Il medico amico

L’altro giorno sono sceso per portare fuori la spazzatura. Roberto passava in bicicletta sulla
strada deserta mentre imbruniva e si è fermato per un rapido saluto. Gli ho chiesto come stava la mamma e lui ha sorriso: “Bene grazie”. Era di fretta e ho fatto in tempo solo a bofonchiare un “come va?” da sotto la mascherina stretta, alludendo alla sua attività di medico e sperando in qualche modo di essere rassicurato sull’andamento dell’epidemia. Ha alzato le spalle facendomi intendere che nell’emergenza non c’è molto tempo per fermarsi.
D’altra parte Roberto è uno che corre sempre anche in tempi normali, in bici, a piedi, in piscina e di rado si sofferma a parlottare più del dovuto. Fa parte del suo tratto personale che può apparire burbero. Ma anche discreto. Ed è per questo che non mi ha detto che stava correndo per le case dei cormanesi a dare una mano da volontario. Non mi ha detto che, finito il lavoro in corsia, prende la bici e diventa un “medico amico”, istituito dal comune per monitorare le persone che presentano sintomi compatibili a quelli del covid-19. Me lo hanno detto altre persone, solo ieri.
Ho pensato diverse cose tutte insieme. Ho pensato ai medici in prima linea, che adesso rischiano la vita con gli infermieri e chi lavora a contatto coi malati. Ho pensato che io, i medici, li ho sempre apprezzati, anche quando ho incontrato tra di loro qualcuno non proprio motivato. E poi ho pensato a Roberto, medico prima di tutto, che risponde alla chiamata del suo comune e si fa avanti con coraggio.
C’è sicuramente la parola orgoglio in questa storia di vicinato. Quella che lui rappresenta per molte persone. Prima di tutto per la sua mamma Renata, che è stata operaia, sindacalista e poi assessora ai servizi sociali del nostro comune. A lei ho pensato. Al fatto che alla classe operaia nessuno ha mai regalato nulla e se il figlio di un’operaia diventa dottore e nella fattispecie medico (un medico che aiuta gli altri senza un tornaconto) allora il cerchio si chiude. E significa che le lotte non sono solo un ricordo di altri tempi. Ma vivono negli occhi e nelle giornate di Roberto e di tanti come lui. E come me.
Alla Renata, alle nostre madri e ai nostri padri che ci hanno insegnato con semplicità che essere qualcosa vale più di avere qualcosa, riservo tutta una speciale gratitudine. E l’orgoglio della nostra storia, quella della sinistra cormanese (non è strumentalizzazione ma realtà), del solidarismo e della cooperazione, linfa vitale che pulsa forte anche nella città di oggi, attraverso le associazioni, l’impegno di tanti, le molteplici risposte ai bisogni collettivi e individuali dei più fragili. Non è un caso che la giunta di centrodestra, attualmente al governo della città, non abbia torto un capello all’impianto del welfare costruito dalla sinistra in tanti anni di onesto lavoro.

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