Giù dal treno

Poco prima delle otto di sera il treno che ci riporta a casa è un luogo silenzioso. Odora di chiuso, di fatica e di profumi esausti dopo la giornata di lavoro. Trenord ci ospita in pochi vagoni stretti e la convivenza di quei venti minuti a volte diventa difficile. Molti restano in piedi con la testa china sugli smart-phone. Ci sono donne, uomini, giovani dall’accento del sud, turisti e migranti.

Poi finalmente il treno rallenta e arriva a Cormano-Cusano. Un suono ripetuto tre volte precede l’apertura delle porte che schioccano e lasciano entrare una boccata d’aria fresca. Scendo con tanti altri pendolari. La sera d’autunno è tiepida e serena. Sto pregustando la semplicità della situazione. Scenderò le scale del sottopasso e le risalirò per trovarmi nel piazzale e passeggiare verso casa tra le foglie cadute dai platani, infilandomi più in la nel borgo, che con i primi freddi trasuda umido e sa di camino.

La scena, imprevista, dura un attimo e devo fermarmi per capire cosa stia succedendo. Faccio in tempo a vedere una donna di mezza età scaraventare fuori dal vagone una bicicletta e subito dopo un borsone con la scritta Glovo. Osservo impietrito con altri pendolari dalla banchina. Subito dopo un ragazzo di colore esce in silenzio dal treno con la testa bassa per recuperare bici e sacco.

“Hai rotto con sta bici. Vaffanculo”, urla la donna spezzando il silenzio.
Il giovane non risponde, non la guarda nemmeno. Riprende rapido le sue cose e risale sul treno come nulla fosse accaduto. Osservando, credo, un codice non scritto da nessuna parte che si chiama sopravvivenza. Meglio evitare guai con gli italiani. Meglio stare zitti mentre qualcuno, a cui la giornata è andata evidentemente male, ti getta fuori dal treno la bicicletta, che adesso ingombra il passaggio ma che forse più tardi le porterà il cibo a casa.

“Brava. Brava. Devono capirlo. Devono andarsene”, urla un signore sui sessanta proprio vicino a me. Qualcun altro annuisce come a dire: “Era ora”. Altri tornano a camminare verso l’uscita, ordinati nei loro pensieri. Indifferenti. Sul treno nessuno fiata. C’è solo una ragazza che prova a chiedere alla donna il perché di un gesto del genere. Ma la sua domanda cade nel vuoto.

“Non c’era bisogno di gettare una bici fuori dal treno, basta chiedere permesso”, provo ad obiettare ad alta voce mentre il treno riparte. Ma l’uomo sui sessanta ha voglia di litigare e mi guarda con aria di sfida. “Chi è lei? Che vuole? Stia zitto. Avete riempito l’Italia di questa gente a adesso volete anche parlare?”
Decido che non è il caso di andare oltre, mi giro e lo ignoro.

Tornando amareggiato verso casa, mi sono chiesto se quella donna, così incazzata, avrebbe gettato dal treno la bici di un ragazzo bianco. Non credo l’avrebbe mai fatto. Questo è razzismo. E anche l’indifferenza è razzismo. E non ha alcuna giustificazione, alcuna attenuante.

La donna, il sessantenne e tutti gli altri che annuivano non sono vittime. Non basta l’esasperazione del cosiddetto ceto medio impoverito a fornire un salvacondotto generale a questo clima bestiale che sta montando. E che risulta normale a troppe persone, che ormai lo considerano un affare ordinario del panorama cittadino. Anche a Cormano.

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