla parti del comune ai tempi della destra. Quel buon senso talmente ovvio e scontato che viene quasi da sperare in un gesto inconsulto da parte di qualcuno del palazzo. E invece avviene ciò che ti aspetti: la casa delle luminarie funziona e allora diventa la casa del Natale. E quel poco che si può fare per allietare la cittadinanza in questo duro periodo di covid viene lì trasferito (qualche visita di bimbi e il suddetto concorso), con buona pace del Bì, il luogo dell’infanzia per eccellenza e della cultura (concetto alieno e accessorio molto noioso e poco popolare per il luogo comune) che nelle festività dovrebbe trovare una rinascita. E invece viene abbandonato.

Le foto di scena

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Tre agenti di polizia locale fotografati davanti ad alcuni orologi requisiti a venditori senza licenza, che trafficavano attorno all’area dell’ex mercatino. E ancora una foto di persone (col volto oscurato) che vengono identificate ed espulse dalle forze dell’ordine da una fabbrica dismessa, dove avevano trovato una dimora di fortuna.

Due casi di cronaca che finiscono, per la prima volta, nei bollettini ufficiali del comune di Cormano. Due fatti, di ordinario lavoro delle forze dell’ordine, carpiti dalla macchina fotografica istituzionale e messi in bella mostra sui siti (sempre istituzionali) del Comune, a dimostrazione dell’efficienza ritrovata e della spiccata sensibilità dell’Amministrazione sui temi della sicurezza urbana.

A Cormano non era mai accaduto che si trasformasse in merce politica il lavoro delle forze dell’ordine. Ma non sono sorpreso, perché questo modo di utilizzare l’ordinario e prezioso lavoro di chi sorveglia la città a servizio della propaganda securitaria di un sindaco (che è ben diverso da legalitaria) è un tratto comune del populismo, vecchio e nuovo. E del sovranismo. In effetti una giunta a trazione leghista, come quella del nostro comune, non poteva che inaugurare la stagione delle foto di scena, dell’azione anti-crimine come anestetico tranquillizzante dei tanti cittadini irrequieti e impauriti.

Una medicina che rassicura, specie nell’estate inquieta del covid. Le operazioni congiunte tra polizia locale e carabinieri, che ci sono sempre state, diventano spettacolo da mostrare senza tanti complimenti. Perché il sindaco garantisce l’ordine e la legge, si fa volutamente protagonista della gestione della sicurezza. E’ un cortocircuito che va in scena in molti comuni, determinato dal ruolo sempre più centrale dei primi cittadini nel rapporto con i propri amministrati e anche da una politica, tutta intorno, che non riesce a fissare dei paletti, a darsi delle regole e delle garanzie.

Mettere in scena le operazioni poliziesche come fossero farina del suo sacco, consente al sindaco (e ai sindaci che lo fanno) di tenere ben saldo nelle mani il filo diretto della paura che lo collega ai cittadini. Serve a tentare di oscurare altre percezioni. Come quella del degrado del territorio che il sindaco, questa volta quello di Cormano, non riesce per nulla a dominare.

Perché nel bilancio preventivo, appena approvato, non c’è traccia di fondi e strategia per arginarlo. Nemmeno i soldi sufficienti a installare le telecamere di video-sorveglianza ovunque, che la destra aveva promesso nella campagna elettorale. Così come, sempre nello stesso bilancio, non c’è un euro per gestire la seconda ondata prevista del covid. Nessun tampone, nessun sierologico, nessuna rete territoriale di medici, nessun ambulatorio, nessuna strategia. C’è da aspettarsi che, a fronte di queste palesi insufficienze, le scene del crimine fotografate ad uso propagandistico si moltiplicheranno.

La biblioteca di Paolo

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Quando ho messo piede per la prima volta in biblioteca ero un bambino. La biblioteca era una stanzone pieno di libri sulla via principale del paese. C’era un ufficio sul retro, dove lavorava Paolo, un ragazzo decisamente determinato a fare il bibliotecario nonostante la sua biblioteca fosse piccolissima.
Da noi bambini, che affollavamo lo stanzone obbligati dalla scuola per le ricerche collettive, pretendeva, con una certa cazzimma, il silenzio assoluto. Poi nel 1994 la biblioteca venne finalmente trasferita nella parte della scuola media, dove si trova tutt’ora. Paolo era sempre lì, io anche perché studiavo per gli esami universitari standomene rintanato in una delle salette al piano di sopra.
Nel frattempo aveva riempito gli scaffali di centinaia di volumi, aveva innovato i sistemi informatici ancor prima dell’avvento massivo di internet e costruito una delle biblioteche più fornite per gli studi storici sul movimento operaio. Paolo insieme a Zefferina e Adriana sono stati i pazienti custodi dei libri di Cormano per tanti anni.
E come sono cresciuti i volumi, grazie alla loro determinazione politica (nel senso assoluto e nobile del termine) sono cresciuti anche i lettori. Più lettori significava più gente consapevole in giro. Più civiltà, più riflessione, più bellezza. Poi sono arrivati i gruppi di lettura, le presentazioni di libri, i corsi e tante belle attività collaterali. Tutto gratuito, sempre. Non so quantificare al momento il numero di persone che attraversano la biblioteca ogni anno.
Ma adesso che c’è anche quella dedicata all’infanzia, (in un comune piccolo come Cormano due biblioteche civiche sono proprio una bella anomalia) credo siano davvero tanti i lettori. Non c’è più Paolo purtroppo, ma quella passione dimora ancora nei cuori dei nuovi bibliotecari e dei loro dirigenti.
Quelli che ancora si sorprendono perché chiedo di riaprire le biblioteche il più presto possibile nel rispetto di norme e precauzioni, forse non hanno mai messo piede in biblioteca. Non è un problema, c’è sempre tempo per iniziare a frequentarla. E’ uno dei piaceri più belli del mondo.

No alle manate sul dissenso

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Degli errori commessi dalle autorità lombarde, sia politiche che sanitarie, nella gestione dell’emergenza coronavirus bisogna parlarne. A tutti i livelli e in tutte le sedi. Bisogna farlo per il semplice fatto che quegli errori non vanno ripetuti, che occorre attrezzare la Regione di una sanità capace di prevenire, soprattutto nel prossimo futuro, gli effetti devastanti della pandemia.

Perché Regione Lombardia non è stata all’altezza della sua fama di efficienza e di eccellenza. I fatti sono incontrovertibili visto l’elevato numero di decessi e di contagi che continuano ad esserci. Da più parti si imputa a Fontana e Gallera di aver commesso alcuni errori madornali nella gestione dell’emergenza. Non è mia intenzione processare nessuno.

Ma mi interessa partecipare e stimolare una discussione utile sugli errori commessi e tutt’ora visibili perché li si correggano al più presto. Perché si passi da una sanità ospedalizzata e molto privatizzata ad un sistema più attento al territorio, alla medicina di base, ai presìdi di assistenza pubblica indispensabili ma sistematicamente smantellati negli ultimi vent’anni.

Di questo occorre parlare. E su questo andare avanti, anche se la difesa leghista di Fontana e del sistema lombardo dovesse prendere le forme dell’intimidazione con l’intento di spegnere il dibattito. Perché le intimidazioni ci sono state. Ieri deputati leghisti, trasformati in un manipolo, hanno quasi aggredito l’onorevole Ricciardi alla Camera. Scene che rimandano a tempi cupi. Chiunque conosca qualcosa della storia italiana del secolo scorso non può che rabbrividire davanti al tentativo di far tacere un deputato con la forza.

Il punto non sono i toni esagerati e demagogici del deputato grillino, che personalmente non condivido, ma la reazione dei leghisti. Una reazione esasperata, rancorosa, minacciosa. Ieri in aula il margine della tenuta istituzionale e del rispetto delle diverse posizioni, che pensavamo essere di spessore rilevante, è parso d’improvviso essersi ridotto al livello di guardia.

In un Paese democratico non si può accettare che al diritto di critica e alle richieste di cambiamento, si alzi una manata sul dissenso. Non è questa la politica che serve all’Italia. Prima di tutto per il rispetto che si deve nei confronti dei cittadini alle prese col covid-19 e ancor di più alle vittime della pandemia.

Il medico amico

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L’altro giorno sono sceso per portare fuori la spazzatura. Roberto passava in bicicletta sulla
strada deserta mentre imbruniva e si è fermato per un rapido saluto. Gli ho chiesto come stava la mamma e lui ha sorriso: “Bene grazie”. Era di fretta e ho fatto in tempo solo a bofonchiare un “come va?” da sotto la mascherina stretta, alludendo alla sua attività di medico e sperando in qualche modo di essere rassicurato sull’andamento dell’epidemia. Ha alzato le spalle facendomi intendere che nell’emergenza non c’è molto tempo per fermarsi.
D’altra parte Roberto è uno che corre sempre anche in tempi normali, in bici, a piedi, in piscina e di rado si sofferma a parlottare più del dovuto. Fa parte del suo tratto personale che può apparire burbero. Ma anche discreto. Ed è per questo che non mi ha detto che stava correndo per le case dei cormanesi a dare una mano da volontario. Non mi ha detto che, finito il lavoro in corsia, prende la bici e diventa un “medico amico”, istituito dal comune per monitorare le persone che presentano sintomi compatibili a quelli del covid-19. Me lo hanno detto altre persone, solo ieri.
Ho pensato diverse cose tutte insieme. Ho pensato ai medici in prima linea, che adesso rischiano la vita con gli infermieri e chi lavora a contatto coi malati. Ho pensato che io, i medici, li ho sempre apprezzati, anche quando ho incontrato tra di loro qualcuno non proprio motivato. E poi ho pensato a Roberto, medico prima di tutto, che risponde alla chiamata del suo comune e si fa avanti con coraggio.
C’è sicuramente la parola orgoglio in questa storia di vicinato. Quella che lui rappresenta per molte persone. Prima di tutto per la sua mamma Renata, che è stata operaia, sindacalista e poi assessora ai servizi sociali del nostro comune. A lei ho pensato. Al fatto che alla classe operaia nessuno ha mai regalato nulla e se il figlio di un’operaia diventa dottore e nella fattispecie medico (un medico che aiuta gli altri senza un tornaconto) allora il cerchio si chiude. E significa che le lotte non sono solo un ricordo di altri tempi. Ma vivono negli occhi e nelle giornate di Roberto e di tanti come lui. E come me.
Alla Renata, alle nostre madri e ai nostri padri che ci hanno insegnato con semplicità che essere qualcosa vale più di avere qualcosa, riservo tutta una speciale gratitudine. E l’orgoglio della nostra storia, quella della sinistra cormanese (non è strumentalizzazione ma realtà), del solidarismo e della cooperazione, linfa vitale che pulsa forte anche nella città di oggi, attraverso le associazioni, l’impegno di tanti, le molteplici risposte ai bisogni collettivi e individuali dei più fragili. Non è un caso che la giunta di centrodestra, attualmente al governo della città, non abbia torto un capello all’impianto del welfare costruito dalla sinistra in tanti anni di onesto lavoro.

I vent’anni non tornano

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La fila cinge tutto il perimetro esterno del supermercato. E’ una fila composta, silenziosa, rispettosa delle distanze. Abbiamo tutti la mascherina, stiamo in silenzio, con pazienza. Una persona-un carrello. Tutto secondo le prescrizioni in vigore, senza smagliature. Andando a fare la spesa (una volta ogni quindici giorni) ho sempre il timore di assistere a qualche tensione, ad episodi irrazionali o roba del genere.
Ma tutto si svolge nella massima tranquillità, se non fosse che, prima del virus, il fare la spesa era per me un momento che potevo inserire tra quelli piacevoli mentre adesso è motivo di stress. Mi angoscia questa fila silenziosa, la sua compostezza emergenziale, la paura che la blocca, la disumanizza. Anche la primavera con il suo tepore mattutino è una scenografia immobile, congelata e tetra.
In giro non c’è nessuno. Passo in auto dal centro del paese per tornare a casa e noto solo una fila davanti alla farmacia. Non ci sono persone a zonzo, né anziani sulle panchine. Non ci sono i giovani, i ragazzi e le ragazze. Un mese fa ne avevo visti alcuni starsene a fumare e ridere nel parchetto vicino a casa. Mi ero permesso di suggerire loro di rispettare i divieti e avevano ridacchiato e subito dopo chiesto scusa. Poi si erano dispersi. Mi ero subito pentito di averli in qualche modo rimproverati, anche se era necessario stare a casa.
Sono loro quelli che forse hanno sofferto di più la clausura di queste settimane. Non è il caso di fare la classifica di quale categoria sociale sia più a disagio in questa situazione. Ma i giovani mi hanno meravigliato. Sono stati disciplinati oltre ogni previsione, stanno affrontando con tranquilla determinazione la loro quarantena. Molti di loro hanno aderito alla catena infinita della solidarietà ad ogni livello.
Sono certamente favoriti dalla loro dimensione digitale che li aiuta a vivere con maggiore spigliatezza le relazioni social senza spostarsi da casa. Ma è a loro che il virus sta rubando i momenti più belli della vita. Intendiamoci la vita è bella dall’inizio alla fine. Ma chi di noi non ricorda con affetto i giorni della propria prova di maturità? L’esordio carico di passioni e aspettative nel mondo degli adulti e il desiderio di amare, viaggiare, progettare, vivere.
E’ enorme la privazione a cui questa generazione è momentaneamente sottoposta. Perché i vent’anni non tornano. Il tempo è prezioso e mai come in questa fase ce ne siamo accorti. Torneremo a godercelo e i giovani torneranno prima o poi a fare i giovani e anche a fare casino. Dovrò tenerlo a mente quando sotto casa, a tarda notte, sentirò di nuovo i loro schiamazzi. Gli stessi che mi toglievano il sonno.

Cercasi tutela

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E’ trascorso quasi un mese in cui l’emergenza è entrata nel vivo e il Comune di Cormano è stato investita dalle esigenze del caso, molto più grandi di lui. Il PD, di cui sono capogruppo, ha lasciato che la giunta facesse il suo lavoro, gestisse le evenienze senza criticarne le mosse.
Si è messo a disposizione raccogliendo adesioni dei volontari per il “telefono amico” e ha raccolto fondi per le case di riposo. Ha fatto la sua parte evitando le polemiche ed evitando di evidenziare pubblicamente alcune lacune, che comunque ci sono state e ci sono. Lo ha fatto perché in queste settimane difficili ce n’era bisogno e perché il PD è un partito di governo, con un’impostazione istituzionale.
Nel frattempo però le attività del consiglio comunale sono state praticamente sospese. Ci siamo attenuti da un mese a questa parte alle uniche informazioni del Sindaco sulle pagine facebook a sua disposizione. Non c’è stata mai chiesta un’idea, una proposta. Abbiamo avanzato l’ipotesi di cancellare i tributi locali per il 2020 per piccole imprese e commercio ed è caduta nel vuoto. Sostituita dalla decisione, comunicata con un video, di rimandare le scadenze, senza un confronto con le opposizioni né con le categorie coinvolte.
Tra poco ci verrà consegnato un documento con il bilancio di previsione già fatto e da approvare. In un periodo come questo, di emergenza, sarebbe stato doveroso condividere le necessità della comunità per l’immediato futuro e consentire alle opposizioni di dare una mano con idee e proposte. E invece purtroppo per il momento non è accaduto nulla di tutto questo.
La Giunta del cosiddetto cambiamento si è chiusa nelle sue stanze per deliberare, lasciando al Sindaco l’onere o l’onore di mettere la faccia su facebook ogni sera per aggiornare la cittadinanza. Tutto qui. Un po’ poco per chi, fino ad anno fa, predicava trasparenza e partecipazione.
Non credo possano essere derubricate a lamentele da pianerottolo i ragionamenti critici su alcune modalità di comunicazione sui numeri del virus da parte delle autorità cittadine, in ritardo, incompleti, pubblicati su diversi profili in tempi differenti. Ma questa è poca cosa. Il vero problema è che non abbiamo mai udito dal sindaco chiedere, anche timidamente alle autorità regionali, l’utilizzo dei tamponi per i casi sospetti e di quarantena (magari lo ha fatto ma non lo ha reso pubblico). Non si è mai parlato delle criticità sulle condizioni delle Rsa sul territorio. L’Amministrazione non mi sembra stia chiedendo di censire in modo capillare i casi sospetti. E questo a mio parere è grave da parte di chi è chiamato a gestire la situazione.
Ho l’impressione di assistere ad un’informazione puntuale nel celebrare, edulcorare, magnificare la solidarietà (cosa utile ci mancherebbe) ma assente su tutto il resto, e non per cattiva fede ma per incompetenza manifesta.
Davanti a queste increspature, sommate al blackout del consiglio comunale, delle sue commissioni, dei meccanismi di partecipazione pubblica, avvenuti in questo mese di crisi, sembra evidente che qualcosa non funzioni dalle parti del Comune. Non è facile gestire l’emergenza e per questo la mia è una proposta che non vuole produrre scie tossiche. Al Sindaco chiedo di riattivare la politica, con le sue riunioni e commissioni (si possono fare le cosiddette call). La democrazia insomma. E di fare il suo dovere fino in fondo per garantire il più possibile le tutele ai propri cittadini.

Un drone ci salverà

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L’emergenza sta mostrando un fatto inequivocabile: l’eccellenza lombarda della sanità non esiste. Esistono buoni ospedali con specialistiche d’avanguardia. Alcuni sono divenuti tali negli ultimi vent’anni, mentre i denari del servizio sanitario nazionale (i soldi delle nostre tasse) gestiti dalla Regione, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione, venivano versati proprio ai privati per rimborsarli delle prestazioni erogate al pubblico.

La spesa sanitaria della Regione è di circa 18 miliardi l’anno, quasi tutto il bilancio dell’ente. Tralascio i vari scandali sulla sanità privata, che pure hanno il loro peso in questa vicenda, che racconta molto dello strabismo politico e di una certa distrazione della pubblica opinione su quello che a me è sempre parso uno scandalo.

Quello per cui gran parte dei soldi di tutti, tanti soldi, sono destinati alle prestazioni ospedaliere specialistiche delle aziende private accreditate (in prevalenza le operazioni chirurgiche ad alto rendimento, costose e con pochi giorni di degenza). Gli ospedali pubblici, alle prese con bilanci risicati, devono erogare tutti i servizi, anche ovviamente l’oneroso comparto della medicina generale (lunga degenza, molti costi).

Il pacchetto ci è stato venduto dai poteri regionali di centrodestra come eccellenza, davanti alla quale, chi obietta sullo squilibrio del sistema diventa un eretico. La cosa assurda è che con la crisi di queste settimane, in cui è evidente che il sistema non regge, gli stessi suoi cerimonieri, che hanno notevoli responsabilità in questa storia, continuino a celebrarlo indefessi. Con il piglio di chi sa che da questa tragedia potrebbe anche ricavarne un qualche vantaggio politico.

E intanto, mentre gli esperti ci dicono in tutte le lingue che per battere il virus occorre agire nel controllo dei pazienti sul territorio e non con il controllo dell’esercito sul territorio, il territorio si trova scoperto. Mancano medici di base, materiali, ambulatori, ospedali, personale di Ats. Insomma c’è l’abbandono. Tutto è in mano ai sindaci che fanno quel che possono e a volte interpretando le normative con lo zelo degli sceriffi da giardino, a cui hanno messo in mano i comandi di un drone.

Negli ultimi vent’anni la Regione ha puntato sui grandi ospedali, mentre sono stati chiusi i piccoli nosocomi sparsi nella nostra città metropolitana e gli ambulatori. E’ stato disossato il corpo sanitario, tirato su con la fatica delle lotte per il diritto alla salute, fatto passare da una martellante propaganda privatistica come carrozzone spendaccione e dannoso.

Il punto salute di Cormano, uno degli esempi concreti di questa brutta storia, era un presidio ambulatoriale non più di dieci anni fa e oggi sarebbe stato utilissimo. E’ stato abbandonato dal disinteresse di Ats e Regione Lombardia e non dal Comune di Cormano, sull’onda di quest’operazione finanziaria e di potere.

Lo dico a quelli che adesso amministrano il nostro comune da destra. Mi auguro che non gli venga in mente di gridare allo scandalo sulla riduzione al minimo del punto salute, come hanno fatto nel passato, lucrando qualche consenso. Perché l’indirizzo a cui rivolgere le accuse è solo quello di Palazzo Lombardia.