La vergogna dei porti chiusi

Ci sono diverse occasioni in cui mi vergogno di essere italiano. E non perché vorrei essere francese, inglese o tedesco. Ma perché nonostante il profondo orgoglio di essere italiano, molto spesso detesto ciò che accade in Italia.

Detesto i porti chiusi, ad esempio. Vorrei che il mio Paese sapesse accogliere chi arriva dal mare. Chiunque. L’obiezione più facile a questo mio desiderio buonista sta nel fatto che per quel centinaio di migranti, divisi su due navi, che da giorni si trovano nelle acque agitate del Mediterraneo, oltre a Salvini, non lo vuole né la Grecia né la Spagna, che pure hanno governi di sinistra. Obiezione che per me vale poco o nulla.

L’Italia dove vorrei vivere è un posto che dovrebbe essere avanguardia di umanesimo, dove non fanno paura gli sbarchi, capace di gestirli e di dare dignità a chi arriva. Capace di regolare gli arrivi, aprendo canali legali all’immigrazione, cosa che potrebbe depotenziare l’assurdità di tentare di raggiungere l’Europa con in gommoni.

Il discorso di Mattarella, nella sera del 31 dicembre, è stato lodato da tutti. Anche io ne ho condiviso toni, sobrietà e contenuti. Eppure mentre lui parlava, quelle due navi si trovavano in alto mare, in difficoltà, senza un approdo e con poco cibo a disposizione. Sarebbe stato senza dubbio uno strappo istituzionale da parte del Presidente invitare il ministro dell’Interno ad aprire i porti. Ad accogliere chi si trova in evidente stato di necessità.

Ed ero convinto che Mattarella avrebbe anche solo accennato a questa vergogna. E invece non l’ha fatto e non nego che sono rimasto deluso. Ma l’omissione presidenziale è segno che la chiusura dei porti del nostro Paese è diventata una cosa normale, di cui non sarà più possibile dibattere in modo esteso, senza pregiudizi, cercando di condizionare in un altro senso le decisioni prese. Almeno fino a quando non cambieranno i governanti. E spero che ciò accada molto presto.

Nel frattempo ci tocca resistere. Resistere ed assistere a episodi di quotidiana cattiveria, di brutalità normale, di banalità feroce, che dilagano anche nei luoghi meno sospettabili. Come l’altro giorno alla Coop, quella vicino casa. Una signora di una certa età, apparentemente tranquilla e perbene, dopo aver pagato la spesa alla cassa, invece di andarsene ha preferito affrontare a muso duro il giovane sorvegliante del supermercato che stava li nelle vicinanze a fare il suo lavoro.

“Adesso arriva Salvini e ve ne andate tutti a casa. Capito? A casa!”, ha sbraitato la donna, mentre il giovane sorvegliante di colore la guardava attonito.

Chi pensa che le parole della signora siano giustificate dal rancore, che è giustificato dalla paura, che è giustificata a sua volta dalla povertà dilagante, commette un errore. Non ci possono essere giustificazioni all’odio razziale, né alibi sociali validi. Il razzismo non è lotta tra poveri, come vorrebbero farci credere. Quello è solo l’effetto finale. Il razzismo nasce dai comportamenti delle elite (economiche, finanziarie, politiche, mediatiche) e diventa modello sociale ampiamente diffuso, e ovviamente necessario, al loro perpetuo rinnovarsi.

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