Di sinistra, di periferia

Sono di sinistra. Leggo libri, ho velleità da intellettuale, scribacchio anche qualcosa, vorrei essere un radical chic ma non ho il fisico né il conto in banca. Però mi piace la gente che studia, che riflette, che usa bene l’italiano, che pensa in modo corretto, che non odia, che fa la fila per assistere ai dibattiti.

Ai miei colleghi giornalisti neo-salviniani (ce ne sono tantissimi saliti sul carro nell’ultim’ora), quelli che pensano che non essere razzisti sia un lavoro esclusivo da benestanti col cashmere, rivelo una cosa: io, ad esempio, sto in periferia.

Frequento migranti italiani praticamente da una vita (alcuni miei compagni delle elementari arrivarono da Calabria e Puglia e non ci capivamo un granché), abito accanto ai migranti stranieri, le povertà mi bussano alla porta, ho un reddito da impiegato, viaggio (malissimo) su Trenord, pago il mutuo e i soldi non bastano mai. Ma non odio nessuno, nessuno mi può né mi deve fare paura. Se arrivano i migranti devo fare posto perché nessuno in famiglia mi ha insegnato ad essere respingente. Non ci riuscì nemmeno il mister a calcio, quando mi esortava ad allargare i gomiti in campo per difendermi dagli assalti degli avversari.

Il mercatino dell’usato del sabato, quello affollato a pochi metri da casa, pieno di poveracci africani, pakistani, indiani e rom, non mi fa schifo come a molti miei concittadini che raccolgono le firme per lo sgombero. Nella mia testa quella piazza è un’opportunità di baratto e guadagno minimo per tutti quelli che campano a mala pena e, anche se non rappresenta il mio ideale di bellezza, pazienza.

Penso che il mondo sia pieno di imperfezioni e sto imparando a viverlo per come si presenta, senza la presunzione di poterlo modellare come lo vorrei. Non temo i migranti nemmeno quando stravolgono la geografia del mio orticello o calpestano le strade dell’infanzia che sono abituato a vedere frequentate solo da persone conosciute. Ho l’ambizione di perdere le sicurezze e di evitare le rassicurazioni. E’ il mio modo per vivere la vita come fosse un’avventura, per tuffarmi nel mondo.

Non sono per niente un buono, ma penso che provare a tollerare, ad aprirsi pur rimanendo in guardia, sia meno faticoso che entrare in guerra con lo straniero. Non sventolo il vangelo o i testi sacri per rafforzare un’idea di umanesimo, semplicemente perché non credo che le religioni servano a qualcosa se non a dividerci ulteriormente. Quindi evito anche di fare mio il pensiero del Papa. Lui fa bene il suo lavoro ma non mi rappresenta.

Credo che tra qualche anno saremo rimasti pochi italiani in questo Paese che invecchia e non si rigenera e così, solo per semplice pragmatismo, abbiamo bisogno di un’immigrazione controllata ma necessaria alla crescita economica di tutti. Per questo va cambiata la legge Bossi-Fini che impedisce qualsiasi migrazione e la rende clandestina e quindi criminale. E’ una legge di propaganda, pensata per tenerci tutti in uno stato di emergenza e di allarme permanente, senza guardare la realtà dei numeri e delle nostre necessità.

E per le ragioni sopra esposte non mi spaventa una nave piena di disgraziati. Anzi, fatela attraccare. E pure tutte le altre in arrivo.

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