Il lavoro degli altri

Esistono dei vantaggi nell’essere pendolare in orari non di punta (non presto la mattina e tardi la sera). Posso salire sul treno, sedermi, e lasciarmi trasportare per 18 minuti, che è più o meno il tempo necessario per coprire la distanza tra Cormano e Milano Cadorna. Posso osservare l’anomia degli altri viaggiatori rapiti dagli smartphone o semplicemente lasciare che la mente cazzeggi libera.

Ma poi c’è la quotidiana inefficienza di Trenord, che mi riporta ai disagi dell’essere pendolare e che maledico a bassa voce. A partire da quei cinque-dieci minuti di ritardo cronico in ogni maledetta corsa. Ritardi che fanno incazzare molti.

E’ sera, verso le 9, e assisto a un’aggressione verbale da parte di una donna di mezza età nei confronti di un giovane macchinista. Il treno è fermo al binario, chiuso, vuoto e spento. Come accade spesso alla stazione di Cadorna. E sarebbe dovuto partire già da otto minuti. Il macchinista sta dirigendosi verso la motrice per farlo partire e la donna, ferma come molti altri sulla banchina in attesa, protesta vigorosamente.

I due vengono presto ad insulti reciproci, nell’incredulità inebetita dei più. Intervengo per riportare la calma. Sopravvalutandomi come al solito e ritenendomi il più disinteressato ai danni di un ritardo del treno mentre invece vorrei anche io urlare tutta la mia ira contro il giovane macchinista che, per fortuna, decide di lasciar perdere la zuffa, ma mi invita inaspettatamente a seguirlo.

Lo seguo mentre vorrei strozzarlo. Salgo con lui sulla motrice, in testa al treno, nella cabina di “comando”. Li dentro fa un caldo infernale, manco fosse la sala macchine di un treno a vapore. Lui accende un po’ di aggeggi sulla plancia. Il resto dell’abitacolo stretto resta al buio. Poco dopo sale anche il capotreno, un signore sui 60 anni, per nulla sorpreso dalla scena di prima e dal fatto di avermi tra i piedi.

Mentre il treno finalmente parte (con i suoi 16 minuti di ritardo) i due iniziano a raccontarmi un po’ di cose. Che più o meno posso riassumere così: i ritardi cronici sono dovuti a troppe corse e una rete ferroviaria ancora troppo fragile e piena di guasti. Il personale è numericamente insufficiente con responsabilità molto elevate. La carenza di informazioni al pubblico è strutturale e ricade sulle spalle di chi lavora sui treni senza avere l’addestramento per affrontare momenti di crisi. Lavorare sui treni è diventato molto pericoloso per il numero dilagante di maleducati e violenti che li usano e li sporcano. Gli stipendi sono fermi da anni.

Arrivo a Cormano che l’elenco dei malanni delle ferrovie è ancora lontano dall’essere completato. Scendo e saluto augurando loro le meglio cose. Da domani sarò più attento a dare giudizi sul lavoro degli altri.

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