Estate

 

21 giugno 1985

L’estate arrivò, attesa da anni, nella nuova piazza, successivamente intitolata a Sandro Pertini. Un numero inverosimile di persone di ogni età prese a frequentarla in lungo e in largo appena tramontato il sole. I vecchi affollavano le nuove e scomode panchine in marmo, i giovani si raggruppavano in diverse e numerose bande sulle sponde, sguaiati e leggeri addosso ai motorini, i bambini sulle bici gironzolavano sul pavé al centro, dove lo spazio prende forma di ottagono.

Il bar centrale non riusciva a star dietro alle ordinazioni e le canzoni del jukebox faticavano ad emergere dal vociare potente. Sul lato opposto aprì anche una piccola gelateria che l’estate successiva divenne una grande gelateria. La costruzione della piazza era attesa da anni. Andò a coprire una gigantesca buca che, anomala e detestata, stava lì in mezzo al paese dalla notte dei tempi.

Era come se, insieme con l’estate, fosse arrivata una vita nuova. E, nei miei ricordi di ragazzino, mi sembrava che il mondo fosse tutto lì e non ci fosse bisogno di nient’altro. I padri, le madri, i nonni, gli amici, i parenti erano gli attori di quel mondo. Tutti presenti in un reticolo di relazioni forti e fragili a cercare un po’ di fresco e a condividere la noia di quei crepuscoli infiniti. A casa ci stavano in pochi, proprio chi non aveva le forze per uscire. Starsene in casa nelle sere calde era un’anomalia.

C’era un bisogno tangibile di condividere, di esserci, di esporsi carne ed ossa. Era un tipo di società ancora a cavallo tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Non erano sempre serate facili e non era sempre una festa. A volte il caldo e l’essere in tanti provocava tensioni, liti, scenate. In pochi minuti però tornava il sereno. Andò avanti così per alcuni anni. La piazza del paese fu davvero una piazza.

21 giugno 2018

Piazza Pertini oggi è deserta. Il bar chiude sempre troppo presto e la gelateria non esiste più. Dei giovani non c’è traccia. Ogni tanto passano a piccolissimi gruppi ridacchiando a bassa voce e chissà dove vanno incollati con gli sguardi agli smart-phone. Le panchine di marmo, rosicchiate dall’andar del tempo, sono ancora ben piantate a terra ma nessuno ci si accomoda più. Chi lo fa resiste qualche minuto ma ha tutta l’aria di non rilassarsi. Anche chi passeggia per far pascolare il cane si guarda intorno, come fosse in guardia.

Nel deserto della sera, il buio è appena disturbato delle luci della piazza e la paura si può respirare. Paura di cosa, non saprei. Forse paura per via delle cose che dicono alla tv, dei migranti, degli zingari, dei ladri, dei rapinatori, dei violenti. Meglio stare alla larga. Meglio stare in casa. Dentro i palazzi, attorno alla piazza, ci sono centinaia e centinaia di persone che la sera calda dell’estate preferiscono trascorrerla nel comfort dell’aria condizionata, della tv on demand, sulle chat e nei social.

Per quasi tutti è il modo migliore per rilassarsi dopo una giornata pesante di lavoro. Oggi per uscire di casa serve un motivo che sia davvero valido, un intrattenimento che ne valga davvero la pena. Troppo poco e troppo desolante condividere la noia in una piazza con tutti gli altri. E’ forse la normalità del 1985 che ci spaventa e che non vogliamo più rivivere. Nel frattempo però si svuotano i luoghi pubblici e diventano luoghi di nessuno e della paura. E siccome non c’è nessuno c’è bisogno di accendere telecamere di sorveglianza, che ci rassicurino, che ci diano l’impressione del controllo assoluto.

Mentre accendiamo le telecamere, diventiamo tutti più poveri. Continuo a pensare che il presente sia migliore del passato e che il futuro sarà ancora meglio. Per questo mi tocca tornare a dire, con i pochi mezzi che ho a disposizione, che la piazza vuota non mi piace e che il primo degli obiettivi politici, prima ancora che ricostruire la sinistra, è tornare a riempirla di persone.

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