No alle manate sul dissenso

Degli errori commessi dalle autorità lombarde, sia politiche che sanitarie, nella gestione dell’emergenza coronavirus bisogna parlarne. A tutti i livelli e in tutte le sedi. Bisogna farlo per il semplice fatto che quegli errori non vanno ripetuti, che occorre attrezzare la Regione di una sanità capace di prevenire, soprattutto nel prossimo futuro, gli effetti devastanti della pandemia.

Perché Regione Lombardia non è stata all’altezza della sua fama di efficienza e di eccellenza. I fatti sono incontrovertibili visto l’elevato numero di decessi e di contagi che continuano ad esserci. Da più parti si imputa a Fontana e Gallera di aver commesso alcuni errori madornali nella gestione dell’emergenza. Non è mia intenzione processare nessuno.

Ma mi interessa partecipare e stimolare una discussione utile sugli errori commessi e tutt’ora visibili perché li si correggano al più presto. Perché si passi da una sanità ospedalizzata e molto privatizzata ad un sistema più attento al territorio, alla medicina di base, ai presìdi di assistenza pubblica indispensabili ma sistematicamente smantellati negli ultimi vent’anni.

Di questo occorre parlare. E su questo andare avanti, anche se la difesa leghista di Fontana e del sistema lombardo dovesse prendere le forme dell’intimidazione con l’intento di spegnere il dibattito. Perché le intimidazioni ci sono state. Ieri deputati leghisti, trasformati in un manipolo, hanno quasi aggredito l’onorevole Ricciardi alla Camera. Scene che rimandano a tempi cupi. Chiunque conosca qualcosa della storia italiana del secolo scorso non può che rabbrividire davanti al tentativo di far tacere un deputato con la forza.

Il punto non sono i toni esagerati e demagogici del deputato grillino, che personalmente non condivido, ma la reazione dei leghisti. Una reazione esasperata, rancorosa, minacciosa. Ieri in aula il margine della tenuta istituzionale e del rispetto delle diverse posizioni, che pensavamo essere di spessore rilevante, è parso d’improvviso essersi ridotto al livello di guardia.

In un Paese democratico non si può accettare che al diritto di critica e alle richieste di cambiamento, si alzi una manata sul dissenso. Non è questa la politica che serve all’Italia. Prima di tutto per il rispetto che si deve nei confronti dei cittadini alle prese col covid-19 e ancor di più alle vittime della pandemia.

Il medico amico

L’altro giorno sono sceso per portare fuori la spazzatura. Roberto passava in bicicletta sulla
strada deserta mentre imbruniva e si è fermato per un rapido saluto. Gli ho chiesto come stava la mamma e lui ha sorriso: “Bene grazie”. Era di fretta e ho fatto in tempo solo a bofonchiare un “come va?” da sotto la mascherina stretta, alludendo alla sua attività di medico e sperando in qualche modo di essere rassicurato sull’andamento dell’epidemia. Ha alzato le spalle facendomi intendere che nell’emergenza non c’è molto tempo per fermarsi.
D’altra parte Roberto è uno che corre sempre anche in tempi normali, in bici, a piedi, in piscina e di rado si sofferma a parlottare più del dovuto. Fa parte del suo tratto personale che può apparire burbero. Ma anche discreto. Ed è per questo che non mi ha detto che stava correndo per le case dei cormanesi a dare una mano da volontario. Non mi ha detto che, finito il lavoro in corsia, prende la bici e diventa un “medico amico”, istituito dal comune per monitorare le persone che presentano sintomi compatibili a quelli del covid-19. Me lo hanno detto altre persone, solo ieri.
Ho pensato diverse cose tutte insieme. Ho pensato ai medici in prima linea, che adesso rischiano la vita con gli infermieri e chi lavora a contatto coi malati. Ho pensato che io, i medici, li ho sempre apprezzati, anche quando ho incontrato tra di loro qualcuno non proprio motivato. E poi ho pensato a Roberto, medico prima di tutto, che risponde alla chiamata del suo comune e si fa avanti con coraggio.
C’è sicuramente la parola orgoglio in questa storia di vicinato. Quella che lui rappresenta per molte persone. Prima di tutto per la sua mamma Renata, che è stata operaia, sindacalista e poi assessora ai servizi sociali del nostro comune. A lei ho pensato. Al fatto che alla classe operaia nessuno ha mai regalato nulla e se il figlio di un’operaia diventa dottore e nella fattispecie medico (un medico che aiuta gli altri senza un tornaconto) allora il cerchio si chiude. E significa che le lotte non sono solo un ricordo di altri tempi. Ma vivono negli occhi e nelle giornate di Roberto e di tanti come lui. E come me.
Alla Renata, alle nostre madri e ai nostri padri che ci hanno insegnato con semplicità che essere qualcosa vale più di avere qualcosa, riservo tutta una speciale gratitudine. E l’orgoglio della nostra storia, quella della sinistra cormanese (non è strumentalizzazione ma realtà), del solidarismo e della cooperazione, linfa vitale che pulsa forte anche nella città di oggi, attraverso le associazioni, l’impegno di tanti, le molteplici risposte ai bisogni collettivi e individuali dei più fragili. Non è un caso che la giunta di centrodestra, attualmente al governo della città, non abbia torto un capello all’impianto del welfare costruito dalla sinistra in tanti anni di onesto lavoro.

I vent’anni non tornano

La fila cinge tutto il perimetro esterno del supermercato. E’ una fila composta, silenziosa, rispettosa delle distanze. Abbiamo tutti la mascherina, stiamo in silenzio, con pazienza. Una persona-un carrello. Tutto secondo le prescrizioni in vigore, senza smagliature. Andando a fare la spesa (una volta ogni quindici giorni) ho sempre il timore di assistere a qualche tensione, ad episodi irrazionali o roba del genere.
Ma tutto si svolge nella massima tranquillità, se non fosse che, prima del virus, il fare la spesa era per me un momento che potevo inserire tra quelli piacevoli mentre adesso è motivo di stress. Mi angoscia questa fila silenziosa, la sua compostezza emergenziale, la paura che la blocca, la disumanizza. Anche la primavera con il suo tepore mattutino è una scenografia immobile, congelata e tetra.
In giro non c’è nessuno. Passo in auto dal centro del paese per tornare a casa e noto solo una fila davanti alla farmacia. Non ci sono persone a zonzo, né anziani sulle panchine. Non ci sono i giovani, i ragazzi e le ragazze. Un mese fa ne avevo visti alcuni starsene a fumare e ridere nel parchetto vicino a casa. Mi ero permesso di suggerire loro di rispettare i divieti e avevano ridacchiato e subito dopo chiesto scusa. Poi si erano dispersi. Mi ero subito pentito di averli in qualche modo rimproverati, anche se era necessario stare a casa.
Sono loro quelli che forse hanno sofferto di più la clausura di queste settimane. Non è il caso di fare la classifica di quale categoria sociale sia più a disagio in questa situazione. Ma i giovani mi hanno meravigliato. Sono stati disciplinati oltre ogni previsione, stanno affrontando con tranquilla determinazione la loro quarantena. Molti di loro hanno aderito alla catena infinita della solidarietà ad ogni livello.
Sono certamente favoriti dalla loro dimensione digitale che li aiuta a vivere con maggiore spigliatezza le relazioni social senza spostarsi da casa. Ma è a loro che il virus sta rubando i momenti più belli della vita. Intendiamoci la vita è bella dall’inizio alla fine. Ma chi di noi non ricorda con affetto i giorni della propria prova di maturità? L’esordio carico di passioni e aspettative nel mondo degli adulti e il desiderio di amare, viaggiare, progettare, vivere.
E’ enorme la privazione a cui questa generazione è momentaneamente sottoposta. Perché i vent’anni non tornano. Il tempo è prezioso e mai come in questa fase ce ne siamo accorti. Torneremo a godercelo e i giovani torneranno prima o poi a fare i giovani e anche a fare casino. Dovrò tenerlo a mente quando sotto casa, a tarda notte, sentirò di nuovo i loro schiamazzi. Gli stessi che mi toglievano il sonno.

Cercasi tutela

E’ trascorso quasi un mese in cui l’emergenza è entrata nel vivo e il Comune di Cormano è stato investita dalle esigenze del caso, molto più grandi di lui. Il PD, di cui sono capogruppo, ha lasciato che la giunta facesse il suo lavoro, gestisse le evenienze senza criticarne le mosse.
Si è messo a disposizione raccogliendo adesioni dei volontari per il “telefono amico” e ha raccolto fondi per le case di riposo. Ha fatto la sua parte evitando le polemiche ed evitando di evidenziare pubblicamente alcune lacune, che comunque ci sono state e ci sono. Lo ha fatto perché in queste settimane difficili ce n’era bisogno e perché il PD è un partito di governo, con un’impostazione istituzionale.
Nel frattempo però le attività del consiglio comunale sono state praticamente sospese. Ci siamo attenuti da un mese a questa parte alle uniche informazioni del Sindaco sulle pagine facebook a sua disposizione. Non c’è stata mai chiesta un’idea, una proposta. Abbiamo avanzato l’ipotesi di cancellare i tributi locali per il 2020 per piccole imprese e commercio ed è caduta nel vuoto. Sostituita dalla decisione, comunicata con un video, di rimandare le scadenze, senza un confronto con le opposizioni né con le categorie coinvolte.
Tra poco ci verrà consegnato un documento con il bilancio di previsione già fatto e da approvare. In un periodo come questo, di emergenza, sarebbe stato doveroso condividere le necessità della comunità per l’immediato futuro e consentire alle opposizioni di dare una mano con idee e proposte. E invece purtroppo per il momento non è accaduto nulla di tutto questo.
La Giunta del cosiddetto cambiamento si è chiusa nelle sue stanze per deliberare, lasciando al Sindaco l’onere o l’onore di mettere la faccia su facebook ogni sera per aggiornare la cittadinanza. Tutto qui. Un po’ poco per chi, fino ad anno fa, predicava trasparenza e partecipazione.
Non credo possano essere derubricate a lamentele da pianerottolo i ragionamenti critici su alcune modalità di comunicazione sui numeri del virus da parte delle autorità cittadine, in ritardo, incompleti, pubblicati su diversi profili in tempi differenti. Ma questa è poca cosa. Il vero problema è che non abbiamo mai udito dal sindaco chiedere, anche timidamente alle autorità regionali, l’utilizzo dei tamponi per i casi sospetti e di quarantena (magari lo ha fatto ma non lo ha reso pubblico). Non si è mai parlato delle criticità sulle condizioni delle Rsa sul territorio. L’Amministrazione non mi sembra stia chiedendo di censire in modo capillare i casi sospetti. E questo a mio parere è grave da parte di chi è chiamato a gestire la situazione.
Ho l’impressione di assistere ad un’informazione puntuale nel celebrare, edulcorare, magnificare la solidarietà (cosa utile ci mancherebbe) ma assente su tutto il resto, e non per cattiva fede ma per incompetenza manifesta.
Davanti a queste increspature, sommate al blackout del consiglio comunale, delle sue commissioni, dei meccanismi di partecipazione pubblica, avvenuti in questo mese di crisi, sembra evidente che qualcosa non funzioni dalle parti del Comune. Non è facile gestire l’emergenza e per questo la mia è una proposta che non vuole produrre scie tossiche. Al Sindaco chiedo di riattivare la politica, con le sue riunioni e commissioni (si possono fare le cosiddette call). La democrazia insomma. E di fare il suo dovere fino in fondo per garantire il più possibile le tutele ai propri cittadini.

Un drone ci salverà

L’emergenza sta mostrando un fatto inequivocabile: l’eccellenza lombarda della sanità non esiste. Esistono buoni ospedali con specialistiche d’avanguardia. Alcuni sono divenuti tali negli ultimi vent’anni, mentre i denari del servizio sanitario nazionale (i soldi delle nostre tasse) gestiti dalla Regione, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione, venivano versati proprio ai privati per rimborsarli delle prestazioni erogate al pubblico.

La spesa sanitaria della Regione è di circa 18 miliardi l’anno, quasi tutto il bilancio dell’ente. Tralascio i vari scandali sulla sanità privata, che pure hanno il loro peso in questa vicenda, che racconta molto dello strabismo politico e di una certa distrazione della pubblica opinione su quello che a me è sempre parso uno scandalo.

Quello per cui gran parte dei soldi di tutti, tanti soldi, sono destinati alle prestazioni ospedaliere specialistiche delle aziende private accreditate (in prevalenza le operazioni chirurgiche ad alto rendimento, costose e con pochi giorni di degenza). Gli ospedali pubblici, alle prese con bilanci risicati, devono erogare tutti i servizi, anche ovviamente l’oneroso comparto della medicina generale (lunga degenza, molti costi).

Il pacchetto ci è stato venduto dai poteri regionali di centrodestra come eccellenza, davanti alla quale, chi obietta sullo squilibrio del sistema diventa un eretico. La cosa assurda è che con la crisi di queste settimane, in cui è evidente che il sistema non regge, gli stessi suoi cerimonieri, che hanno notevoli responsabilità in questa storia, continuino a celebrarlo indefessi. Con il piglio di chi sa che da questa tragedia potrebbe anche ricavarne un qualche vantaggio politico.

E intanto, mentre gli esperti ci dicono in tutte le lingue che per battere il virus occorre agire nel controllo dei pazienti sul territorio e non con il controllo dell’esercito sul territorio, il territorio si trova scoperto. Mancano medici di base, materiali, ambulatori, ospedali, personale di Ats. Insomma c’è l’abbandono. Tutto è in mano ai sindaci che fanno quel che possono e a volte interpretando le normative con lo zelo degli sceriffi da giardino, a cui hanno messo in mano i comandi di un drone.

Negli ultimi vent’anni la Regione ha puntato sui grandi ospedali, mentre sono stati chiusi i piccoli nosocomi sparsi nella nostra città metropolitana e gli ambulatori. E’ stato disossato il corpo sanitario, tirato su con la fatica delle lotte per il diritto alla salute, fatto passare da una martellante propaganda privatistica come carrozzone spendaccione e dannoso.

Il punto salute di Cormano, uno degli esempi concreti di questa brutta storia, era un presidio ambulatoriale non più di dieci anni fa e oggi sarebbe stato utilissimo. E’ stato abbandonato dal disinteresse di Ats e Regione Lombardia e non dal Comune di Cormano, sull’onda di quest’operazione finanziaria e di potere.

Lo dico a quelli che adesso amministrano il nostro comune da destra. Mi auguro che non gli venga in mente di gridare allo scandalo sulla riduzione al minimo del punto salute, come hanno fatto nel passato, lucrando qualche consenso. Perché l’indirizzo a cui rivolgere le accuse è solo quello di Palazzo Lombardia.

Habemus assemblea. Ma solo quella

Il Sindaco che non viene dalla politica ha capito subito come funziona la politica. E così incontra i cittadini nella sua prima assemblea pubblica per “cercare di risolvere” il problema del super-traffico che intasa la parte nord-ovest della città. Una giacca leggermente abbondante con una camicia ordinata ma non elegante gli conferiscono l’aria del vicino di casa chiamato dalle circostanze a farsi carico dei problemi del condominio. Ha l’aria di chi ne avrebbe fatto volentieri a meno ma ora che c’è, armato di popolarissimo buonsenso, si impegnerà al massimo per sanare le inadempienze di quelli che c’erano prima.

Sintetico, pratico, affabile e partecipativo sembra non dispiacere affatto alla platea dei cittadini del quartiere di nord-ovest. Non si dice mai apertamente ma la solfa pare essere la seguente: dopo anni di indifferenza e supponenza delle giunte che lo hanno preceduto e che hanno trascurato la periferia nord-ovest, finalmente c’è lui (con accanto il vicesindaco silenzioso come una sagoma di bell’aspetto) che ascolta, prende nota, sorride, non perde mai la pazienza. E addirittura racconta di aver preso l’auto e di essersi immerso nel traffico per provare le stesse sensazioni della gente comune che sta nel traffico tutti i giorni.

Mostra delle slide proiettate sul telone, propone subito una soluzione di viabilità che viene sotterrata dai fischi sul nascere. Quindi racconta della riqualificazione del tram per Limbiate che nel 2024 sistemerà finalmente la malconcia via dei Giovi. Rivendica di aver risparmiato 175 mila euro rispetto al progetto vidimato dalla giunta precedente. E dedica alla sua vittoria personale una slide, che c’azzecca poco con il tema della serata, ma la politica ha le sue regole e il Sindaco civico dimostra di averle imparate molto bene.

Ma anche lì il pubblico si dimostra impaziente e poco interessato al tram. Molti chiedono piuttosto di “ritarare” quel semaforo sui binari che crea lunghe attese e code. Ma qui il sindaco affabile richiama al senso della realtà ribadendo quello che diventerà, ci posso giurare, un refrain dei prossimi anni: “Non si può fare”.

Incalzato dalle numerose rimostranze del pubblico su viabilità e traffico, lui risponde alzando le spalle e col sorriso: “Non c’ero io prima”… “Ero contrario a quella scelta”.. “Ci siamo trovati queste condizioni”. A tratti dà l’impressione di aver recuperato addirittura l’innocenza dell’infanzia. E’ abile nel farsi interpretare come un gregario, un portatore d’acqua, attento al territorio. Un portavoce che si batte sui tavoli intercomunali, davanti ai potenti, ai professionisti della politica.

Poi svela quello che nelle intenzioni è il suo colpo di teatro: avere ottenuto la riapertura di una strada che parte da Bollate ed è fondamentale per il ripristino di condizioni accettabili per la viabilità e la salute dei cittadini. Una vittoria indiscutibile della perseveranza, del buonsenso e dell’audacia.

All’inizio il pubblico annuisce, credendo che quella sia la svolta che azzererà in poco tempo l’odiato traffico. Ma poi quando le domande si fanno più puntuali, a fine serata, si scopre che la strada in questione (a rivelarlo non è il Sindaco ma un tecnico del Comune), non è deliberata, non è progettata, non ha nemmeno una fonte di finanziamento. In altre parole senza questi elementi le parole del Sindaco restano promesse elettorali o poco più.

Qualcuno intuisce che la serata, iniziata sotto i migliori auspici,  è ora avvolta da una cortina di fumo. C’è un timido applauso quando il Sindaco saluta tutti e li congeda. Si apprezzano le intenzioni ma l’impressione è che la gente stia tornando a casa più confusa di prima. Il traffico nella zona nord-ovest della città è destinato a durare nel tempo, di soluzioni non ce ne sono e non è dato sapere se ce ne saranno. Però l’assemblea è stata fatta e fa risultato più di aver risolto il problema. Per ora.

La dittatura

Il sindaco dice che è uno sfottò. L’aver descritto come una dittatura gli anni precedenti di Cormano sarebbe una presa in giro. Una parola buttata lì come molte altre e quindi da prendere alla leggera. Da passarci sopra. Per convincerci delle sue ragioni ci fa notare che nel post incriminato ci ha ficcato un faccino sorridente. E quindi si ride ragazzi, si scherza.

Non credo che il sindaco non conosca l’italiano e la pesantezza della parola che ha utilizzato. E’ un giornalista professionista e le parole sono il suo mestiere. Non ci inganna quindi chi dice che in fondo una svista può succedere a tutti. No, non ci caschiamo.

Lui ha inteso scrivere ciò che ha scritto e quella faccetta sorridente nasconde un rancore profondo che lo ha animato per tanti anni. Un rancore politico, intendiamoci, niente di personale. E’ lo stesso rancore, o rabbia, che appartiene a molti cittadini. Quelli che vedono le istituzioni con sospetto, i partiti come rifugio per nullafacenti parolai, le culture politiche come un retaggio del passato.

E così una tradizione amministrativa lunga decenni che ha prodotto buone politiche sociali, asili nido per tutti, costruito scuole, ambulatori, impianti sportivi, scuole professionali, case a canone moderato, decine di associazioni e occasioni culturali diventa una dittatura. Da cui il sindaco ci ha finalmente liberati. Proprio come Salvini diceva di voler fare in Emilia Romagna. Ecco perché c’è un’analogia tra il sindaco e la Lega, tra il sindaco che si dice civico e la destra italiana.

Sono sempre più convinto che al sindaco non sia sfuggita quella terribile parola ma l’abbia pronunciata di proposito perché sa, come molti altri suoi colleghi sovranisti, che oggi bisogna picchiare duro sulla vecchia politica, sugli avversari ed anche sulle istituzioni che si rappresentano.

Solo così si rimane connessi alla maggioranza arrabbiata dei cittadini che ha smarrito la fiducia verso la politica. Sa che, anche se fa il sindaco e dovrebbe lavorare evitando le offese, deve tenere accesa la fiamma della demagogia. E se poi non risolve i problemi chissenefrega, resta sempre in dotazione l’arma dello sfottò.

Cormano-Emilia, stessa Lega

Quella di Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna la ricorderemo come la prima campagna elettorale volutamente fondata sull’errore. Una sorta di esperimento politico che alza l’asticella dell’indecenza.

Dunque funziona così: si prende una candidata per caso, la si sceglie politicamente analfabeta, determinata quanto basta per fregarsene delle critiche dei ben pensanti e di quelle di suo papà, che ha dichiarato di non volerla votare. Dicevo, si prende un personaggio disposto a tutto pur di apparire, anche di stare in silenzio, addomesticata dal suo capo che fa la campagna elettorale al posto suo. La donna in questione deve solo ridere, banchettare, annuire e commettere vistosi errori geografici sulla regione che intende governare per dimostrare di non sapere nulla di nulla.

Deve essere spiccia, volatile, leggera, poco polemica. Non deve formulare ragionamenti che implichino passaggi difficoltosi alla comprensione di base. Pochi congiuntivi e tanto stampatello. Se non parla ma ride è addirittura meglio. Deve essere una del popolo. Ma non quel popolo di una volta che cercava l’emancipazione attraverso lo studio e il lavoro. No. Deve dimostrarsi identica al popolo che vuole liberarsi della forma, dall’etichetta e dalle elite.

Il popolo scettico con tutti tranne che con le fake news, che non vuole gente in giro a zonzo per le città, che si stanca subito a sentire discorsi troppo articolati, che legge poco e si commuove per il vigile del fuoco che salva il gattino da un incendio. Che rispetta solo le divise e i preti, purché non chiedano di accogliere i migranti. Quel popolo lì, insomma, che ci dicono essere la maggioranza (io non credo).

Più dimostra di essere mediocre, questa donna, più è competitiva. Forse vincerà. L’esperimento in atto sposta il ruolo del politico da rappresentante del popolo a emanazione del popolo. Il populismo è questa cosa qui, ed è compiuto. Del politico non si apprezzano le doti, la capacità di elaborare idee, di rappresentarle, di mediare, di fare compromessi utili, di governare con lungimiranza e con libertà di pensiero. No.

Il politico diventa strumento di popolo e quindi schizofrenico, volubile, inaffidabile come gli impulsi che dal popolo giungono. E non importa nemmeno più che il politico per lo meno conosca il territorio, perché non conta il radicamento ma soltanto la corretta interpretazione dello stato d’animo di chi vota.

Succede in Emilia. Nella piccola Cormano, da dove scrivo, è già successo mesi fa. Ha vinto questa Lega, quella di Salvini e della Borgonzoni. Forse molti cormanesi non lo sanno, ma da noi il capo locale del Carroccio ha imposto al sindaco un’assessora leghista di un altro comune, che non conosce nulla e nessuno, affidandole una delega delicata come l’educazione (scuola, asili e giovani). La stessa identica superficialità emiliana, dove conta poco il radicamento e per nulla la proposta. Infatti a Cormano una proposta su educazione e giovani, per il momento, non esiste.

La grande aspettativa

Segnalo che ieri il sindaco di Cormano, con tanto di fascia tricolore al collo, era presente al corteo a favore di Liliana Segre con altri 600 colleghi. L’ho visto mentre prendeva posto sotto il palco di piazza della Scala. Mi ha fatto piacere che ci fosse e che con lui ci fosse Cormano. Perché in quel momento non rappresentava solo se stesso ma tutti noi, una comunità complessa e varia come tutte le comunità italiane. Rappresentava anche i colleghi assessori e consiglieri della Lega che sostengono il suo governo cittadino. Spero ne siano tutti consapevoli.

Non credo che il nostro sindaco abbia agito per una specie di bisogno visibilità o per conformismo. Ha senz’altro risposto al richiamo della parola civiltà e ha partecipato. Forse sottovalutando la complessità che una apparentemente facile manifestazione sottende. O forse no. Perché il corteo di ieri a Milano, fortemente voluto dal sindaco Sala, non è stata una semplice e banale passerella di primi cittadini solidali con Liliana Segre, ma l’affermazione decisa delle istituzioni sul fatto che occorre subito un cambio di registro nella politica italiana.

Ovvero che serve immediatamente rientrare nei ranghi molto poco sensazionali dell’educazione e del rispetto degli avversari. Oltre che battere l’odio e far prevalere i valori della pace su cui si fonda la Repubblica Italiana.

Ora torniamo nel nostro piccolo. Plaudo alla presenza del sindaco di Cormano per nulla scontata e spero che tutti noi la ricorderemo a lungo. Lunedì prossimo proporremo in Consiglio comunale la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. A questo punto ci aspettiamo che sia Magistro per primo a votarla. E poi, dopo ieri sera, ci aspettiamo tante altre cose che riguardano la vita politica cormanese.

Ci aspettiamo che in ogni scelta amministrativa non si perdano mai di vista i valori della Costituzione, i diritti di tutti i residenti, anche quelli di origine non italiana. Che si intensifichi il lavoro nelle scuole e tra i cittadini per la diffusione della cultura della pace, della condivisione e della partecipazione.

Che sia onorata la Festa della Liberazione e che non trovino sede mai a Cormano manifestazioni anti-costituzionali come quelle dei movimenti di estrema destra. Dopo la manifestazione di ieri ci aspettiamo che vengano rinnovate anche dal sindaco di centrodestra tante buone abitudini che hanno fatto di Cormano un luogo civile. E ci aspettiamo che sia il sindaco stesso a censurare appena possibile chi va nella direzione opposta. E’ una grande aspettativa ma dopo ieri tutto è possibile.

La destra s’è desta

La destra potrebbe presto iniziare a fare la destra, anche a Cormano, spogliandosi del costume di scena del civismo che aveva indossato in campagna elettorale. La Lega è la destra italiana e purtroppo, dico io, molti cormanesi l’hanno votata e trasformata da forza residuale a primo partito che ora egemonizza il consiglio comunale, esprime due assessori e un vicesindaco con le deleghe che contano e che prende le decisioni che contano. Il sindaco, espressione di una lista civica, fatica a ritagliarsi il posto che spetterebbe al suo ruolo.

La maggioranza politica esiste e si fa sentire. Dai banchi del consiglio e nella giunta. Per prima cosa calca il terreno più sensibile: i conti della refezione scolastica. Trova rette non pagate dai soliti “furbi” per 300 mila euro negli ultimi 10 anni e coperte dal Comune coi soldi di tutti. E allora annuncia che adesso non si scherza più. E getta qualche ombra sull’inefficienza di chi c’era prima, con una certa dose di superficialità, propria di chi conosce poco o nulla la storia della città e viene da chissà dove.

L’assessora alla partita ha in mente come fare per recuperare il maltolto? Forse. Perché non lo dice, non spiega i nuovi metodi di controllo che verranno applicati. I propositi restano generici e non si capisce quali azioni saranno intraprese. Temo che una volta che avrà capito che recuperare l’evasione è operazione più complessa di un proclama e l’esigenza di far quadrare i conti diventerà pressante, possano arrivare sul tavolo limitazioni delle agevolazioni vigenti.

Qualcosa di simile a ciò che accadde a Lodi con le famiglie straniere residenti, a cui fu reso impossibile dimostrare di aver diritto a sconti ed esenzioni. Cerco di fidarmi dei proclami dell’assessora leghista e del vicesindaco factotum sulla sacralità dei bambini che mai dovranno pagare le colpe dei padri.

Ma in fondo sono diffidente. Molto diffidente e allora chiedo a me, ai mie colleghi consiglieri, alle mamme e ai papà sensibili al tema (ce ne sono parecchi) di predisporsi alla massima attenzione su ciò che avverrà nelle prossime settimane attorno al tema mense. Non vorrei mai che nel tentativo di far quadrare i bilanci e recuperare somme evase di denaro utili al bene comune, e farle pagare a chi le deve, si iniziasse a restringere il campo dei diritti, delle agevolazioni, a discriminare chi non ce la fa, chi non ha colpa, chi non è cittadino italiano. In tal caso ci troveranno sulle barricate.