Parlarsi

A volte mi capita di tornare più tardi dal lavoro. A sera inoltrata il treno è quasi completamente vuoto, le poche persone che viaggiano sono quasi sempre e quasi tutte straniere. Ieri sera all’improvviso il treno si ferma in un tratto buio e lontano dalla prima stazione utile. Un incidente sulla linea lo tiene bloccato. Lo dice qualche minuto dopo una voce diffusa via microfono. Mi tocca aspettare. Potrebbe passare molto tempo. Mi terrà compagnia il libro che sto leggendo.

Poco distante siede un uomo, un maghrebino sui 50 anni. Una delle tante comparse, così come le vedo da pendolare, con cui condivido gli spazi sui mezzi pubblici. Siamo solo noi. Più in là, sotto la luce al neon e nel silenzio rotto solo da un sibilo che si dipana nelle carrozze, ci sono altre poche persone.

Dopo mezzora capisco che ne avremo per molto. “La linea è bloccata per un tempo imprecisato”, dice la voce al microfono. Io e il maghrebino ci guardiamo. Lui ha una faccia da brav’uomo con grandi occhi verdi. Sorride. Sono io a rompere il ghiaccio, chiudo il libro e mi lamento come al solito di Trenord e così iniziamo a parlare. Parliamo per le successive due ore, cercando di stemperare stress e stanchezza. E il pensiero di essere rinchiusi in un treno senza via di uscita.

Parliamo di lavoro, viaggi e vita. Lui è un pizzaiolo. E’ andato su e giù per l’Europa, ha una laurea in lingue, ne parla almeno quattro correttamente. Mi dà del lei. Mi sembra tutto così straordinario. Mettersi a parlare con uno sconosciuto marocchino, come fosse un qualsiasi gentile signore italiano, di questi tempi, sfugge alla narrazione dominante, di cui anche io pur non volendo, sono vittima.

Gli brillano gli occhi quando parla delle pizze che impasta. Gli ha insegnato tutto un napoletano. “Avete un Paese bellissimo”, dice. Faceva il contabile in una ditta di import-export che è fallita e di punto in bianco si è ritrovato senza lavoro. Così si è reinventato. Ama fare la pizza e trattare bene i clienti, parla in spagnolo con i sudamericani, in francese con tunisini e senegalesi e in inglese con i nigeriani e naturalmente in italiano con gli italiani. E questo è tutto.

Anzi no. Se cercavo un motivo anche solo transitorio per sperare ancora in questo Paese, ieri sera l’ho trovato. E’ bastato parlare con uno sconosciuto. E rompere il mainstream del tempo moderno.

Giù dal treno

Poco prima delle otto di sera il treno che ci riporta a casa è un luogo silenzioso. Odora di chiuso, di fatica e di profumi esausti dopo la giornata di lavoro. Trenord ci ospita in pochi vagoni stretti e la convivenza di quei venti minuti a volte diventa difficile. Molti restano in piedi con la testa china sugli smart-phone. Ci sono donne, uomini, giovani dall’accento del sud, turisti e migranti.

Poi finalmente il treno rallenta e arriva a Cormano-Cusano. Un suono ripetuto tre volte precede l’apertura delle porte che schioccano e lasciano entrare una boccata d’aria fresca. Scendo con tanti altri pendolari. La sera d’autunno è tiepida e serena. Sto pregustando la semplicità della situazione. Scenderò le scale del sottopasso e le risalirò per trovarmi nel piazzale e passeggiare verso casa tra le foglie cadute dai platani, infilandomi più in la nel borgo, che con i primi freddi trasuda umido e sa di camino.

La scena, imprevista, dura un attimo e devo fermarmi per capire cosa stia succedendo. Faccio in tempo a vedere una donna di mezza età scaraventare fuori dal vagone una bicicletta e subito dopo un borsone con la scritta Glovo. Osservo impietrito con altri pendolari dalla banchina. Subito dopo un ragazzo di colore esce in silenzio dal treno con la testa bassa per recuperare bici e sacco.

“Hai rotto con sta bici. Vaffanculo”, urla la donna spezzando il silenzio.
Il giovane non risponde, non la guarda nemmeno. Riprende rapido le sue cose e risale sul treno come nulla fosse accaduto. Osservando, credo, un codice non scritto da nessuna parte che si chiama sopravvivenza. Meglio evitare guai con gli italiani. Meglio stare zitti mentre qualcuno, a cui la giornata è andata evidentemente male, ti getta fuori dal treno la bicicletta, che adesso ingombra il passaggio ma che forse più tardi le porterà il cibo a casa.

“Brava. Brava. Devono capirlo. Devono andarsene”, urla un signore sui sessanta proprio vicino a me. Qualcun altro annuisce come a dire: “Era ora”. Altri tornano a camminare verso l’uscita, ordinati nei loro pensieri. Indifferenti. Sul treno nessuno fiata. C’è solo una ragazza che prova a chiedere alla donna il perché di un gesto del genere. Ma la sua domanda cade nel vuoto.

“Non c’era bisogno di gettare una bici fuori dal treno, basta chiedere permesso”, provo ad obiettare ad alta voce mentre il treno riparte. Ma l’uomo sui sessanta ha voglia di litigare e mi guarda con aria di sfida. “Chi è lei? Che vuole? Stia zitto. Avete riempito l’Italia di questa gente a adesso volete anche parlare?”
Decido che non è il caso di andare oltre, mi giro e lo ignoro.

Tornando amareggiato verso casa, mi sono chiesto se quella donna, così incazzata, avrebbe gettato dal treno la bici di un ragazzo bianco. Non credo l’avrebbe mai fatto. Questo è razzismo. E anche l’indifferenza è razzismo. E non ha alcuna giustificazione, alcuna attenuante.

La donna, il sessantenne e tutti gli altri che annuivano non sono vittime. Non basta l’esasperazione del cosiddetto ceto medio impoverito a fornire un salvacondotto generale a questo clima bestiale che sta montando. E che risulta normale a troppe persone, che ormai lo considerano un affare ordinario del panorama cittadino. Anche a Cormano.

Quelli del Piddì

Ci sono ancora persone che credono ai partiti. In particolare al Partito Democratico, che è l’unico partito rimasto. Accade a Cormano dove un manipolo di amiche e amici(qualcuno tra loro ama ancora chiamarsi reciprocamente “compagni”) ha inaspettatamente deciso di rimboccarsi le maniche e ristrutturare la “sezione” Enrico Berlinguer di via Molinazzo 6. La storica sezione, poi sede, poi circolo, che ha attraversato diverse stagioni e ospitato l’evoluzione o involuzione (dipende dai punti di vista) del vecchio e amatissimo Pci.

Dicevo di queste persone che procedono, senza ombra di dubbio, controvento o contromano. Non so se per dimostrare a se stessi di essere diversi e migliori degli altri oppure per semplice passione per la politica e prima ancora per la comunità. Opto per questa seconda lettura.

In un’epoca di partiti liquidi e fatti su misura del leader, che somigliano a teocrazie, dove in pochi mesi cambiano geometrie politiche ed appartenenze, esistono persone che si mobilitano per ideali e praticano l’obsoleta teoria della coerenza. Lo hanno fatto mettendoci soldi, tempo e fatica e soprattutto, hanno deciso di farlo un minuto dopo la clamorosa sconfitta del PD al Comune di Cormano dopo un ininterrotto governo di 73 anni.

Io li osservo da tempo. Ne invidio la tempra, la concretezza e l’impegno. Alcuni di loro sono pensionati, altri sono più giovani, nessuno ha perso l’incanto. Ne apprezzo la testardaggine di chi non ci sta a perdere spazio politico, a concedere metri alla solitudine e alla rassegnazione. Di chi è convinto che anche da una sconfitta si possa ripartire, anche se dolorosa, inaudita e tosta da digerire. Di chi crede nella necessità di un luogo fisico, con una vetrina sulla strada, per farsi notare e dire alla città: “Eccoci qui. Siamo minoranza ma ci siamo e la porta è sempre aperta”.

“La storia siamo noi”, diceva una canzone, non a caso molto cara alla sinistra. Ognuno di noi è incaricato di svolgere un pezzetto di storia, di essere lì per mettere un mattoncino in un punto del mondo. Nel nostro caso proprio sotto casa. Non importa se il mondo non saprà mai nulla di noi, se non godremo mai dei famosi 15 minuti di popolarità. Non importa se non avremo nulla in cambio. Nemmeno un pezzetto di potere in queste poche strade di periferia.

Nessuno di loro insegue potere ma chiede solo partecipazione. Conosco compagni, gli stessi che hanno ristrutturato la sezione, che del potere non saprebbero che farsene. Che non hanno mai chiesto nulla e non chiedono nulla in cambio del loro impegno. Solo la facoltà di esprimere un’opinione di avere tempo per confrontarsi, di avere una visione del mondo.

Adesso che hanno ritinteggiato le pareti, sostituito i vecchi neon con moderne lampade alogene, cambiato tavoli, sedie e allestito scaffali puliti e portato in discarica i vecchi arredi, aprono al porta per ribadire di essere rimasti sempre gli stessi eterni ragazzi dal cuore accogliente e dalle mille speranze. Bando al cinismo e alla rassegnazione. Il 9 novembre alle ore 16 il PD apre le porte per una nuova puntata della storia di Cormano.

Cento giorni che t’ho perso

Sono trascorsi cento giorni dalla nostra sconfitta a Cormano. E 100 giorni sono passati anche per chi ha vinto. Noi che abbiamo perso abbiamo più o meno compreso il perché e il percome. Loro, presumo, stanno cercando di amministrare. Cento giorni sono ancora pochi per giudicare i fatti. Soprattutto quando di fatti non se ne vedono.

Quello che vediamo per il momento è soltanto una pagina facebook “Giunta Magistro Informa” su cui pende un’interrogazione consigliare del Pd a cui non è stata data una risposta soddisfacente. Può una pagina non istituzionale portare il logo istituzionale del Comune? Per ora non lo sappiamo. Ma andiamo oltre.

La pagina facebook ricostruisce i primi 100 giorni di mandato, settore per settore. A voler essere comprensivi si scorge l’intenzione di sindaco, assessori e comunicatori, di farci avere un quadro completo della situazione in cui c’è un gran movimento a centrocampo per ripristinare e correggere il malfunzionamento delle cose che non vanno e che sono responsabilità, ovviamente, di chi c’era prima. Quindi gran lavoro di concentrazione per cambiar convenzioni su impianti sportivi, Bì, mense scolastiche e quanto si possa correggere a favore dell’interesse dei cormanesi.

Nel frattempo però, per esempio, i continui blackout che da tempo interessano al nostra cittadina restano una triste realtà nonostante pare sia pronto un piano d’intervento che però non parte. Ed anche se il sindaco si fa in quattro per essere ovunque a stringer mani, pezzi di territorio restano ancora senza luce.

Che dire poi della sicurezza. Sono passati cento giorni e di uno stabile turno serale della polizia locale neanche l’ombra mentre si moltiplicano episodi di vandalismo e la città risulta più sporca rispetto a qualche tempo fa. Si segnalano ancora, purtroppo, i nefasti episodi del taglio dei sacchi della spazzatura, che in campagna elettorale sono stati inquadrati dai vincitori come mali paragonabili al declino delle società occidentali.

Più sporcizia significa anche più topi in giro in alcune vie e piazze. Maledetti ratti, non hanno capito da soli che è cambiato l’andazzo a Cormano. Forse le parole non bastano più, bisognerebbe intervenire. Confesso la mia sbalorditiva ingenuità: mi aspettavo che chi per anni è andato predicando di avere le soluzioni in tasca per ogni male le tirasse fuori in tempi molto rapidi. Mi aspettavo che le soluzioni esistessero per davvero.

Però nel memorandum dei primi cento giorni abbiamo almeno una certezza. Ovvero il non aver certezza del futuro sulle questioni importanti. Questa giunta non ci dice dove vuole portare i cormanesi. Nel resoconto il sindaco scrive di avere chiesto un incontro con il sindaco di Milano per tutelare i cittadini da Area B.

Cioè, Milano intraprende una guerra alle polveri sottili, che ci stanno soffocando tutti, e invece di scendere in campo per condurre insieme l’epocale battaglia allo smog, il sindaco chiede un salvacondotto per i mezzi inquinanti dei cormanesi che devono raggiungere il capolinea della M3 in Comasina.

Si può rinunciare ad un’auto inquinante per andare alla fermata della metropolitana? Io credo si possa. Fossimo nel deserto certamente no. Ma avendo a disposizione mezzi del trasporto pubblico che, grazie alle precedenti amministrazioni, collegano bene tutto il territorio alla metropolitana e alla ferrovia, potrei dire certamente si.

L’evidente fastidio che questa giunta prova nei confronti della lotta all’inquinamento atmosferico si fa palesemente esplicito al nominar della metrotranvia. Dalla riqualificazione della metrotranvia Milano Limbiate passa l’unica possibilità reale di alleggerire notevolmente i volumi di traffico veicolare e abbattere gli inquinanti.

Nei primi cento giorni il sindaco scrive testualmente: “avviato con Città Metropolitana un processo di chiarimenti per ridiscutere la ripartizione economica del Lotto 2, da rivalutare in ottica favorevole ai cittadini cormanesi”.

Avete capito bene amici: “ridiscutere” il lotto 2. Il che significa allungare i tempi, rimettere in discussione il progetto, allontanarlo dall’esecutività quando è stato visto e rivisto per anni da tutti i comuni interessati. A questo punto è lecito domandarsi che ne sarà della metrotranvia.

Insomma i primi cento giorni son passati e per adesso leggiamo molti annunci e vediamo poco. Quello che abbiamo cercato di spiegare in aula, contestando la pochezza del programma elettorale del sindaco, è che ci vuole tempo per impostare un lavoro e ottenere risultati (che sono sempre minimi rispetto a quelli voluti) ma nel suo caso non si capisce quali risultati si vogliono ottenere. Dove va Cormano?

#nonsipuòfare

Alla prima occasione utile la nuova giunta comunale di Cormano pronuncia la fatidica frase: “Non si può fare”. Accade nello scorso consiglio comunale quando un cittadino inaugura il cosiddetto question time in aula. Ovvero la possibilità di proporre direttamente una domanda o proposta al sindaco e alla giunta ed avere immediata risposta.

Il cittadino chiede di spostare una fermata del bus in concomitanza con la corrispondenza di una fermata del tram, per ragioni di comodità. Una proposta logica e apparentemente semplice. A rispondere è il vicesindaco, che gestisce quasi tutte le deleghe del territorio e che spiega con gentilezza che in pratica “non si può fare”.

Intendiamoci, ha ragione il vicesindaco. Quella proposta apparentemente di buon senso e comoda per i viaggiatori non trova la possibilità di essere realizzata rispettando i vincoli di sicurezza, almeno non in quel mondo che si chiama realtà. Il vicesindaco è chiaro e con piglio da buon amministratore spiega i fatti, convincendo anche me che assisto dai banchi dell’opposizione.

E’ incredibile come le stesse persone che fino a tre mesi fa promettevano mari e monti ai cormanesi, adesso siano diventati più realisti del re, maturi amministratori che si accorgono, come risvegliati da un incantesimo, che esistono regole da osservare, vincoli, parametri, etc etc. Si sono accorti magicamente che amministrare una città è piuttosto complicato e che assecondare le richieste dei cittadini è quasi sempre impresa ardua. Lo si può fare ma solo, se si vuole, in campagna elettorale, quando poi si è all’opposizione è ancora più facile.

Come ho detto più volte io, da consigliere di opposizione, mi asterrò dal chiedere agli amministratori l’impossibile. Mi limiterò a chiedere quello che si può fare. Anche se loro, negli scorsi anni hanno fatto ripetutamente l’opposto, attaccando a testa bassa l’Amministrazione senza mai comprendere fino in fondo le difficoltà di gestire bilanci squassati dai tagli lineari che dal 2008 hanno investito tutti gli enti locali.

Ieri sera, ad esempio, c’è stato un grande blackout che ha riguardato alcune parti della nostra cittadina. La nostra rete di illuminazione è vetusta e fragile. Non perché chi c’era prima se n’é fregato ma perché era impossibile, con le risorse in cassa, garantire un completo restyiling dell’illuminazione.

Adesso stiamo a vedere cosa si inventano i nuovi amministratori per non farci stare più al buio. Spero riescano a garantirci la luce anche se nessuno ha la bacchetta magica. Hanno dalla loro parte il fatto di poter accusare quelli che c’erano prima di inefficienza.

Ma si ricordino che le aspettative dei cittadini sono molto alte: scuole, asili, strade, marciapiedi, luci, pulizie, zanzare, topi, erbacce, ladri, traffico, smog, anziani soli, persone senza lavoro e senza casa, bullismi e tanto altro ancora sono problemi da affrontare con pochi soldi e, se posso permettermi, con idee non proprio chiarissime (almeno per ora), sul come reperire le risorse necessarie.

Sembra un sindaco ma ancora non lo è

Non ho ancora capito se il sindaco di Cormano Luigi Magistro, eletto il 9 giugno scorso col centrodestra dopo 73 anni di centrosinistra, abbia intenzione di iniziare a comportarsi da sindaco oppure continuerà a fare opposizione come negli scorsi cinque anni.

Lui non è più il consigliere di minoranza che per anni ha tuonato in lungo e in largo sui social contro le inefficienze, gli sprechi, la cialtroneria degli amministratori di sinistra (sono ovviamente i suoi giudizi, non i miei). Oggi è il sindaco della mia città e per il sindaco nutro un sincero rispetto istituzionale.

Tuttavia non ho ancora capito se Luigi Magistro nutra lo stesso rispetto per l’istituzione che rappresenta e per la minoranza (che comunque ha perso per una manciata di voti e rappresenta quasi metà dei cittadini). Non parlo degli atti amministrativi perché è ancora troppo presto per poter giudicare l’operato della nuova giunta. Sarò pronto a gradire pubblicamente le cose fatte bene. Parlo invece del profilo istituzionale.

In questi giorni è arrivata in Comune una lettera anonima farcita di insulti e giudizi negativi sull’operato dei precedenti sindaci di sinistra e anche del sottoscritto. Era indirizzata all’attuale sindaco e ai consiglieri comunali. Singolare che una lettera che insulta i precedessori arrivi sulla scrivania di chi li ha sempre attaccati politicamente. Saranno bizzarrie del tempo che viviamo.

Ma ecco la seconda bizzarria: mi sarei aspettato un comunicato di solidarietà in automatico da parte del sindaco verso le persone colpite dalle ingiurie. Invece no. Lui sta zitto e si limita a fare inviare dalla segreteria una mail con il contenuto della lettera ai consiglieri, senza nemmeno raccomandare loro la necessità della riservatezza assoluta, visto il materiale delicato che contiene.

Così, come stesse mandando una convocazione qualsiasi. Alla mia immediata risposta sbalordita a quella mail non è seguita nessuna reazione. Niente.  Penso subito che qualcuno dei consiglieri avrebbe potuto fare girare la lettera che sarebbe potuta finire sui social alla pubblica lettura (per caso qualcuno l’ha fatto e poi l’ha subito rimossa?) e ledere ulteriormente l’onorabilità delle persone in questione.

Ma la mia obiezione passa del tutto inosservata. Come non esistessi. Intanto il sindaco, forse piccato dalle reazioni di alcuni di noi sui social, diffonde un comunicato del Comune in cui ricorda che i consiglieri sono obbligati alla discrezione sugli atti a loro inviati. Ma ciò che scrive è falso, perché l’atto in questione non è stato nemmeno protocollato e la norma (articolo 43 della legge 267/00) che cita il comunicato dice testualmente: “i consiglieri sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge”, ma si riferisce agli atti di cui fanno richiesta. E non è questo il caso in quanto io non ho richiesto proprio nulla. Anzi, visto che la lettera è anonima, non l’avrei nemmeno voluta ricevere né leggere.

Il comunicato chiude ribadendo la solidarietà verso le persone coinvolte, anche se nessuno ha sentito o letto messaggi di solidarietà prima di questo comunicato. Ribadire significa ripetere un concetto. Così, tanto per far pace con la lingua italiana.

Non solo ma l’Amministrazione si riserva di intraprendere azioni legali contro chi avrebbe offeso il sindaco nei commenti a seguito dei nostri post. Alla fine saremo noi, quelli danneggiati da una sua leggerezza istituzionale, a dovergli chiedere scusa.

Se questo è l’inizio del mandato non è incoraggiante. Ma lo stile del sindaco l’abbiamo assaggiato già all’alba della sua vittoria quando comparvero delle scritte con anonimi insulti sessisti sui manifesti di Tatiana Cocca. Neanche in quella occasione ci fu da parte sua una parola di solidarietà. Forse era distratto dai festeggiamenti.

Lo stile istituzionale forse non è tutto in politica e forse da solo non risolve i problemi della città. Ma esserne carenti rappresenta un grave danno, prima di tutto per l’istituzione stessa. Ma c’è tempo per per tutto: per studiare, rimediare e correggere la rotta. Sono e resto fiducioso.

Abbiamo perso ed è colpa nostra

E’ trascorso un mese dallo shock della sconfitta. Per molti di quelli che conosco perdere un comune è una cosa che può capitare. E molti di loro me lo ripetono, cercando di consolarmi. Per me accettarlo è complicato. Faccio politica da tempo. Anni fa la politica ha sostituito il mio mestiere di giornalista. Ero giovane e pieno di sogni e decisi di buttarmici dentro sulla base dell’istinto.

C’è stato un periodo in cui la mia vita si è intrecciata a quella del comune in cui fui assessore, a quella del partito, in cui fui dirigente. La vita divenne quasi esclusivamente l’impegno politico. A volte avevo la sensazione che fosse tutto capovolto.

Dico questo perché Cormano, soprattutto in quegli anni, per me assunse un significato simbolico. La roccaforte rossa della sinistra che non sarebbe mai caduta perché i bravi amministratori, come me,  erano “smart” e capaci di rinnovarla e rinnovare se stessi. Ecco qual era il segreto. Mi sentivo protetto e protagonista di una storia lunga e buona. Ma proprio in quegli anni, senza saperlo, costruivo insieme ad altri le basi per la sconfitta di un mese fa.

Il fatto più lacerante della nostra sconfitta è che molti dei protagonisti della vittoria, prima di tutto il nuovo sindaco, provengono dal nostro mondo. Ovvero quell’arcipelago lungo, diversificato e litigioso che è il centrosinistra. E molti dei votanti che hanno scelto centrodestra a questo giro, avevano votato per noi solo 5 anni fa. Poi ci hanno abbandonato. Ne conosco i volti, le storie e la delusione.

Più che una vittoria dei nostri avversari è stata una sconfitta tutta nostra. Non c’è ancora la volontà da parte di tutti noi di affrontarne a pieno le ragioni, di scandagliare le responsabilità. E forse non lo faremo mai. E’ comodo, lo comprendo, dire che la Lega è forte e l’ondata populista ci ha spazzati via.

Io invece credo che non sia così. Non del tutto. E credo di avere le mie responsabilità.
Ho perso, tra chi ha perso, perché negli negli anni scorsi, pur impegnandomi onestamente, ho dato troppe cose per scontate. Non sono stato capace di ascoltare perbene il disagio profondo di molti dei miei concittadini, ho trattato con sufficienza e supponenza le richieste di tanti. A volte richieste insensate e puerili, ma comunque sempre degne di ascolto.

Ho pensato, dall’alto del mio sentirmi “smart”, che degli ignoranti seriali, sgraziati e populisti, non avrebbero mai potuto essere votati a Cormano. E peggio, non sarebbero stati in grado di governarla. E’ stato un errore di arroganza, che spesso contagia tanti di noi a sinistra.

Pensavo che solo i migliori potessero vincere. E siccome abbiamo sempre vinto, pensavo che  i migliori fossimo noi. E poi ci siamo sentiti appagati. E quando ti senti sazio inizi a sonnecchiare. L’azione amministrativa negli ultimi anni ha perso slancio, inventiva, elaborazione, visione e più semplicemente felicità.

Ci siamo incartati nelle beghe di un bilancio sempre più stretto senza riuscire a produrre un contrattacco, qualcosa di convincente, coinvolgente e bello. Abbiamo insistito sui diritti sociali e civili (tutti sacrosanti è vero) ma senza una prospettiva che indicasse la direzione per la Cormano del futuro. La città dei diritti restava praticamente ferma nel rilancio del commercio, dell’urbanistica, del decoro urbano, degli eventi.

Abbiamo assistito ad un progressivo spegnersi delle attività economiche. Negozi e fabbriche chiudevano come fosse piombata sulla città una cappa di immobilismo e rassegnazione, che non ha trovato alcun contrasto. Poi abbiamo iniziato a dividerci tra di noi, a guardarci storto, a parlarci dietro. A scimmiottare malamente le divisioni del PD, come se ai cittadini interessassero anche lontanamente.

Abbiamo creato un solco con la sinistra radicale e la sinistra radicale ha creato un solco con noi. Così siamo andati avanti divisi e ciò che ci univa improvvisamente è parso troppo poco. Abbiamo messo in scena una tragedia bella e buona mentre pensavamo di recitare in commedia. Abbiamo toppato. Punto. E ora dobbiamo ripartire e ce la faremo. Lo so.

Chiedo solo a tutti i protagonisti e comprimari di questa vicenda di pensare alle responsabilità proprie e di farlo con serena onestà. Solo dopo potremo rimetterci attorno a un tavolo e impostare il futuro. Gli avversari, quelli che adesso amministrano, daranno presto occasione ai cormanesi di rimpiangere ciò che c’era anche se era stanco e sfibrato. Anche di questo sono sicuro.

Cormano, dichiarazione d’amore

Cosa ci troverò mai in questo reticolo di strade trafficate senza bellezza apparente e senza un senso urbanistico degno almeno di Cusano Milanino? Me lo chiedo da molto tempo. Da ragazzo da qui volevo scappare e mi immaginavo chissà dove ma intanto, mentre sognavo, restavo inchiodato a Cormano. E facevo, insieme ad altri coetanei, cose. Molte feste, molta aggregazione, molta biblioteca, un pochetto di politica, eccetera eccetera. Senza far mancare quel tot di retorica da riscatto di periferia che ci può stare.

Allora la mia fidanzata disse: “Di qui non te ne andrai mai. Anzi”. E così è stato. Ma perché?
Non c’è nulla di apparentemente bello qui. Eppure, istintivamente, qualche anno fa ebbi l’ardire di guardare negli occhi l’allora sindaco Roberto Cornelli (molto apprezzato con il suo 67% che resta il record) e dirgli con franca spudoratezza: “Nemmeno tu, che sei il primo cittadino, ami questo posto come me”. Alzò le spalle e sorrise, consapevole del fatto che avessi ragione io.

Non c’è nulla che mi farà mai dire apertamente: com’è bella Cormano. Cormano è oggettivamente bruttina. Case, palazzi, prati e capannoni, tangenziali e rumore sono un impasto indecifrabile accatastato negli anni e senza strategia. Questo è ciò che si vede.

Poi c’è’ l’anima. Tutto un altro campo da gioco, dove mi trovo a mio agio. Un’anima contadina e operaia, paesana e migrante. Cormano è la somma di quattro borghi ritagliati nella campagna, ingrossati dalle fabbriche che sono cresciute attorno e vissuti, direi sudati, da molteplici provenienze geografiche. Ci sono le chiese e le cooperative. Tutto è stato fatto per garantire casa e lavoro. La dignità reale, mica palle. Tutto il resto, ovvero le belle strade, le belle case, le belle cose furono semplicemente catalogate come sovrastruttura.

L’anima ruvida, concreta e semplice dei partiti e dei movimenti dei lavoratori ha messo d’accordo le generazioni che ci hanno preceduto. E quelle garanzie minime di dignità sono state i pilastri nelle vite di tutti noi, oltre che straordinarie piattaforme di lancio per le nostre opportunità. La casa, il lavoro, poi gli asili, le scuole, gli impianti sportivi, i centri anziani e quelli aggregativi.

Tutte conquiste delle amministrazioni del centrosinistra in 74 anni di storia. Luoghi e servizi pensati per tutti, indistintamente, gratuiti e liberi. Ci sono ancora, anche grazie alla tenacia di persone come l’attuale sindaco Tatiana Cocca, che domenica si rigioca l’elezione (e va rivotata) e che le ha conservate, rilanciate, difese. Con la fatica che fanno le persone giuste nel mondo di oggi, dove nulla è più scontato. Nemmeno l’antifascismo. Figuriamoci la nostra piccola tradizione cormanese. Tradizione bella per davvero.

I bimbi felici della mensa

Alcuni anni fa, quando ero assessore a Cormano, mi capitò di ricevere una scolaresca delle elementari. Avevamo combinato l’appuntamento in Comune per parlare della mensa scolastica. Volevo sapere cosa ne pensavano gli alunni della refezione, quali fossero i piatti migliori, quali i peggiori da cambiare e via dicendo. I bambini si sentirono liberi di manifestare le loro opinioni e le molte critiche. Le ascoltai, presi nota e passai il risultato di quella singolare riunione al comitato della mensa per valutare le modifiche al menù.

Ripensando a quel momento ricordo che mi divertii molto. Anche i ragazzi si divertirono. Ridemmo quasi tutto il tempo, ed ognuno di loro aveva un aneddoto da raccontare. La mensa era per loro un argomento festoso e anche controverso, perché mangiare le verdure bollite con la sogliola non è certo gustoso come mangiare un hamburger da McDonald’s. Però si divertirono a parlare della mensa. Perché era evidente che per loro fosse un momento importante, in cui imparavano a conoscersi fino in fondo, a condividere.

Basterebbe partire da qui, dalla loro gioia, per provare orrore per quello che puntualmente da qualche anno succede in molti comuni italiani. A un certo punto con la smania di ritagliarsi un minuto di notorietà, arriva un sindaco (quasi sempre leghista o di destra), che forse non ha mai incontrato una scolaresca, che impedisce a qualche bambino di mangiare con gli altri, di mangiare le stesse cose degli altri.

Questo perché, secondo gli zelanti sindaci in questione, le colpe dei genitori, insolventi rispetto al pagamento della tariffa, devono necessariamente ricadere sui figli. Il tutto viene ammantato di equità. Un’equità ringhiosa, arrabbiata, cialtrona. E vigliacca. Meglio se poi a non pagare sono i figli degli immigrati. Li, questi primi cittadini dell’ordine, si buttano come in  un caldo mare d’agosto.

Quando ero assessore a Cormano, paesotto di solida tradizione solidaristica, nessun collega, nessun sindaco, si sognò mai di pensare, anche solo come remota ipotesi, di scaricare sui bimbi le colpe dei padri, di segregarli dal resto dei compagni. Perché si è compagni (letteralmente quelli che dividono il pane) anche e soprattutto perché si mangia insieme. Ed è anche dal momento del pasto condiviso – momento educativo per eccellenza – che si misura la civiltà di un sistema scolastico.

Aggiungo, per chi avrà voglia di criticare le mie parole, che esistono da tempo  – e sono mediamente efficaci – mille altri modi, meno distruttivi e propagandistici, per riavere il maltolto dai genitori che non pagano. Ma tutto questo lo fanno gli amministratori intelligenti. Che, grazie al cielo, resistono a Cormano e sono ancora la maggioranza in giro per l’Italia.

La fuffa

Per anni ho sentito addosso il disprezzo convinto, gli sguardi di sfida, il giudizio sommario, preconcetto e ideologico. Venivano in consiglio comunale e puntavano una videocamera sulle persone del PD (tra questi c’ero anche io) che sedevano in giunta per trovare la magagna, l’errore, la corruttela, l’inguacchio. Convinti che comunque prima o poi qualcosa avrebbero trovato.

Sarebbe bastato attendere perché era inevitabile che quei vecchi boiardi del PD (in giunta avevamo tutti meno di 40 anni) avrebbero certamente commesso un passo falso o per stanchezza o per negligenza. Attendevano per le infinite sedute consigliari una parola sbagliata, un gesto scomposto e forse finalmente che tra le carte della burocrazia qualcuno dell’opposizione individuasse uno scandalo dove si sarebbe scoperto finalmente ciò che tutti i cittadini onesti aspettavano da tempo: il PD ha rubato.

Perché è così che deve essere, perché è un partito corrotto fino al midollo, che aiuta gli amici degli amici, le coop rosse, l’Auser e che inganna gli elettori perché non è più di sinistra. Purtroppo per loro non è mai accaduto nulla del genere, a Cormano e in quasi tutti i comuni dove il PD ha amministrato.

Gli anni sono passati e gli attivisti 5 stelle cormanesi sono evaporati, hanno eletto due rappresentanti in consiglio comunale e ora controllano tutto da dentro. Aspettando, credo, di aprire il palazzo come una “scatola di tonno”.

Sono sempre stato sfiorato dall’idea che quei cittadini che prendevano le telecamere e assistevano ai consigli comunali per trovarci il marcio, farlo emergere e denunciarlo, non ci capissero un granché di amministrazione. Un sospetto purtroppo avvalorato da quelli che poi hanno eletto in ogni istituzione di ordine e grado.

Ma a loro credo non importasse comprendere la complessità degli atti, l’importante era puntare la telecamera, fare lo streaming, denunciare le solite facce che da troppi anni governano e quindi proprio o soltanto per questo, sbagliano.

Confesso che in certi istanti davanti a quegli sguardi mi sono sentito vecchio. Dieci anni di assessore e 40 anni di età e sono riusciti, anche solo per un istante, a farmi sentire un uomo ingessato, burocratico, superato. Mi sono sentito inserito in quella fotografia del potere che a vent’anni guardavo con disgusto. I grillini, nella loro fase iniziale, sono riusciti a rimestare il mio antico sentimento anti-DC. Sono stati abilissimi, va ammesso.

Ma è stato un attimo, perché ho capito subito che stavano bluffando, che era tutto un’enorme fuffa. L’ideologia dell’onesta in testa. Ma anche quella del rinnovamento totale. Una fuffa col respiro corto. Non so quanto ancora possano dirsi credibili Di Maio e Di Battista, e tutti i loro supporter locali, che volevano ripulire il vecchio mondo e sono finiti nel mettere a capo della Consob per una carica che dura 7 anni, un uomo di 82 che ha a attraversato, sempre dalla parte del potere, le tre repubbliche.