Estate

 

21 giugno 1985

L’estate arrivò, attesa da anni, nella nuova piazza, successivamente intitolata a Sandro Pertini. Un numero inverosimile di persone di ogni età prese a frequentarla in lungo e in largo appena tramontato il sole. I vecchi affollavano le nuove e scomode panchine in marmo, i giovani si raggruppavano in diverse e numerose bande sulle sponde, sguaiati e leggeri addosso ai motorini, i bambini sulle bici gironzolavano sul pavé al centro, dove lo spazio prende forma di ottagono.

Il bar centrale non riusciva a star dietro alle ordinazioni e le canzoni del jukebox faticavano ad emergere dal vociare potente. Sul lato opposto aprì anche una piccola gelateria che l’estate successiva divenne una grande gelateria. La costruzione della piazza era attesa da anni. Andò a coprire una gigantesca buca che, anomala e detestata, stava lì in mezzo al paese dalla notte dei tempi.

Era come se, insieme con l’estate, fosse arrivata una vita nuova. E, nei miei ricordi di ragazzino, mi sembrava che il mondo fosse tutto lì e non ci fosse bisogno di nient’altro. I padri, le madri, i nonni, gli amici, i parenti erano gli attori di quel mondo. Tutti presenti in un reticolo di relazioni forti e fragili a cercare un po’ di fresco e a condividere la noia di quei crepuscoli infiniti. A casa ci stavano in pochi, proprio chi non aveva le forze per uscire. Starsene in casa nelle sere calde era un’anomalia.

C’era un bisogno tangibile di condividere, di esserci, di esporsi carne ed ossa. Era un tipo di società ancora a cavallo tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Non erano sempre serate facili e non era sempre una festa. A volte il caldo e l’essere in tanti provocava tensioni, liti, scenate. In pochi minuti però tornava il sereno. Andò avanti così per alcuni anni. La piazza del paese fu davvero una piazza.

21 giugno 2018

Piazza Pertini oggi è deserta. Il bar chiude sempre troppo presto e la gelateria non esiste più. Dei giovani non c’è traccia. Ogni tanto passano a piccolissimi gruppi ridacchiando a bassa voce e chissà dove vanno incollati con gli sguardi agli smart-phone. Le panchine di marmo, rosicchiate dall’andar del tempo, sono ancora ben piantate a terra ma nessuno ci si accomoda più. Chi lo fa resiste qualche minuto ma ha tutta l’aria di non rilassarsi. Anche chi passeggia per far pascolare il cane si guarda intorno, come fosse in guardia.

Nel deserto della sera, il buio è appena disturbato delle luci della piazza e la paura si può respirare. Paura di cosa, non saprei. Forse paura per via delle cose che dicono alla tv, dei migranti, degli zingari, dei ladri, dei rapinatori, dei violenti. Meglio stare alla larga. Meglio stare in casa. Dentro i palazzi, attorno alla piazza, ci sono centinaia e centinaia di persone che la sera calda dell’estate preferiscono trascorrerla nel comfort dell’aria condizionata, della tv on demand, sulle chat e nei social.

Per quasi tutti è il modo migliore per rilassarsi dopo una giornata pesante di lavoro. Oggi per uscire di casa serve un motivo che sia davvero valido, un intrattenimento che ne valga davvero la pena. Troppo poco e troppo desolante condividere la noia in una piazza con tutti gli altri. E’ forse la normalità del 1985 che ci spaventa e che non vogliamo più rivivere. Nel frattempo però si svuotano i luoghi pubblici e diventano luoghi di nessuno e della paura. E siccome non c’è nessuno c’è bisogno di accendere telecamere di sorveglianza, che ci rassicurino, che ci diano l’impressione del controllo assoluto.

Mentre accendiamo le telecamere, diventiamo tutti più poveri. Continuo a pensare che il presente sia migliore del passato e che il futuro sarà ancora meglio. Per questo mi tocca tornare a dire, con i pochi mezzi che ho a disposizione, che la piazza vuota non mi piace e che il primo degli obiettivi politici, prima ancora che ricostruire la sinistra, è tornare a riempirla di persone.

Di sinistra, di periferia

Sono di sinistra. Leggo libri, ho velleità da intellettuale, scribacchio anche qualcosa, vorrei essere un radical chic ma non ho il fisico né il conto in banca. Però mi piace la gente che studia, che riflette, che usa bene l’italiano, che pensa in modo corretto, che non odia, che fa la fila per assistere ai dibattiti.

Ai miei colleghi giornalisti neo-salviniani (ce ne sono tantissimi saliti sul carro nell’ultim’ora), quelli che pensano che non essere razzisti sia un lavoro esclusivo da benestanti col cashmere, rivelo una cosa: io, ad esempio, sto in periferia.

Frequento migranti italiani praticamente da una vita (alcuni miei compagni delle elementari arrivarono da Calabria e Puglia e non ci capivamo un granché), abito accanto ai migranti stranieri, le povertà mi bussano alla porta, ho un reddito da impiegato, viaggio (malissimo) su Trenord, pago il mutuo e i soldi non bastano mai. Ma non odio nessuno, nessuno mi può né mi deve fare paura. Se arrivano i migranti devo fare posto perché nessuno in famiglia mi ha insegnato ad essere respingente. Non ci riuscì nemmeno il mister a calcio, quando mi esortava ad allargare i gomiti in campo per difendermi dagli assalti degli avversari.

Il mercatino dell’usato del sabato, quello affollato a pochi metri da casa, pieno di poveracci africani, pakistani, indiani e rom, non mi fa schifo come a molti miei concittadini che raccolgono le firme per lo sgombero. Nella mia testa quella piazza è un’opportunità di baratto e guadagno minimo per tutti quelli che campano a mala pena e, anche se non rappresenta il mio ideale di bellezza, pazienza.

Penso che il mondo sia pieno di imperfezioni e sto imparando a viverlo per come si presenta, senza la presunzione di poterlo modellare come lo vorrei. Non temo i migranti nemmeno quando stravolgono la geografia del mio orticello o calpestano le strade dell’infanzia che sono abituato a vedere frequentate solo da persone conosciute. Ho l’ambizione di perdere le sicurezze e di evitare le rassicurazioni. E’ il mio modo per vivere la vita come fosse un’avventura, per tuffarmi nel mondo.

Non sono per niente un buono, ma penso che provare a tollerare, ad aprirsi pur rimanendo in guardia, sia meno faticoso che entrare in guerra con lo straniero. Non sventolo il vangelo o i testi sacri per rafforzare un’idea di umanesimo, semplicemente perché non credo che le religioni servano a qualcosa se non a dividerci ulteriormente. Quindi evito anche di fare mio il pensiero del Papa. Lui fa bene il suo lavoro ma non mi rappresenta.

Credo che tra qualche anno saremo rimasti pochi italiani in questo Paese che invecchia e non si rigenera e così, solo per semplice pragmatismo, abbiamo bisogno di un’immigrazione controllata ma necessaria alla crescita economica di tutti. Per questo va cambiata la legge Bossi-Fini che impedisce qualsiasi migrazione e la rende clandestina e quindi criminale. E’ una legge di propaganda, pensata per tenerci tutti in uno stato di emergenza e di allarme permanente, senza guardare la realtà dei numeri e delle nostre necessità.

E per le ragioni sopra esposte non mi spaventa una nave piena di disgraziati. Anzi, fatela attraccare. E pure tutte le altre in arrivo.

25 Aprile

Di solito c’era il sole e una leggera arietta massaggiava i piccoli tricolori aggrappati a tutti i balconi dei palazzi attorno. La mattina andavo a vedere mio nonno Modesto, che dopo la messa, partecipava al corteo fino al monumento ai caduti, portando nelle mani la grande bandiera italiana dell’Associazione Combattenti e Reduci. Aspettava quel giorno tutto l’anno anche se non lo diceva. Lui non era per la retorica o le cerimonie ma quel giorno si vestiva in giacca e cravatta perché era davvero una festa.

Con lui decine di altri anziani vestiti a festa, capelli tirati a lucido e profumati di dopobarba alla menta, con le cravatte granata dal nodo stretto e le coccarde tricolori sul petto. Ad accompagnarli c’erano i carabinieri, il maresciallo e i suoi uomini. Era una sensazione forte vedere gli uomini dello Stato sfilare accanto a tanti comunisti italiani.

Il sindaco pronunciava il discorso davanti al monumento. Erano parole solenni, di storia e futuro, diritti, Costituzione e libertà. E poi parole sentite, commosse, di ricordo verso le vittime dei nazi-fascisti e di vent’anni di dittatura. Era un tripudio di retorica partigiana di cui erano ebbri le donne e gli uomini delle nostre istituzioni. Non c’era distinzione tra militanza, politica, ruoli amministrativi. Il Comune era antifascista in ogni articolazione.

Mi pareva che i neofascisti non fossero un problema del paese, ma una marginalità ininfluente, espulsa dalla storia. Quel giorno giravano alla larga anche quei pochi rimasti, testa bassa, nelle loro case a vivere la giornata come fosse il giorno più buio di tutti. A me parevano pochi e se anche non lo erano, comunque non riuscivano a conquistare spazi di rappresentanza. La maggioranza era festosa, libera, spensierata.

Quel giorno, come ogni anno, è ancora più bello perché è il compleanno di mia mamma. Mi piace tanto quel giorno. Mi piace tutti gli anni. Cerco di ripetere come posso i riti della giornata. Anche se quella maggioranza festosa e fortemente antifascista scricchiola da un po’ di tempo.

Da anni mio nonno non c’è più, cosi come tutte le comparse e i protagonisti di quel periodo. I neofascisti, anno dopo anno, rialzano la testa e un vento freddo di paure e razzismo soffia anche in primavera. I piccoli tricolori sui balconi dei palazzi sono ormai pochissimi.

Cerchiamo comunque, non più maggioritari, di resistere ai molteplici segnali di insofferenza verso la Festa di Liberazione, che è una Festa di parte, quella giusta e democratica. E per questo appartiene a tutti gli italiani.

Nulla è perduto

Sono uscito dal PD nel maggio scorso e sono rimasto senza partito, senza appartenenza. Militavo da quando ho la maggiore età ed ora sono solo. Il non essere più il vicesindaco ha facilitato la scelta. Ma ho continuato a seguire il PD e a soffrirne per le disavventure. A sentirmi lontano e vicino allo stesso tempo.

Dopo la mazzata elettorale di domenica non mi sono concentrato su Renzi e sui trombati del parlamento (loro non mi interessano più), ma sulle facce delle persone che conosco. La prima cosa sono le facce delle persone, la loro delusione. E’ quella che mi interessa, su cui mi concentro. Le facce deluse delle persone che in questi mesi, durante la fredda campagna elettorale, mi hanno più volte chiesto di tornare a dare una mano, di non rompere i legami. Sono le persone del quartiere, della sezione sotto casa, del gazebo al mercato.

C’è il giovane segretario che cerca di dare la carica con passione, i consiglieri comunali che provano a migliorare la città, una manciata di pensionati che mi parlano ancora come se fossi un tesserato del partito e mi fanno sentire ancora una volta a casa. C’è la sindaca alle prese con i problemi concreti della gente. E poi ci sono quelli che incontro per strada, disorientati ma aggrappati al vincolo ideale e ormai incerto che ci lega: la sinistra.

Tutti appesantiti dall’esito elettorale, tristi per la marginalità della nostra periferia politica, dei nostri tanti pensieri. Sarebbe bello poter tornare indietro, quando la sezione funzionava, c’era gente e riuscivamo anche a fare le feste de l’Unità. Non sono trascorsi più di cinque anni, non un’eternità. Ma è avanti che bisogna andare. Adesso bisogna andare avanti e ricostruire tutto, ripartendo dai nostri limiti per rivedere l’agenda politica.

Ripartire dal mio quartiere, dai nostri quartieri e moltiplicare la fiducia nelle persone che si impegnano e che possono tornare ad essere contagiose. Perché non c’è altra soluzione che ripartire da qui e moltiplicare lo sforzo per i villaggi, le comunità, le città italiane.

Tutta la gente che conosco esiste ancora, non ha cambiato idea su come dovrebbe essere il Paese, ma è solo in stand by e va riattivata. Attende una nuova guida che sia adeguata, credibile e pronta all’ascolto. Perché noi ci siamo.

“Loro almeno ci ascoltano”

“Davvero, non ti offendere”.
“Non mi offendo”.
Ma lei insiste perché ha un carattere insistente e vuole davvero sincerarsi che io non ci resti male. Perché dopo tanti anni mia cugina questa volta non voterà il PD. E me lo dice come se io ne fossi ancora un dirigente, come qualche anno fa, quando la vita di partito entrava nella mia vita reale fino a confonderla.
“Non ti preoccupare non mi offendo”.
“D’altra parte – continua lei – ci avete abbandonato”.

Anche se non sento di aver abbandonato nessuno, capisco a cosa si riferisce.
Lei è una maestra elementare, di quelle non laureate a cui avevano dato il ‘ruolo’ e poi, dopo una sentenza di uno dei tanti tribunali italiani, glielo hanno anche tolto. Era in rotta con il governo, come molti altri colleghi, già dalla “buona scuola” ma ora è davvero incazzata. Basta sentire la sua voce al telefono per farmi tastare dal vivo quel rancore di cui tanto si parla e che la sinistra sembra non riuscire a vedere, a tradurre e a trasformare in progetto. Quello di persone come tante che vivono del solo lavoro onesto e vorrebbero solo continuare a farlo.

Ora mia cugina (sono sicuramente empatico con lei per ragioni di affetto) rischia di non insegnare mai più perché non avrebbe i requisiti, ovvero la laurea. Come lei altri decine di migliaia di insegnanti. Forse è giusto nel 2018 avere una laurea per insegnare, ma cancellare i maestri che lavorano da tempo è ingiusto.

Lei è una maestra capace e apprezzata con all’attivo vent’anni di onorato servizio, con una passione vera che costa sacrifici, come girovagare da supplente di scuola in scuola, rispondere repentinamente a chiamate dell’ultimo minuto e colmare larghe distanze in auto, a sue spese, senza mai lamentarsi. Ogni anno lascia una classe ed è come chiudere un libro di affetti e ricompense fatte di bambini e famiglie a cui hai lasciato qualcosa in più.

Tra cortei, proteste e sit-in si batte per il suo lavoro e spera che qualcuno al governo non si giri dall’altra parte e non butti via un’altra professionalità.
“Non ti offendere ma forse voterò i 5 stelle”.
“No dai…quelli no. Vi promettono tutto e poi non manterranno. Sono cose già viste”.
“Forse hai ragione tu ma almeno loro ci ascoltano”.

Ed eccola, concreta, la dimostrazione del fatto che ci sono settori della società che hanno divorziato con il PD. Se quelli come mia cugina si sentono abbandonati dal centrosinistra, a cosa serve il centrosinistra?

Made in Italy

Alle 4 e mezza del pomeriggio, tutti i giorni, uscivamo da scuola e attraversavamo la strada per entrare nel parchetto. Eravamo tutti tra gli 8 e i 10 anni e correvamo dietro al pallone fino al tramonto. Non c’erano i papà e le mamme ad aspettarci fuori dai cancelli, ma solo qualche nonna a controllare che fossimo ancora lì. Eravamo pressoché soli, lasciati liberi di sfiorare i pericoli.

Poco più in la, tra gli alberi e le siepi del parco, c’erano i drogati. Larghe compagnie di capelloni, con moto e motorini, occhiali scuri e jeans chiari, facce che mi sembravano truci. Si facevano alla luce del sole e ci facevano paura e noi stavamo alla larga cercando di non spedire mai la palla in quella zona. A terra c’erano decine di siringhe sporche. Erano il mio incubo, le sognavo di notte, che mi pungevano sotto i piedi.

La camionetta Fiat dei carabinieri entrò nella piazza sotto casa. Due bande numerose di ragazzotti se le davano di santa ragione, qualcuno tirò fuori un coltello. Un appuntato estrasse la pistola e sparò in aria. Sento ancora il rumore sordo di quel colpo finito chissà dove. I ragazzi coi coltelli fuggirono via. Noi, col pallone tra i piedi, ci nascondemmo per la discesa dei box, col cuore in gola.

Una mattina vicino alla scuola un elicottero tuonava sulle nostre teste, fermo sopra una palazzina gialla. Uomini armati di mitra con i giubbotti antiproiettile scesi dalle alfette corsero dentro. Noi, con la cartella sulle spalle, ci fermammo ad osservare quasi divertiti, come fossimo davanti alle riprese di un film. Dopo qualche minuto gli stessi uomini, rapidi e decisi, uscirono dal palazzo trascinando di peso quattro giovani ammanettati. Si seppe poi che erano terroristi e stavano li, nel loro covo da mesi, a pochi decine metri dalla nostra scuola.

Cronache del 1980 dalla nostra periferia, una come molte altre. I molti coetanei che non possono scordare questi episodi ora sono padri e madri premurosi, che vanno a prendere i figli a scuola con rigorosa puntualità per la paura che possa accadere qualcosa di irreparabile. Molti si sono scordati di quelle cose poco belle che abbiamo visto da piccoli, anzi guardano con affetto ad un passato in cui rintracciano solo deliziosi ricordi.

E sono incazzati per il presente che fa paura. E danno la colpa agli stranieri che hanno trasformato il nostro “paradiso” in una terra di nessuno, senza regole e senza ordine. Ma ieri il nostro non era un paradiso, c’erano molti dei problemi di oggi e forse di più.  I tossici morivano come mosche, si giocava a calcio tra le siringhe, le rapine a mano armata erano quotidiane, potevi incappare in una rissa tra spacciatori e i terroristi abitavano nella casa accanto. Ma andava bene così, perché era tutto made in Italy.

Il fascismo fa schifo

Cesare Scurati, presidente dell’Anpi di Cormano, racconta che il nonno Cesare, a cui è intitolata la piazza del Comune, se la passava male ai tempi del fascismo. Era stato sindaco socialista prima del regime e nel 1915 fu tra i fondatori della cooperativa, la prima cooperativa di mutuo soccorso di poveri cristi di campagna.

Nelle frequenti scorribande serali per l’unica via del paese (via Umberto I, oggi via Dall’Occo), le camicie nere, perennemente offuscate dal vino delle osterie, come diversivo alla noia usavano irrompere nelle case degli oppositori e dello Scurati stesso per dar loro una lezione di intimidazioni, botte e olio di ricino.

Scurati resisteva passivamente con una certa dignità, tanto da guadagnarsi la stima diffusa dei paesani, che perdura anche oggi. Ovviamente gli squadristi ben si guardavano dall’irrompere nelle case padronali, dove dormivano sonni tranquilli i notabili, eterni proprietari delle terre, che continuavano ad avere soldi e potere e contro i quali la furia rivoluzionaria dei fascisti aveva giurato una guerra aperta solo di facciata, mai combattuta.

Basterebbe questa piccola storia di ordinaria ingiustizia per confermare la schifezza del fascismo, forte coi deboli e debole coi forti. Nessuna bonifica paludare o treni in orario possono nascondere la viltà del fascisti. Schifezza che si traduce in un semplice fatto sistematico e costitutivo: la violenza di molti uomini contro uno.

Basterebbe avere la pazienza e la tenacia di raccontare la storia di Cesare ai giovani per suscitare, ne sono certo, un banale e meccanico moto di repulsione ed evitare emulazioni pericolose. Perché la vigliaccheria non piace a nessuno, anche se poi sono in molti a praticarla.

I fascisti sono riusciti nel miracolo di trasformare la loro vigliaccheria in mitologia dell’uomo forte. Uomini forti e audaci che picchiavano persone miti e disarmate. Uomini sprezzanti del pericolo che facevano la spia a capo chino ai tedeschi per segnalare i connazionali da mandare a morire. Uomini forti che il giorno dopo la Liberazione hanno sotterrato le camicie nere nel campo e sono tornati democratici in abiti civili. Ripuliti e al sicuro, tanto lo sapevano che Cesare Scurati e quelli come lui non si sarebbero mai vendicati.

Il lavoro degli altri

Esistono dei vantaggi nell’essere pendolare in orari non di punta (non presto la mattina e tardi la sera). Posso salire sul treno, sedermi, e lasciarmi trasportare per 18 minuti, che è più o meno il tempo necessario per coprire la distanza tra Cormano e Milano Cadorna. Posso osservare l’anomia degli altri viaggiatori rapiti dagli smartphone o semplicemente lasciare che la mente cazzeggi libera.

Ma poi c’è la quotidiana inefficienza di Trenord, che mi riporta ai disagi dell’essere pendolare e che maledico a bassa voce. A partire da quei cinque-dieci minuti di ritardo cronico in ogni maledetta corsa. Ritardi che fanno incazzare molti.

E’ sera, verso le 9, e assisto a un’aggressione verbale da parte di una donna di mezza età nei confronti di un giovane macchinista. Il treno è fermo al binario, chiuso, vuoto e spento. Come accade spesso alla stazione di Cadorna. E sarebbe dovuto partire già da otto minuti. Il macchinista sta dirigendosi verso la motrice per farlo partire e la donna, ferma come molti altri sulla banchina in attesa, protesta vigorosamente.

I due vengono presto ad insulti reciproci, nell’incredulità inebetita dei più. Intervengo per riportare la calma. Sopravvalutandomi come al solito e ritenendomi il più disinteressato ai danni di un ritardo del treno mentre invece vorrei anche io urlare tutta la mia ira contro il giovane macchinista che, per fortuna, decide di lasciar perdere la zuffa, ma mi invita inaspettatamente a seguirlo.

Lo seguo mentre vorrei strozzarlo. Salgo con lui sulla motrice, in testa al treno, nella cabina di “comando”. Li dentro fa un caldo infernale, manco fosse la sala macchine di un treno a vapore. Lui accende un po’ di aggeggi sulla plancia. Il resto dell’abitacolo stretto resta al buio. Poco dopo sale anche il capotreno, un signore sui 60 anni, per nulla sorpreso dalla scena di prima e dal fatto di avermi tra i piedi.

Mentre il treno finalmente parte (con i suoi 16 minuti di ritardo) i due iniziano a raccontarmi un po’ di cose. Che più o meno posso riassumere così: i ritardi cronici sono dovuti a troppe corse e una rete ferroviaria ancora troppo fragile e piena di guasti. Il personale è numericamente insufficiente con responsabilità molto elevate. La carenza di informazioni al pubblico è strutturale e ricade sulle spalle di chi lavora sui treni senza avere l’addestramento per affrontare momenti di crisi. Lavorare sui treni è diventato molto pericoloso per il numero dilagante di maleducati e violenti che li usano e li sporcano. Gli stipendi sono fermi da anni.

Arrivo a Cormano che l’elenco dei malanni delle ferrovie è ancora lontano dall’essere completato. Scendo e saluto augurando loro le meglio cose. Da domani sarò più attento a dare giudizi sul lavoro degli altri.

Un PD così così ma meglio degli altri

Quasi dieci anni fa sciogliemmo i Democratici di Sinistra per confluire nel Partito Democratico. Altri sciolsero il Partito Popolare per fare la stessa cosa. Il nuovo partito fu deciso da poche persone a Roma. Noi, militanti delle sezioni, ci adeguammo. Alcuni non accettarono di mandare in soffitta i DS e fondarono Sinistra Democratica. A Cormano, roccaforte rossa, furono molti a fare questa scelta.

Con i compagni che presero la strada alternativa al PD passammo lunghe e difficili riunioni a cercare accordi per dividere ciò che restava del patrimonio comune (soldi, materiali, bandiere, ricordi).  Iniziammo a guardarci quasi da estranei. Alcuni di loro biasimavano la mia scelta e continuano a farlo. Fu doloroso. Dal canto mio facevo training quotidiano per cercare di convincermi del fatto che avevo preso la giusta decisione. D’altra parte il mondo aveva fatto molti giri su se stesso e tutto era cambiato. Bisognava unire le culture del riformismo italiano per aspirare ad un partito forte, largo e di governo.

Tenni la “prima” cormanese del PD nel cortile della mitica cooperativa la Vittoria. Era una sera di fine estate. Quando attaccai a parlare non era ancora buio. Feci il peggior discorso della mia “carriera”. Di gente ad ascoltare ce n’era. Erano venuti anche tutti i compagni che nel PD non sarebbero mai entrati. Cercai di convincere tutti, me compreso, della bontà dell’operazione in relazione al cambio delle condizioni sociali, economiche, politiche. Alla fine mi resi conto di aver parlato con la solita enfasi e passione ma di non aver convinto granché.

Quella stessa identica sensazione mi ha accompagnato per tutti questi anni. Ho parlato tanto, ho ascoltato e incontrato tanti amici e compagni in numerosi circoli del PD e ne sono uscito sempre con le idee poco chiare. Con la sensazione della mancanza di certezze ideologiche che persiste e che rischia di riportarmi a cercarle e trovarle nel passato.

Perché il presente è complicato. Non appassiona che per pezzetti. Ci sono diritti per cui vale la pena battersi che riguardano un ventaglio sparpagliato di ceti e partite in cui gli stessi ceti sono gli uni contro gli altri. Tutto è maledettamente complicato. Il PD non riesce a dotarsi di idee forti perché è impossibile possedere una proposta unica al giorno d’oggi.

Ecco perché il buonsenso dei democratici è troppo spesso scambiato per mollezza. Ecco perché anche le riforme giuste introdotte dagli ultimi governi sono giudicate come favori all’establishment. Ecco perché gente complissivamente impoverita e senza più chiese si affida a chi urla, sbraita, dice tutto e il suo contrario ma promette muri e protezione per trovare salvezza.

Da parte nostra qualsiasi tentativo di procedere alla riformulazione di dotazioni ideologiche rischia di spostarci nella tradizione e di conseguenza fuori dal campo di gioco. Un campo dove sono diventati molto popolari movimenti arrabbiati e rapidi. I cinque stelle e le destre sono la stessa cosa perché è la rabbia la passione più forte di questi anni veloci e difficili.

Il Pd ha molti difetti e carenze che dobbiamo impegnarci a superare. Sapendo che il 30 per cento dei consensi lo rende ancora abbastanza popolare.  Il PD a volte è anche arrogante, saccente, governista. Vero. Ma di certo non impedisce ai suoi deputati di parlare ai giornalisti e se hai idee puoi partecipare e se sei credibile puoi sempre provare a diventare segretario.

Il diritto alla mediocrità

Auguri di buon natale a tutti quanti. E che il nuovo anno porti felicità. Auguri ai giovani prima di tutti gli altri. Che non hanno molto da festeggiare. Poco lavoro, poche prospettive, poco di tutto. Davanti un futuro stretto, competitivo, difficile. Buon natale, soprattutto, a quelli di loro che non primeggiano, che non eccellono, che fanno fatica a rigare dritti e che aspirano ad un lavoro come tanti, per stare in piedi e poco di più.

Auguri a chi non conosce le parole università, dottorato, master, anno sabbatico, carriera. A chi alla fine della terza media ha fatto il professionale o l’apprendistato. A chi ha un diploma tecnico e risicato con cui non ha combinato nulla.

Auguri ai giovani delle periferie, alle commesse, ai commessi, alle segretarie, a quelli dei call center, ai baristi, ai tranvieri, ai meccanici, agli operai che sono tutti comunque precari e che ogni giorno ringraziano comunque il cielo. Che sono tantissimi, replicanti le culture dei padri e delle madri, indifferenziati e voraci utenti del digitale, che stermina i loro stessi posti di lavoro.

Auguri ai giovani pendolari, normali, medi, indistinti. Ai giovani mediocri che non vorrebbero lavorare ma sono costretti a farlo, a chi invece lavora bene e si impegna e a chi lo fa e basta. A chi spera che arrivi la festa e a chi sogna ad occhi aperti un’altra vita, un altro modo.

Auguri a chi cerca e non trova un lavoro e a chi non lo cerca più. A chi espatria e si sente anche dire da un ministro della Repubblica che certi di loro è meglio che si siano tolti dai piedi. Auguri a chi finisce nei guai perché non riesce proprio a starci dentro, a chi non ha avuto opportunità, a chi le avute ma poi le ha viste svanire per la sua stessa negligenza.

Auguri ai giovani che non ce la faranno mai ad essere i migliori perché semplicemente sono meno dotati di altri. Auguri al pezzo di piramide che sta alla base perché presto ritrovi le ragioni concrete per riaccendere la pratica della protesta. E auguri al diritto sacrosanto di stare al mondo a modo nostro, imperfetto, instabile, incompiuto.