“Loro almeno ci ascoltano”

“Davvero, non ti offendere”.
“Non mi offendo”.
Ma lei insiste perché ha un carattere insistente e vuole davvero sincerarsi che io non ci resti male. Perché dopo tanti anni mia cugina questa volta non voterà il PD. E me lo dice come se io ne fossi ancora un dirigente, come qualche anno fa, quando la vita di partito entrava nella mia vita reale fino a confonderla.
“Non ti preoccupare non mi offendo”.
“D’altra parte – continua lei – ci avete abbandonato”.

Anche se non sento di aver abbandonato nessuno, capisco a cosa si riferisce.
Lei è una maestra elementare, di quelle non laureate a cui avevano dato il ‘ruolo’ e poi, dopo una sentenza di uno dei tanti tribunali italiani, glielo hanno anche tolto. Era in rotta con il governo, come molti altri colleghi, già dalla “buona scuola” ma ora è davvero incazzata. Basta sentire la sua voce al telefono per farmi tastare dal vivo quel rancore di cui tanto si parla e che la sinistra sembra non riuscire a vedere, a tradurre e a trasformare in progetto. Quello di persone come tante che vivono del solo lavoro onesto e vorrebbero solo continuare a farlo.

Ora mia cugina (sono sicuramente empatico con lei per ragioni di affetto) rischia di non insegnare mai più perché non avrebbe i requisiti, ovvero la laurea. Come lei altri decine di migliaia di insegnanti. Forse è giusto nel 2018 avere una laurea per insegnare, ma cancellare i maestri che lavorano da tempo è ingiusto.

Lei è una maestra capace e apprezzata con all’attivo vent’anni di onorato servizio, con una passione vera che costa sacrifici, come girovagare da supplente di scuola in scuola, rispondere repentinamente a chiamate dell’ultimo minuto e colmare larghe distanze in auto, a sue spese, senza mai lamentarsi. Ogni anno lascia una classe ed è come chiudere un libro di affetti e ricompense fatte di bambini e famiglie a cui hai lasciato qualcosa in più.

Tra cortei, proteste e sit-in si batte per il suo lavoro e spera che qualcuno al governo non si giri dall’altra parte e non butti via un’altra professionalità.
“Non ti offendere ma forse voterò i 5 stelle”.
“No dai…quelli no. Vi promettono tutto e poi non manterranno. Sono cose già viste”.
“Forse hai ragione tu ma almeno loro ci ascoltano”.

Ed eccola, concreta, la dimostrazione del fatto che ci sono settori della società che hanno divorziato con il PD. Se quelli come mia cugina si sentono abbandonati dal centrosinistra, a cosa serve il centrosinistra?

Made in Italy

Alle 4 e mezza del pomeriggio, tutti i giorni, uscivamo da scuola e attraversavamo la strada per entrare nel parchetto. Eravamo tutti tra gli 8 e i 10 anni e correvamo dietro al pallone fino al tramonto. Non c’erano i papà e le mamme ad aspettarci fuori dai cancelli, ma solo qualche nonna a controllare che fossimo ancora lì. Eravamo pressoché soli, lasciati liberi di sfiorare i pericoli.

Poco più in la, tra gli alberi e le siepi del parco, c’erano i drogati. Larghe compagnie di capelloni, con moto e motorini, occhiali scuri e jeans chiari, facce che mi sembravano truci. Si facevano alla luce del sole e ci facevano paura e noi stavamo alla larga cercando di non spedire mai la palla in quella zona. A terra c’erano decine di siringhe sporche. Erano il mio incubo, le sognavo di notte, che mi pungevano sotto i piedi.

La camionetta Fiat dei carabinieri entrò nella piazza sotto casa. Due bande numerose di ragazzotti se le davano di santa ragione, qualcuno tirò fuori un coltello. Un appuntato estrasse la pistola e sparò in aria. Sento ancora il rumore sordo di quel colpo finito chissà dove. I ragazzi coi coltelli fuggirono via. Noi, col pallone tra i piedi, ci nascondemmo per la discesa dei box, col cuore in gola.

Una mattina vicino alla scuola un elicottero tuonava sulle nostre teste, fermo sopra una palazzina gialla. Uomini armati di mitra con i giubbotti antiproiettile scesi dalle alfette corsero dentro. Noi, con la cartella sulle spalle, ci fermammo ad osservare quasi divertiti, come fossimo davanti alle riprese di un film. Dopo qualche minuto gli stessi uomini, rapidi e decisi, uscirono dal palazzo trascinando di peso quattro giovani ammanettati. Si seppe poi che erano terroristi e stavano li, nel loro covo da mesi, a pochi decine metri dalla nostra scuola.

Cronache del 1980 dalla nostra periferia, una come molte altre. I molti coetanei che non possono scordare questi episodi ora sono padri e madri premurosi, che vanno a prendere i figli a scuola con rigorosa puntualità per la paura che possa accadere qualcosa di irreparabile. Molti si sono scordati di quelle cose poco belle che abbiamo visto da piccoli, anzi guardano con affetto ad un passato in cui rintracciano solo deliziosi ricordi.

E sono incazzati per il presente che fa paura. E danno la colpa agli stranieri che hanno trasformato il nostro “paradiso” in una terra di nessuno, senza regole e senza ordine. Ma ieri il nostro non era un paradiso, c’erano molti dei problemi di oggi e forse di più.  I tossici morivano come mosche, si giocava a calcio tra le siringhe, le rapine a mano armata erano quotidiane, potevi incappare in una rissa tra spacciatori e i terroristi abitavano nella casa accanto. Ma andava bene così, perché era tutto made in Italy.

Il fascismo fa schifo

Cesare Scurati, presidente dell’Anpi di Cormano, racconta che il nonno Cesare, a cui è intitolata la piazza del Comune, se la passava male ai tempi del fascismo. Era stato sindaco socialista prima del regime e nel 1915 fu tra i fondatori della cooperativa, la prima cooperativa di mutuo soccorso di poveri cristi di campagna.

Nelle frequenti scorribande serali per l’unica via del paese (via Umberto I, oggi via Dall’Occo), le camicie nere, perennemente offuscate dal vino delle osterie, come diversivo alla noia usavano irrompere nelle case degli oppositori e dello Scurati stesso per dar loro una lezione di intimidazioni, botte e olio di ricino.

Scurati resisteva passivamente con una certa dignità, tanto da guadagnarsi la stima diffusa dei paesani, che perdura anche oggi. Ovviamente gli squadristi ben si guardavano dall’irrompere nelle case padronali, dove dormivano sonni tranquilli i notabili, eterni proprietari delle terre, che continuavano ad avere soldi e potere e contro i quali la furia rivoluzionaria dei fascisti aveva giurato una guerra aperta solo di facciata, mai combattuta.

Basterebbe questa piccola storia di ordinaria ingiustizia per confermare la schifezza del fascismo, forte coi deboli e debole coi forti. Nessuna bonifica paludare o treni in orario possono nascondere la viltà del fascisti. Schifezza che si traduce in un semplice fatto sistematico e costitutivo: la violenza di molti uomini contro uno.

Basterebbe avere la pazienza e la tenacia di raccontare la storia di Cesare ai giovani per suscitare, ne sono certo, un banale e meccanico moto di repulsione ed evitare emulazioni pericolose. Perché la vigliaccheria non piace a nessuno, anche se poi sono in molti a praticarla.

I fascisti sono riusciti nel miracolo di trasformare la loro vigliaccheria in mitologia dell’uomo forte. Uomini forti e audaci che picchiavano persone miti e disarmate. Uomini sprezzanti del pericolo che facevano la spia a capo chino ai tedeschi per segnalare i connazionali da mandare a morire. Uomini forti che il giorno dopo la Liberazione hanno sotterrato le camicie nere nel campo e sono tornati democratici in abiti civili. Ripuliti e al sicuro, tanto lo sapevano che Cesare Scurati e quelli come lui non si sarebbero mai vendicati.

Il lavoro degli altri

Esistono dei vantaggi nell’essere pendolare in orari non di punta (non presto la mattina e tardi la sera). Posso salire sul treno, sedermi, e lasciarmi trasportare per 18 minuti, che è più o meno il tempo necessario per coprire la distanza tra Cormano e Milano Cadorna. Posso osservare l’anomia degli altri viaggiatori rapiti dagli smartphone o semplicemente lasciare che la mente cazzeggi libera.

Ma poi c’è la quotidiana inefficienza di Trenord, che mi riporta ai disagi dell’essere pendolare e che maledico a bassa voce. A partire da quei cinque-dieci minuti di ritardo cronico in ogni maledetta corsa. Ritardi che fanno incazzare molti.

E’ sera, verso le 9, e assisto a un’aggressione verbale da parte di una donna di mezza età nei confronti di un giovane macchinista. Il treno è fermo al binario, chiuso, vuoto e spento. Come accade spesso alla stazione di Cadorna. E sarebbe dovuto partire già da otto minuti. Il macchinista sta dirigendosi verso la motrice per farlo partire e la donna, ferma come molti altri sulla banchina in attesa, protesta vigorosamente.

I due vengono presto ad insulti reciproci, nell’incredulità inebetita dei più. Intervengo per riportare la calma. Sopravvalutandomi come al solito e ritenendomi il più disinteressato ai danni di un ritardo del treno mentre invece vorrei anche io urlare tutta la mia ira contro il giovane macchinista che, per fortuna, decide di lasciar perdere la zuffa, ma mi invita inaspettatamente a seguirlo.

Lo seguo mentre vorrei strozzarlo. Salgo con lui sulla motrice, in testa al treno, nella cabina di “comando”. Li dentro fa un caldo infernale, manco fosse la sala macchine di un treno a vapore. Lui accende un po’ di aggeggi sulla plancia. Il resto dell’abitacolo stretto resta al buio. Poco dopo sale anche il capotreno, un signore sui 60 anni, per nulla sorpreso dalla scena di prima e dal fatto di avermi tra i piedi.

Mentre il treno finalmente parte (con i suoi 16 minuti di ritardo) i due iniziano a raccontarmi un po’ di cose. Che più o meno posso riassumere così: i ritardi cronici sono dovuti a troppe corse e una rete ferroviaria ancora troppo fragile e piena di guasti. Il personale è numericamente insufficiente con responsabilità molto elevate. La carenza di informazioni al pubblico è strutturale e ricade sulle spalle di chi lavora sui treni senza avere l’addestramento per affrontare momenti di crisi. Lavorare sui treni è diventato molto pericoloso per il numero dilagante di maleducati e violenti che li usano e li sporcano. Gli stipendi sono fermi da anni.

Arrivo a Cormano che l’elenco dei malanni delle ferrovie è ancora lontano dall’essere completato. Scendo e saluto augurando loro le meglio cose. Da domani sarò più attento a dare giudizi sul lavoro degli altri.

Un PD così così ma meglio degli altri

Quasi dieci anni fa sciogliemmo i Democratici di Sinistra per confluire nel Partito Democratico. Altri sciolsero il Partito Popolare per fare la stessa cosa. Il nuovo partito fu deciso da poche persone a Roma. Noi, militanti delle sezioni, ci adeguammo. Alcuni non accettarono di mandare in soffitta i DS e fondarono Sinistra Democratica. A Cormano, roccaforte rossa, furono molti a fare questa scelta.

Con i compagni che presero la strada alternativa al PD passammo lunghe e difficili riunioni a cercare accordi per dividere ciò che restava del patrimonio comune (soldi, materiali, bandiere, ricordi).  Iniziammo a guardarci quasi da estranei. Alcuni di loro biasimavano la mia scelta e continuano a farlo. Fu doloroso. Dal canto mio facevo training quotidiano per cercare di convincermi del fatto che avevo preso la giusta decisione. D’altra parte il mondo aveva fatto molti giri su se stesso e tutto era cambiato. Bisognava unire le culture del riformismo italiano per aspirare ad un partito forte, largo e di governo.

Tenni la “prima” cormanese del PD nel cortile della mitica cooperativa la Vittoria. Era una sera di fine estate. Quando attaccai a parlare non era ancora buio. Feci il peggior discorso della mia “carriera”. Di gente ad ascoltare ce n’era. Erano venuti anche tutti i compagni che nel PD non sarebbero mai entrati. Cercai di convincere tutti, me compreso, della bontà dell’operazione in relazione al cambio delle condizioni sociali, economiche, politiche. Alla fine mi resi conto di aver parlato con la solita enfasi e passione ma di non aver convinto granché.

Quella stessa identica sensazione mi ha accompagnato per tutti questi anni. Ho parlato tanto, ho ascoltato e incontrato tanti amici e compagni in numerosi circoli del PD e ne sono uscito sempre con le idee poco chiare. Con la sensazione della mancanza di certezze ideologiche che persiste e che rischia di riportarmi a cercarle e trovarle nel passato.

Perché il presente è complicato. Non appassiona che per pezzetti. Ci sono diritti per cui vale la pena battersi che riguardano un ventaglio sparpagliato di ceti e partite in cui gli stessi ceti sono gli uni contro gli altri. Tutto è maledettamente complicato. Il PD non riesce a dotarsi di idee forti perché è impossibile possedere una proposta unica al giorno d’oggi.

Ecco perché il buonsenso dei democratici è troppo spesso scambiato per mollezza. Ecco perché anche le riforme giuste introdotte dagli ultimi governi sono giudicate come favori all’establishment. Ecco perché gente complissivamente impoverita e senza più chiese si affida a chi urla, sbraita, dice tutto e il suo contrario ma promette muri e protezione per trovare salvezza.

Da parte nostra qualsiasi tentativo di procedere alla riformulazione di dotazioni ideologiche rischia di spostarci nella tradizione e di conseguenza fuori dal campo di gioco. Un campo dove sono diventati molto popolari movimenti arrabbiati e rapidi. I cinque stelle e le destre sono la stessa cosa perché è la rabbia la passione più forte di questi anni veloci e difficili.

Il Pd ha molti difetti e carenze che dobbiamo impegnarci a superare. Sapendo che il 30 per cento dei consensi lo rende ancora abbastanza popolare.  Il PD a volte è anche arrogante, saccente, governista. Vero. Ma di certo non impedisce ai suoi deputati di parlare ai giornalisti e se hai idee puoi partecipare e se sei credibile puoi sempre provare a diventare segretario.

Il diritto alla mediocrità

Auguri di buon natale a tutti quanti. E che il nuovo anno porti felicità. Auguri ai giovani prima di tutti gli altri. Che non hanno molto da festeggiare. Poco lavoro, poche prospettive, poco di tutto. Davanti un futuro stretto, competitivo, difficile. Buon natale, soprattutto, a quelli di loro che non primeggiano, che non eccellono, che fanno fatica a rigare dritti e che aspirano ad un lavoro come tanti, per stare in piedi e poco di più.

Auguri a chi non conosce le parole università, dottorato, master, anno sabbatico, carriera. A chi alla fine della terza media ha fatto il professionale o l’apprendistato. A chi ha un diploma tecnico e risicato con cui non ha combinato nulla.

Auguri ai giovani delle periferie, alle commesse, ai commessi, alle segretarie, a quelli dei call center, ai baristi, ai tranvieri, ai meccanici, agli operai che sono tutti comunque precari e che ogni giorno ringraziano comunque il cielo. Che sono tantissimi, replicanti le culture dei padri e delle madri, indifferenziati e voraci utenti del digitale, che stermina i loro stessi posti di lavoro.

Auguri ai giovani pendolari, normali, medi, indistinti. Ai giovani mediocri che non vorrebbero lavorare ma sono costretti a farlo, a chi invece lavora bene e si impegna e a chi lo fa e basta. A chi spera che arrivi la festa e a chi sogna ad occhi aperti un’altra vita, un altro modo.

Auguri a chi cerca e non trova un lavoro e a chi non lo cerca più. A chi espatria e si sente anche dire da un ministro della Repubblica che certi di loro è meglio che si siano tolti dai piedi. Auguri a chi finisce nei guai perché non riesce proprio a starci dentro, a chi non ha avuto opportunità, a chi le avute ma poi le ha viste svanire per la sua stessa negligenza.

Auguri ai giovani che non ce la faranno mai ad essere i migliori perché semplicemente sono meno dotati di altri. Auguri al pezzo di piramide che sta alla base perché presto ritrovi le ragioni concrete per riaccendere la pratica della protesta. E auguri al diritto sacrosanto di stare al mondo a modo nostro, imperfetto, instabile, incompiuto.

Se Maurizio esce

Un mio compagno del PD, per me uno dei migliori, dei più generosi, schietto e sincero (doti che in politica non sempre sono vincenti), con cui ho condiviso il pane (con salamelle) ma non il vino (perché a lui piace solo il bianco e a me il rosso) e con cui ho passato ore a fare discorsi interminabili sulla sinistra, ora non è più nel Partito Democratico. La cosa per me rappresenta un rammarico infinito.

Ho ascoltato la sue spiegazioni sul perché di una decisione così grave e impensabile fino a poco tempo fa. Motivazioni tutte politiche. In buona sostanza non approva la strada che questo PD ha imboccato: quella modernista ma sradicata dalle rappresentanze sociali. Le scelte politiche e di governo, a suo avviso, poco o per nulla di sinistra (jobs act, buona scuola, referendum). Il non voler mai aprire un confronto sulla situazione politica del partito, che perde tesserati, fatica a trovare momenti di condivisione, di analisi politica, di presenza sul territorio.

Considerazioni legittime, in parte assai fondate e per me spiacevoli. Sento parte della responsabilità per le accuse. Tutti i democratici dovrebbero farsi delle domande se uno come Maurizio decide di andarsene (ci sono migliaia di Maurizio in ogni angolo del Paese). Uno che alle scorse elezioni amministrative è stato il più votato, che conosce Cormano come le sue tasche, che ha animato le feste de l’Unita degli ultimi anni (quando avevamo la motivazione e l’entusiasmo per farle), e lo faceva usando i giorni di ferie dal lavoro per stare due settimane negli stand a ribaltare bistecche sulla brace.

Uno che ha ancora passione per la politica pulita. Uno che non hai mai chiesto nulla per sé (era presidente del consiglio comunale, carica che ha accettato con molti dubbi, e si è dimesso dopo aver riflettuto sul peso di quel ruolo in relazione ai tempi della sua vita), senza voler primeggiare, senza il piglio petulante e arrogante che a volte avvolge i più in vista, gli eletti, i componenti della cosiddetta elite da paese.

Se si congeda dal PD uno come Maurizio, non certo un sovversivo rancoroso, ma un semplice esponente della sinistra istituzionale, significa che ci sono tutte le condizioni culturali perché ad allontanarsi dal PD sia un bel pezzo di popolo, grato alle istituzioni democratiche, che qui da noi non si sente più rappresentato e fatica a rappresentare se stesso. Sono tanti che si allontanano dal PD o stanno pensando di farlo. E guarda caso sono tutti quelli che possiedono un forte profilo di sinistra, che vorrebbero orientare scelte e ideali verso punti precisi della società, senza nostalgie del passato ma facendo i conti con la realtà di oggi.

Un esodo silenzioso ma drammatico e massiccio da un partito che era stato pensato anche come la loro dimora naturale. Ad andarsene non sono i dirigenti, i parlamentari e quelli destinati a fare rumore. Ad andarsene sono pezzi di società, lavoratori, pensionati, giovani. La gente che per vivere conta solo sul salario che non basta mai (parola antica ma attualissima). Compagni in prima fila a metter passione e tempo libero nei gazebo, elettori riflessivi e partecipanti. Silenziosamente ma di continuo. Senza sapere bene dove andare. Chi a sinistra come Maurizio, chi da nessuna parte come moltissimi altri.

Stavolta gioco in difesa

Al referendum voterò si. Lo dichiaro perché non mi sono mai messo a guardare le cose da lontano, nemmeno quando sono controverse, la scelta non è semplice, il contesto fa rabbrividire e molti amici e compagni resteranno delusi della mia scelta. Ma di questo referendum ne faccio una questione del tutto politica. Nel merito sto in superficie e mi limito a ripetere ciò che dicono gli altri esponenti del “meno peggio”: che la riforma poteva essere scritta meglio, che si poteva abolire il Senato del tutto ma che comunque, nel 2016, non mi sembra sbagliato snellire i processi decisionali.

Il voto del 4 dicembre ha una valenza pesante e non è vero che il giorno dopo saremo uguali a prima. Se vince il no non ci sarà una pronta reazione del fronte democratico alle badilate di Salvini e a quelle di Grillo, che non è di sinistra. Allo scioglimento dell’esecutivo corrisponderà un governo tecnico e poi il voto in uno stato di confusione in cui si assisterà ad un ulteriore frammentazione del campo democratico e una sua sicura sconfitta.

Questa volta in ballo oltre la stabilità utile alla crescita, c’è il rischio del peggioramento delle condizioni complessive della nostra democrazia. C’è l’avanzamento del blocco del populismo senza soluzioni, dell’isterismo anti-immigrati, dell’era delle paure senza possibilità di mediazione. C’è un blocco che avanza e va contrastato in modo più possibile ampio. E va fatto adesso. Perché il referendum è la scintilla per fare esplodere il sistema. E l’esplosione non sarà generativa.

Non si illudano i compagni che pensano che se vince il no finalmente faremo una sinistra come si deve. E che gli opportunisti, gli alfaniani, i verdiniani, i modernisti saccenti se ne andranno per sempre dal nostro campo. Non accadrà. Se vince il no prevarranno le destre peggiori nel breve e nel lungo periodo.

Il fronte democratico è una convivenza difficile, a volte impossibile. Ma è l’unica, nelle condizioni attuali, che ci è rimasta e vale la pena di sostenere per il bene del Paese, prima ancora che delle nostre rispettive e intime coerenze. Faccio notare, con rispetto e simpatia, che a sinistra (fuori dal PD) per il momento non si manifesta nulla che sia politicamente rilevante. Non una prospettiva, non una strategia, non un’idea del mondo. E nemmeno uno straccio di unità tra troppi aspiranti leader inefficaci sul piano mediatico. Non è colpa di nessuno. Semplicemente l’alternativa di sinistra non esiste e non se ne vede una possibile genesi.

Dentro il PD sono tra quelli che vogliono una leadership diversa, da costruire in vista del prossimo congresso. Sarà possibile farlo soltanto se l’incombenza del 4 dicembre non servirà per dividere ulteriormente il partito tra “buoni” e “cattivi”. Perché c’è una fetta consistente dei nostri elettori che voteranno no ed hanno diritto di cittadinanza nel partito.

Sto giocando in difesa. Ma questa difesa oggi è l’unica strategia che trovo praticabile. Questo governo non è esaltante, ma non è peggiore di altri che lo hanno preceduto e sul tema colossale dei migranti ha sfidato l’Europa con coraggio. Non mi basta ma è una base da cui ripartire per rigenerare politiche di sinistra che si confrontino con la realtà delle cose, mettendo la lotta alle povertà e la dignità del lavoro ai primi posti.

Ciò che siamo

“A Cormano sono stati bravi a creare una rete di voti sicuri con le cooperative (ti do la casa, ma ricordati che…) e questo vale anche su altri piani. Definiamolo un sistema di gratitudine. Molta gente ha paura di ribellarsi al sistema…”. Scrive così il capo dell’opposizione di destra al Comune di Cormano (naturalmente su Facebook), per descrivere il sistema che garantirebbe al Partito Democratico il potere locale perpetuo. Un’analisi rudimentale e spiacevole perché allude e non chiarisce fino in fondo le circostanze, i fatti.

Secondo il capo dell’opposizione la continuità di governo di sinistra sarebbe l’effetto perverso di un radicamento malato che tiene in ostaggio una maggioranza dei cittadini-elettori.
E cioè saremmo davanti a una sinistra (Pci-Pds-Ds-Pd) che da anni ‘venderebbe’ il diritto alla casa per avere in cambio i voti. Non solo, sarebbe tanto temibile da rendere incapaci i cittadini di ribellarsi. Neanche in Germania dell’Est, per intenderci.

A questo giudizio, un po’ approssimativo e offensivo, posso reagire soltanto ricordando. Quello che siamo adesso dipende da quello che siamo stati.

Ho fatto in tempo a conoscere molti di quelli del Partito Comunista Italiano. Sindaci, assessori, militanti, simpatizzanti, donne, sindacalisti, giovani scapestrati, organici, intellettuali, anarchici, estremisti, socialisti e libertari. Una miscela di popolo confusionario ma ambizioso delle sue sorti, collettive ed individuali. Tra il 1960 e la metà degli anni ’80 le sezioni del Pci a Cormano erano tre, con quasi duemila tesserati. Lavoravano nelle fabbriche come operai ed impiegati. La sera li trovavi nelle sale fumose delle cooperative tra riunioni, gioco, mangiate e bevute. La domeniche di primavera nelle gite, nelle balere, nelle bocciofile.

C’erano i belli e i brutti, i simpatici e gli stronzi, i colti e gli attaccabrighe. Tuttavia era un popolo libero con tutti i pregi e i difetti della massa ma tutto sommato, tra errori e piccoli scazzi, aveva una direzione. Nessun comunista pensava di poter fare da solo, di comprarsi favori, voti e altre bassezze. Il benessere da raggiungere ad ogni costo lo volevano tutti, ma passava attraverso l’etica del lavoro, il destino della classe operaia, i figli da mandare all’università. Era il meglio e non la mediocrità il valore da perseguire.

Se guardo questa fotografia reale, anche se sbiadita, le frasi del capo dell’opposizione appaiono senza senso e quel “sistema di gratitudine” a cui allude sembra una frase grottesca, vuota.

Da allora Cormano e l’Italia sono cambiate. Molte persone, che oggi vivono nelle case di cooperativa, hanno abbandonato da tempo le vecchie ideologie e votano ciò che capita. Senza per questo perdere il diritto alla casa e senza che qualcuno le minacci, le eviti o le ostracizzi.

Però ancora moltissime persone di tutte le età votano liberamente a sinistra perché si fidano di amministratori onesti e non dimenticano gli effetti positivi di questa lunga storia sulle loro vite. Quello che il populismo di destra di ieri e di oggi non vuole ammettere è che la sinistra in Italia e a Cormano è stata una straordinaria occasione di libertà e progresso. E continua ad esserlo.

Spegni la musica. Ascolta il silenzio

Il treno attraversava la pianura. Di sera sul tardi. Rallentò all’improvviso, soffocando piano il rumore del vento che entrava dai finestrini aperti nel corridoio quasi deserto. Ero affacciato ad uno di quei finestrini che odoravano di ottone, le mie braccia appoggiate sopra, la mia testa a prendere il vento caldo.

La stazione di Bologna era un grande dedalo di binari, spalmati sulla piana senza fine. Contarli era impossibile. Mi domandavo cose senza senso, tipo dove porterà quel binario o quell’altro. Le mie cuffie sparavano già da qualche ora ossessivamente Lulluby dei Cure e Simone era mezzo sdraiato nello scompartimento. Era il 2 agosto del 1989 ed era la mia prima vacanza in piena autonomia.

In due, minuscoli nei nostri 16 anni, avevamo preso quel treno alla centrale di Milano. Direzione Lecce e poi Gallipoli. L’emozione del viaggio non mi avrebbe permesso di dormire. Il treno era una lunga carovana di ferro e sedili in finta pelle. Un forno con correnti d’aria che si infilavano nei corridoi ed evolvevano in un rumore notturno, crescente, ritmico. C’era gente che tornava giù per le ferie d’agosto. Facce di italiani di seconda classe.

Il treno si fermò ululando sulle rotaie, proprio sul primo binario, a due passi dall’atrio della stazione di Bologna. Un uomo sulla quarantina mi si affiancò al finestrino. “Tu sei giovane. Forse non lo sai. Qui nove anni fa morirono tante persone per mano dei fascisti. Quando si passa da qui si porta rispetto. Spegni la musica e ascolta il silenzio. Questa è una ferita dell’Italia. Ricordatelo sempre”.

Ogni volta che arriva il 2 agosto della strage di Bologna ricordo quell’uomo, la voce, l’accento del sud. Un emigrato che tornava al paese per le vacanze estive. Mi colpisce ora pensare che l’Italia di quel treno era profondamente diversa da quella di oggi. C’era un popolo semplice, epidermicamente antifascista e connesso sentimentalmente alle sorti del Paese. Sono disorientato. Oggi mi pare sia venuto a mancare quel legame tra il popolo e il suo destino.