Cercasi tutela

E’ trascorso quasi un mese in cui l’emergenza è entrata nel vivo e il Comune di Cormano è stato investita dalle esigenze del caso, molto più grandi di lui. Il PD, di cui sono capogruppo, ha lasciato che la giunta facesse il suo lavoro, gestisse le evenienze senza criticarne le mosse.
Si è messo a disposizione raccogliendo adesioni dei volontari per il “telefono amico” e ha raccolto fondi per le case di riposo. Ha fatto la sua parte evitando le polemiche ed evitando di evidenziare pubblicamente alcune lacune, che comunque ci sono state e ci sono. Lo ha fatto perché in queste settimane difficili ce n’era bisogno e perché il PD è un partito di governo, con un’impostazione istituzionale.
Nel frattempo però le attività del consiglio comunale sono state praticamente sospese. Ci siamo attenuti da un mese a questa parte alle uniche informazioni del Sindaco sulle pagine facebook a sua disposizione. Non c’è stata mai chiesta un’idea, una proposta. Abbiamo avanzato l’ipotesi di cancellare i tributi locali per il 2020 per piccole imprese e commercio ed è caduta nel vuoto. Sostituita dalla decisione, comunicata con un video, di rimandare le scadenze, senza un confronto con le opposizioni né con le categorie coinvolte.
Tra poco ci verrà consegnato un documento con il bilancio di previsione già fatto e da approvare. In un periodo come questo, di emergenza, sarebbe stato doveroso condividere le necessità della comunità per l’immediato futuro e consentire alle opposizioni di dare una mano con idee e proposte. E invece purtroppo per il momento non è accaduto nulla di tutto questo.
La Giunta del cosiddetto cambiamento si è chiusa nelle sue stanze per deliberare, lasciando al Sindaco l’onere o l’onore di mettere la faccia su facebook ogni sera per aggiornare la cittadinanza. Tutto qui. Un po’ poco per chi, fino ad anno fa, predicava trasparenza e partecipazione.
Non credo possano essere derubricate a lamentele da pianerottolo i ragionamenti critici su alcune modalità di comunicazione sui numeri del virus da parte delle autorità cittadine, in ritardo, incompleti, pubblicati su diversi profili in tempi differenti. Ma questa è poca cosa. Il vero problema è che non abbiamo mai udito dal sindaco chiedere, anche timidamente alle autorità regionali, l’utilizzo dei tamponi per i casi sospetti e di quarantena (magari lo ha fatto ma non lo ha reso pubblico). Non si è mai parlato delle criticità sulle condizioni delle Rsa sul territorio. L’Amministrazione non mi sembra stia chiedendo di censire in modo capillare i casi sospetti. E questo a mio parere è grave da parte di chi è chiamato a gestire la situazione.
Ho l’impressione di assistere ad un’informazione puntuale nel celebrare, edulcorare, magnificare la solidarietà (cosa utile ci mancherebbe) ma assente su tutto il resto, e non per cattiva fede ma per incompetenza manifesta.
Davanti a queste increspature, sommate al blackout del consiglio comunale, delle sue commissioni, dei meccanismi di partecipazione pubblica, avvenuti in questo mese di crisi, sembra evidente che qualcosa non funzioni dalle parti del Comune. Non è facile gestire l’emergenza e per questo la mia è una proposta che non vuole produrre scie tossiche. Al Sindaco chiedo di riattivare la politica, con le sue riunioni e commissioni (si possono fare le cosiddette call). La democrazia insomma. E di fare il suo dovere fino in fondo per garantire il più possibile le tutele ai propri cittadini.

Un drone ci salverà

L’emergenza sta mostrando un fatto inequivocabile: l’eccellenza lombarda della sanità non esiste. Esistono buoni ospedali con specialistiche d’avanguardia. Alcuni sono divenuti tali negli ultimi vent’anni, mentre i denari del servizio sanitario nazionale (i soldi delle nostre tasse) gestiti dalla Regione, grazie alla riforma del titolo V della Costituzione, venivano versati proprio ai privati per rimborsarli delle prestazioni erogate al pubblico.

La spesa sanitaria della Regione è di circa 18 miliardi l’anno, quasi tutto il bilancio dell’ente. Tralascio i vari scandali sulla sanità privata, che pure hanno il loro peso in questa vicenda, che racconta molto dello strabismo politico e di una certa distrazione della pubblica opinione su quello che a me è sempre parso uno scandalo.

Quello per cui gran parte dei soldi di tutti, tanti soldi, sono destinati alle prestazioni ospedaliere specialistiche delle aziende private accreditate (in prevalenza le operazioni chirurgiche ad alto rendimento, costose e con pochi giorni di degenza). Gli ospedali pubblici, alle prese con bilanci risicati, devono erogare tutti i servizi, anche ovviamente l’oneroso comparto della medicina generale (lunga degenza, molti costi).

Il pacchetto ci è stato venduto dai poteri regionali di centrodestra come eccellenza, davanti alla quale, chi obietta sullo squilibrio del sistema diventa un eretico. La cosa assurda è che con la crisi di queste settimane, in cui è evidente che il sistema non regge, gli stessi suoi cerimonieri, che hanno notevoli responsabilità in questa storia, continuino a celebrarlo indefessi. Con il piglio di chi sa che da questa tragedia potrebbe anche ricavarne un qualche vantaggio politico.

E intanto, mentre gli esperti ci dicono in tutte le lingue che per battere il virus occorre agire nel controllo dei pazienti sul territorio e non con il controllo dell’esercito sul territorio, il territorio si trova scoperto. Mancano medici di base, materiali, ambulatori, ospedali, personale di Ats. Insomma c’è l’abbandono. Tutto è in mano ai sindaci che fanno quel che possono e a volte interpretando le normative con lo zelo degli sceriffi da giardino, a cui hanno messo in mano i comandi di un drone.

Negli ultimi vent’anni la Regione ha puntato sui grandi ospedali, mentre sono stati chiusi i piccoli nosocomi sparsi nella nostra città metropolitana e gli ambulatori. E’ stato disossato il corpo sanitario, tirato su con la fatica delle lotte per il diritto alla salute, fatto passare da una martellante propaganda privatistica come carrozzone spendaccione e dannoso.

Il punto salute di Cormano, uno degli esempi concreti di questa brutta storia, era un presidio ambulatoriale non più di dieci anni fa e oggi sarebbe stato utilissimo. E’ stato abbandonato dal disinteresse di Ats e Regione Lombardia e non dal Comune di Cormano, sull’onda di quest’operazione finanziaria e di potere.

Lo dico a quelli che adesso amministrano il nostro comune da destra. Mi auguro che non gli venga in mente di gridare allo scandalo sulla riduzione al minimo del punto salute, come hanno fatto nel passato, lucrando qualche consenso. Perché l’indirizzo a cui rivolgere le accuse è solo quello di Palazzo Lombardia.

Habemus assemblea. Ma solo quella

Il Sindaco che non viene dalla politica ha capito subito come funziona la politica. E così incontra i cittadini nella sua prima assemblea pubblica per “cercare di risolvere” il problema del super-traffico che intasa la parte nord-ovest della città. Una giacca leggermente abbondante con una camicia ordinata ma non elegante gli conferiscono l’aria del vicino di casa chiamato dalle circostanze a farsi carico dei problemi del condominio. Ha l’aria di chi ne avrebbe fatto volentieri a meno ma ora che c’è, armato di popolarissimo buonsenso, si impegnerà al massimo per sanare le inadempienze di quelli che c’erano prima.

Sintetico, pratico, affabile e partecipativo sembra non dispiacere affatto alla platea dei cittadini del quartiere di nord-ovest. Non si dice mai apertamente ma la solfa pare essere la seguente: dopo anni di indifferenza e supponenza delle giunte che lo hanno preceduto e che hanno trascurato la periferia nord-ovest, finalmente c’è lui (con accanto il vicesindaco silenzioso come una sagoma di bell’aspetto) che ascolta, prende nota, sorride, non perde mai la pazienza. E addirittura racconta di aver preso l’auto e di essersi immerso nel traffico per provare le stesse sensazioni della gente comune che sta nel traffico tutti i giorni.

Mostra delle slide proiettate sul telone, propone subito una soluzione di viabilità che viene sotterrata dai fischi sul nascere. Quindi racconta della riqualificazione del tram per Limbiate che nel 2024 sistemerà finalmente la malconcia via dei Giovi. Rivendica di aver risparmiato 175 mila euro rispetto al progetto vidimato dalla giunta precedente. E dedica alla sua vittoria personale una slide, che c’azzecca poco con il tema della serata, ma la politica ha le sue regole e il Sindaco civico dimostra di averle imparate molto bene.

Ma anche lì il pubblico si dimostra impaziente e poco interessato al tram. Molti chiedono piuttosto di “ritarare” quel semaforo sui binari che crea lunghe attese e code. Ma qui il sindaco affabile richiama al senso della realtà ribadendo quello che diventerà, ci posso giurare, un refrain dei prossimi anni: “Non si può fare”.

Incalzato dalle numerose rimostranze del pubblico su viabilità e traffico, lui risponde alzando le spalle e col sorriso: “Non c’ero io prima”… “Ero contrario a quella scelta”.. “Ci siamo trovati queste condizioni”. A tratti dà l’impressione di aver recuperato addirittura l’innocenza dell’infanzia. E’ abile nel farsi interpretare come un gregario, un portatore d’acqua, attento al territorio. Un portavoce che si batte sui tavoli intercomunali, davanti ai potenti, ai professionisti della politica.

Poi svela quello che nelle intenzioni è il suo colpo di teatro: avere ottenuto la riapertura di una strada che parte da Bollate ed è fondamentale per il ripristino di condizioni accettabili per la viabilità e la salute dei cittadini. Una vittoria indiscutibile della perseveranza, del buonsenso e dell’audacia.

All’inizio il pubblico annuisce, credendo che quella sia la svolta che azzererà in poco tempo l’odiato traffico. Ma poi quando le domande si fanno più puntuali, a fine serata, si scopre che la strada in questione (a rivelarlo non è il Sindaco ma un tecnico del Comune), non è deliberata, non è progettata, non ha nemmeno una fonte di finanziamento. In altre parole senza questi elementi le parole del Sindaco restano promesse elettorali o poco più.

Qualcuno intuisce che la serata, iniziata sotto i migliori auspici,  è ora avvolta da una cortina di fumo. C’è un timido applauso quando il Sindaco saluta tutti e li congeda. Si apprezzano le intenzioni ma l’impressione è che la gente stia tornando a casa più confusa di prima. Il traffico nella zona nord-ovest della città è destinato a durare nel tempo, di soluzioni non ce ne sono e non è dato sapere se ce ne saranno. Però l’assemblea è stata fatta e fa risultato più di aver risolto il problema. Per ora.

La dittatura

Il sindaco dice che è uno sfottò. L’aver descritto come una dittatura gli anni precedenti di Cormano sarebbe una presa in giro. Una parola buttata lì come molte altre e quindi da prendere alla leggera. Da passarci sopra. Per convincerci delle sue ragioni ci fa notare che nel post incriminato ci ha ficcato un faccino sorridente. E quindi si ride ragazzi, si scherza.

Non credo che il sindaco non conosca l’italiano e la pesantezza della parola che ha utilizzato. E’ un giornalista professionista e le parole sono il suo mestiere. Non ci inganna quindi chi dice che in fondo una svista può succedere a tutti. No, non ci caschiamo.

Lui ha inteso scrivere ciò che ha scritto e quella faccetta sorridente nasconde un rancore profondo che lo ha animato per tanti anni. Un rancore politico, intendiamoci, niente di personale. E’ lo stesso rancore, o rabbia, che appartiene a molti cittadini. Quelli che vedono le istituzioni con sospetto, i partiti come rifugio per nullafacenti parolai, le culture politiche come un retaggio del passato.

E così una tradizione amministrativa lunga decenni che ha prodotto buone politiche sociali, asili nido per tutti, costruito scuole, ambulatori, impianti sportivi, scuole professionali, case a canone moderato, decine di associazioni e occasioni culturali diventa una dittatura. Da cui il sindaco ci ha finalmente liberati. Proprio come Salvini diceva di voler fare in Emilia Romagna. Ecco perché c’è un’analogia tra il sindaco e la Lega, tra il sindaco che si dice civico e la destra italiana.

Sono sempre più convinto che al sindaco non sia sfuggita quella terribile parola ma l’abbia pronunciata di proposito perché sa, come molti altri suoi colleghi sovranisti, che oggi bisogna picchiare duro sulla vecchia politica, sugli avversari ed anche sulle istituzioni che si rappresentano.

Solo così si rimane connessi alla maggioranza arrabbiata dei cittadini che ha smarrito la fiducia verso la politica. Sa che, anche se fa il sindaco e dovrebbe lavorare evitando le offese, deve tenere accesa la fiamma della demagogia. E se poi non risolve i problemi chissenefrega, resta sempre in dotazione l’arma dello sfottò.

Cormano-Emilia, stessa Lega

Quella di Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna la ricorderemo come la prima campagna elettorale volutamente fondata sull’errore. Una sorta di esperimento politico che alza l’asticella dell’indecenza.

Dunque funziona così: si prende una candidata per caso, la si sceglie politicamente analfabeta, determinata quanto basta per fregarsene delle critiche dei ben pensanti e di quelle di suo papà, che ha dichiarato di non volerla votare. Dicevo, si prende un personaggio disposto a tutto pur di apparire, anche di stare in silenzio, addomesticata dal suo capo che fa la campagna elettorale al posto suo. La donna in questione deve solo ridere, banchettare, annuire e commettere vistosi errori geografici sulla regione che intende governare per dimostrare di non sapere nulla di nulla.

Deve essere spiccia, volatile, leggera, poco polemica. Non deve formulare ragionamenti che implichino passaggi difficoltosi alla comprensione di base. Pochi congiuntivi e tanto stampatello. Se non parla ma ride è addirittura meglio. Deve essere una del popolo. Ma non quel popolo di una volta che cercava l’emancipazione attraverso lo studio e il lavoro. No. Deve dimostrarsi identica al popolo che vuole liberarsi della forma, dall’etichetta e dalle elite.

Il popolo scettico con tutti tranne che con le fake news, che non vuole gente in giro a zonzo per le città, che si stanca subito a sentire discorsi troppo articolati, che legge poco e si commuove per il vigile del fuoco che salva il gattino da un incendio. Che rispetta solo le divise e i preti, purché non chiedano di accogliere i migranti. Quel popolo lì, insomma, che ci dicono essere la maggioranza (io non credo).

Più dimostra di essere mediocre, questa donna, più è competitiva. Forse vincerà. L’esperimento in atto sposta il ruolo del politico da rappresentante del popolo a emanazione del popolo. Il populismo è questa cosa qui, ed è compiuto. Del politico non si apprezzano le doti, la capacità di elaborare idee, di rappresentarle, di mediare, di fare compromessi utili, di governare con lungimiranza e con libertà di pensiero. No.

Il politico diventa strumento di popolo e quindi schizofrenico, volubile, inaffidabile come gli impulsi che dal popolo giungono. E non importa nemmeno più che il politico per lo meno conosca il territorio, perché non conta il radicamento ma soltanto la corretta interpretazione dello stato d’animo di chi vota.

Succede in Emilia. Nella piccola Cormano, da dove scrivo, è già successo mesi fa. Ha vinto questa Lega, quella di Salvini e della Borgonzoni. Forse molti cormanesi non lo sanno, ma da noi il capo locale del Carroccio ha imposto al sindaco un’assessora leghista di un altro comune, che non conosce nulla e nessuno, affidandole una delega delicata come l’educazione (scuola, asili e giovani). La stessa identica superficialità emiliana, dove conta poco il radicamento e per nulla la proposta. Infatti a Cormano una proposta su educazione e giovani, per il momento, non esiste.

La grande aspettativa

Segnalo che ieri il sindaco di Cormano, con tanto di fascia tricolore al collo, era presente al corteo a favore di Liliana Segre con altri 600 colleghi. L’ho visto mentre prendeva posto sotto il palco di piazza della Scala. Mi ha fatto piacere che ci fosse e che con lui ci fosse Cormano. Perché in quel momento non rappresentava solo se stesso ma tutti noi, una comunità complessa e varia come tutte le comunità italiane. Rappresentava anche i colleghi assessori e consiglieri della Lega che sostengono il suo governo cittadino. Spero ne siano tutti consapevoli.

Non credo che il nostro sindaco abbia agito per una specie di bisogno visibilità o per conformismo. Ha senz’altro risposto al richiamo della parola civiltà e ha partecipato. Forse sottovalutando la complessità che una apparentemente facile manifestazione sottende. O forse no. Perché il corteo di ieri a Milano, fortemente voluto dal sindaco Sala, non è stata una semplice e banale passerella di primi cittadini solidali con Liliana Segre, ma l’affermazione decisa delle istituzioni sul fatto che occorre subito un cambio di registro nella politica italiana.

Ovvero che serve immediatamente rientrare nei ranghi molto poco sensazionali dell’educazione e del rispetto degli avversari. Oltre che battere l’odio e far prevalere i valori della pace su cui si fonda la Repubblica Italiana.

Ora torniamo nel nostro piccolo. Plaudo alla presenza del sindaco di Cormano per nulla scontata e spero che tutti noi la ricorderemo a lungo. Lunedì prossimo proporremo in Consiglio comunale la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. A questo punto ci aspettiamo che sia Magistro per primo a votarla. E poi, dopo ieri sera, ci aspettiamo tante altre cose che riguardano la vita politica cormanese.

Ci aspettiamo che in ogni scelta amministrativa non si perdano mai di vista i valori della Costituzione, i diritti di tutti i residenti, anche quelli di origine non italiana. Che si intensifichi il lavoro nelle scuole e tra i cittadini per la diffusione della cultura della pace, della condivisione e della partecipazione.

Che sia onorata la Festa della Liberazione e che non trovino sede mai a Cormano manifestazioni anti-costituzionali come quelle dei movimenti di estrema destra. Dopo la manifestazione di ieri ci aspettiamo che vengano rinnovate anche dal sindaco di centrodestra tante buone abitudini che hanno fatto di Cormano un luogo civile. E ci aspettiamo che sia il sindaco stesso a censurare appena possibile chi va nella direzione opposta. E’ una grande aspettativa ma dopo ieri tutto è possibile.

La destra s’è desta

La destra potrebbe presto iniziare a fare la destra, anche a Cormano, spogliandosi del costume di scena del civismo che aveva indossato in campagna elettorale. La Lega è la destra italiana e purtroppo, dico io, molti cormanesi l’hanno votata e trasformata da forza residuale a primo partito che ora egemonizza il consiglio comunale, esprime due assessori e un vicesindaco con le deleghe che contano e che prende le decisioni che contano. Il sindaco, espressione di una lista civica, fatica a ritagliarsi il posto che spetterebbe al suo ruolo.

La maggioranza politica esiste e si fa sentire. Dai banchi del consiglio e nella giunta. Per prima cosa calca il terreno più sensibile: i conti della refezione scolastica. Trova rette non pagate dai soliti “furbi” per 300 mila euro negli ultimi 10 anni e coperte dal Comune coi soldi di tutti. E allora annuncia che adesso non si scherza più. E getta qualche ombra sull’inefficienza di chi c’era prima, con una certa dose di superficialità, propria di chi conosce poco o nulla la storia della città e viene da chissà dove.

L’assessora alla partita ha in mente come fare per recuperare il maltolto? Forse. Perché non lo dice, non spiega i nuovi metodi di controllo che verranno applicati. I propositi restano generici e non si capisce quali azioni saranno intraprese. Temo che una volta che avrà capito che recuperare l’evasione è operazione più complessa di un proclama e l’esigenza di far quadrare i conti diventerà pressante, possano arrivare sul tavolo limitazioni delle agevolazioni vigenti.

Qualcosa di simile a ciò che accadde a Lodi con le famiglie straniere residenti, a cui fu reso impossibile dimostrare di aver diritto a sconti ed esenzioni. Cerco di fidarmi dei proclami dell’assessora leghista e del vicesindaco factotum sulla sacralità dei bambini che mai dovranno pagare le colpe dei padri.

Ma in fondo sono diffidente. Molto diffidente e allora chiedo a me, ai mie colleghi consiglieri, alle mamme e ai papà sensibili al tema (ce ne sono parecchi) di predisporsi alla massima attenzione su ciò che avverrà nelle prossime settimane attorno al tema mense. Non vorrei mai che nel tentativo di far quadrare i bilanci e recuperare somme evase di denaro utili al bene comune, e farle pagare a chi le deve, si iniziasse a restringere il campo dei diritti, delle agevolazioni, a discriminare chi non ce la fa, chi non ha colpa, chi non è cittadino italiano. In tal caso ci troveranno sulle barricate.

Parlarsi

A volte mi capita di tornare più tardi dal lavoro. A sera inoltrata il treno è quasi completamente vuoto, le poche persone che viaggiano sono quasi sempre e quasi tutte straniere. Ieri sera all’improvviso il treno si ferma in un tratto buio e lontano dalla prima stazione utile. Un incidente sulla linea lo tiene bloccato. Lo dice qualche minuto dopo una voce diffusa via microfono. Mi tocca aspettare. Potrebbe passare molto tempo. Mi terrà compagnia il libro che sto leggendo.

Poco distante siede un uomo, un maghrebino sui 50 anni. Una delle tante comparse, così come le vedo da pendolare, con cui condivido gli spazi sui mezzi pubblici. Siamo solo noi. Più in là, sotto la luce al neon e nel silenzio rotto solo da un sibilo che si dipana nelle carrozze, ci sono altre poche persone.

Dopo mezzora capisco che ne avremo per molto. “La linea è bloccata per un tempo imprecisato”, dice la voce al microfono. Io e il maghrebino ci guardiamo. Lui ha una faccia da brav’uomo con grandi occhi verdi. Sorride. Sono io a rompere il ghiaccio, chiudo il libro e mi lamento come al solito di Trenord e così iniziamo a parlare. Parliamo per le successive due ore, cercando di stemperare stress e stanchezza. E il pensiero di essere rinchiusi in un treno senza via di uscita.

Parliamo di lavoro, viaggi e vita. Lui è un pizzaiolo. E’ andato su e giù per l’Europa, ha una laurea in lingue, ne parla almeno quattro correttamente. Mi dà del lei. Mi sembra tutto così straordinario. Mettersi a parlare con uno sconosciuto marocchino, come fosse un qualsiasi gentile signore italiano, di questi tempi, sfugge alla narrazione dominante, di cui anche io pur non volendo, sono vittima.

Gli brillano gli occhi quando parla delle pizze che impasta. Gli ha insegnato tutto un napoletano. “Avete un Paese bellissimo”, dice. Faceva il contabile in una ditta di import-export che è fallita e di punto in bianco si è ritrovato senza lavoro. Così si è reinventato. Ama fare la pizza e trattare bene i clienti, parla in spagnolo con i sudamericani, in francese con tunisini e senegalesi e in inglese con i nigeriani e naturalmente in italiano con gli italiani. E questo è tutto.

Anzi no. Se cercavo un motivo anche solo transitorio per sperare ancora in questo Paese, ieri sera l’ho trovato. E’ bastato parlare con uno sconosciuto. E rompere il mainstream del tempo moderno.

Giù dal treno

Poco prima delle otto di sera il treno che ci riporta a casa è un luogo silenzioso. Odora di chiuso, di fatica e di profumi esausti dopo la giornata di lavoro. Trenord ci ospita in pochi vagoni stretti e la convivenza di quei venti minuti a volte diventa difficile. Molti restano in piedi con la testa china sugli smart-phone. Ci sono donne, uomini, giovani dall’accento del sud, turisti e migranti.

Poi finalmente il treno rallenta e arriva a Cormano-Cusano. Un suono ripetuto tre volte precede l’apertura delle porte che schioccano e lasciano entrare una boccata d’aria fresca. Scendo con tanti altri pendolari. La sera d’autunno è tiepida e serena. Sto pregustando la semplicità della situazione. Scenderò le scale del sottopasso e le risalirò per trovarmi nel piazzale e passeggiare verso casa tra le foglie cadute dai platani, infilandomi più in la nel borgo, che con i primi freddi trasuda umido e sa di camino.

La scena, imprevista, dura un attimo e devo fermarmi per capire cosa stia succedendo. Faccio in tempo a vedere una donna di mezza età scaraventare fuori dal vagone una bicicletta e subito dopo un borsone con la scritta Glovo. Osservo impietrito con altri pendolari dalla banchina. Subito dopo un ragazzo di colore esce in silenzio dal treno con la testa bassa per recuperare bici e sacco.

“Hai rotto con sta bici. Vaffanculo”, urla la donna spezzando il silenzio.
Il giovane non risponde, non la guarda nemmeno. Riprende rapido le sue cose e risale sul treno come nulla fosse accaduto. Osservando, credo, un codice non scritto da nessuna parte che si chiama sopravvivenza. Meglio evitare guai con gli italiani. Meglio stare zitti mentre qualcuno, a cui la giornata è andata evidentemente male, ti getta fuori dal treno la bicicletta, che adesso ingombra il passaggio ma che forse più tardi le porterà il cibo a casa.

“Brava. Brava. Devono capirlo. Devono andarsene”, urla un signore sui sessanta proprio vicino a me. Qualcun altro annuisce come a dire: “Era ora”. Altri tornano a camminare verso l’uscita, ordinati nei loro pensieri. Indifferenti. Sul treno nessuno fiata. C’è solo una ragazza che prova a chiedere alla donna il perché di un gesto del genere. Ma la sua domanda cade nel vuoto.

“Non c’era bisogno di gettare una bici fuori dal treno, basta chiedere permesso”, provo ad obiettare ad alta voce mentre il treno riparte. Ma l’uomo sui sessanta ha voglia di litigare e mi guarda con aria di sfida. “Chi è lei? Che vuole? Stia zitto. Avete riempito l’Italia di questa gente a adesso volete anche parlare?”
Decido che non è il caso di andare oltre, mi giro e lo ignoro.

Tornando amareggiato verso casa, mi sono chiesto se quella donna, così incazzata, avrebbe gettato dal treno la bici di un ragazzo bianco. Non credo l’avrebbe mai fatto. Questo è razzismo. E anche l’indifferenza è razzismo. E non ha alcuna giustificazione, alcuna attenuante.

La donna, il sessantenne e tutti gli altri che annuivano non sono vittime. Non basta l’esasperazione del cosiddetto ceto medio impoverito a fornire un salvacondotto generale a questo clima bestiale che sta montando. E che risulta normale a troppe persone, che ormai lo considerano un affare ordinario del panorama cittadino. Anche a Cormano.

Quelli del Piddì

Ci sono ancora persone che credono ai partiti. In particolare al Partito Democratico, che è l’unico partito rimasto. Accade a Cormano dove un manipolo di amiche e amici(qualcuno tra loro ama ancora chiamarsi reciprocamente “compagni”) ha inaspettatamente deciso di rimboccarsi le maniche e ristrutturare la “sezione” Enrico Berlinguer di via Molinazzo 6. La storica sezione, poi sede, poi circolo, che ha attraversato diverse stagioni e ospitato l’evoluzione o involuzione (dipende dai punti di vista) del vecchio e amatissimo Pci.

Dicevo di queste persone che procedono, senza ombra di dubbio, controvento o contromano. Non so se per dimostrare a se stessi di essere diversi e migliori degli altri oppure per semplice passione per la politica e prima ancora per la comunità. Opto per questa seconda lettura.

In un’epoca di partiti liquidi e fatti su misura del leader, che somigliano a teocrazie, dove in pochi mesi cambiano geometrie politiche ed appartenenze, esistono persone che si mobilitano per ideali e praticano l’obsoleta teoria della coerenza. Lo hanno fatto mettendoci soldi, tempo e fatica e soprattutto, hanno deciso di farlo un minuto dopo la clamorosa sconfitta del PD al Comune di Cormano dopo un ininterrotto governo di 73 anni.

Io li osservo da tempo. Ne invidio la tempra, la concretezza e l’impegno. Alcuni di loro sono pensionati, altri sono più giovani, nessuno ha perso l’incanto. Ne apprezzo la testardaggine di chi non ci sta a perdere spazio politico, a concedere metri alla solitudine e alla rassegnazione. Di chi è convinto che anche da una sconfitta si possa ripartire, anche se dolorosa, inaudita e tosta da digerire. Di chi crede nella necessità di un luogo fisico, con una vetrina sulla strada, per farsi notare e dire alla città: “Eccoci qui. Siamo minoranza ma ci siamo e la porta è sempre aperta”.

“La storia siamo noi”, diceva una canzone, non a caso molto cara alla sinistra. Ognuno di noi è incaricato di svolgere un pezzetto di storia, di essere lì per mettere un mattoncino in un punto del mondo. Nel nostro caso proprio sotto casa. Non importa se il mondo non saprà mai nulla di noi, se non godremo mai dei famosi 15 minuti di popolarità. Non importa se non avremo nulla in cambio. Nemmeno un pezzetto di potere in queste poche strade di periferia.

Nessuno di loro insegue potere ma chiede solo partecipazione. Conosco compagni, gli stessi che hanno ristrutturato la sezione, che del potere non saprebbero che farsene. Che non hanno mai chiesto nulla e non chiedono nulla in cambio del loro impegno. Solo la facoltà di esprimere un’opinione di avere tempo per confrontarsi, di avere una visione del mondo.

Adesso che hanno ritinteggiato le pareti, sostituito i vecchi neon con moderne lampade alogene, cambiato tavoli, sedie e allestito scaffali puliti e portato in discarica i vecchi arredi, aprono al porta per ribadire di essere rimasti sempre gli stessi eterni ragazzi dal cuore accogliente e dalle mille speranze. Bando al cinismo e alla rassegnazione. Il 9 novembre alle ore 16 il PD apre le porte per una nuova puntata della storia di Cormano.