La vergogna dei porti chiusi

Ci sono diverse occasioni in cui mi vergogno di essere italiano. E non perché vorrei essere francese, inglese o tedesco. Ma perché nonostante il profondo orgoglio di essere italiano, molto spesso detesto ciò che accade in Italia.

Detesto i porti chiusi, ad esempio. Vorrei che il mio Paese sapesse accogliere chi arriva dal mare. Chiunque. L’obiezione più facile a questo mio desiderio buonista sta nel fatto che per quel centinaio di migranti, divisi su due navi, che da giorni si trovano nelle acque agitate del Mediterraneo, oltre a Salvini, non lo vuole né la Grecia né la Spagna, che pure hanno governi di sinistra. Obiezione che per me vale poco o nulla.

L’Italia dove vorrei vivere è un posto che dovrebbe essere avanguardia di umanesimo, dove non fanno paura gli sbarchi, capace di gestirli e di dare dignità a chi arriva. Capace di regolare gli arrivi, aprendo canali legali all’immigrazione, cosa che potrebbe depotenziare l’assurdità di tentare di raggiungere l’Europa con in gommoni.

Il discorso di Mattarella, nella sera del 31 dicembre, è stato lodato da tutti. Anche io ne ho condiviso toni, sobrietà e contenuti. Eppure mentre lui parlava, quelle due navi si trovavano in alto mare, in difficoltà, senza un approdo e con poco cibo a disposizione. Sarebbe stato senza dubbio uno strappo istituzionale da parte del Presidente invitare il ministro dell’Interno ad aprire i porti. Ad accogliere chi si trova in evidente stato di necessità.

Ed ero convinto che Mattarella avrebbe anche solo accennato a questa vergogna. E invece non l’ha fatto e non nego che sono rimasto deluso. Ma l’omissione presidenziale è segno che la chiusura dei porti del nostro Paese è diventata una cosa normale, di cui non sarà più possibile dibattere in modo esteso, senza pregiudizi, cercando di condizionare in un altro senso le decisioni prese. Almeno fino a quando non cambieranno i governanti. E spero che ciò accada molto presto.

Nel frattempo ci tocca resistere. Resistere ed assistere a episodi di quotidiana cattiveria, di brutalità normale, di banalità feroce, che dilagano anche nei luoghi meno sospettabili. Come l’altro giorno alla Coop, quella vicino casa. Una signora di una certa età, apparentemente tranquilla e perbene, dopo aver pagato la spesa alla cassa, invece di andarsene ha preferito affrontare a muso duro il giovane sorvegliante del supermercato che stava li nelle vicinanze a fare il suo lavoro.

“Adesso arriva Salvini e ve ne andate tutti a casa. Capito? A casa!”, ha sbraitato la donna, mentre il giovane sorvegliante di colore la guardava attonito.

Chi pensa che le parole della signora siano giustificate dal rancore, che è giustificato dalla paura, che è giustificata a sua volta dalla povertà dilagante, commette un errore. Non ci possono essere giustificazioni all’odio razziale, né alibi sociali validi. Il razzismo non è lotta tra poveri, come vorrebbero farci credere. Quello è solo l’effetto finale. Il razzismo nasce dai comportamenti delle elite (economiche, finanziarie, politiche, mediatiche) e diventa modello sociale ampiamente diffuso, e ovviamente necessario, al loro perpetuo rinnovarsi.

L’accerchiamento

A Sesto San Giovanni, medaglia d’oro della Resistenza, c’è Casapound che sfregia la città con un raduno che intende organizzare in un centro civico comunale. Con il sindaco di destra che non sembra per nulla contrario e che rimanda la decisione alla Questura, alla faccia delle centinaia di operai deportati in Germania dai nazisti tra il 1943 e il 1945.

Non vale, credetemi, non vale un beneamato cazzo, dire che sono passati troppi anni e che è ora di andare avanti. E’ esattamente questo il modo migliore per tornare indietro. L’essenza stessa di Sesto contemporanea si fonda sulla ribellione operaia al nazi-fascismo e non c’è famiglia che non ricordi un congiunto lontano incappato nella ferocia di quegli anni.

Il sindaco lo dovrebbe sapere. Anche se malauguratamente la maggioranza relativa dei sestesi lo ha votato, non significa che possa fare della delega ricevuta quello che gli va, maltrattando una memoria condivisa.

Lo stesso sindaco ha festeggiato il record di 300 espulsioni per lo più di poveri e mendicanti dalle mura cittadine, distorcendo a suon di interpretazioni discutibili il dispositivo (per me comunque sbagliato) di daspo urbano. E siccome il peso della cosa pubblica nella ex Stalingrado è considerato eccessivo perché socialista, si comincia a neutralizzarlo pensando a una bella privatizzazione degli asili nido, magari in senso confessionale, contro la quale i genitori rispondono con una petizione di 2.700 firme. Certo la città è piena zeppa di telecamere per la sicurezza. E questo coi tempi che corrono è come un tranquillante.

A Cinisello non va meglio. Il sindaco leghista, specialista in sopralluoghi militarizzati, ha appena fatto sapere che le unioni civili sono cose da perdere tempo di fronte all’allarme sicurezza (che sapientemente mantiene sempre rosso) nella famigerata Cinisello, manco fossimo a Scampia.

E non le celebrerà mai. Per una questione di obiezione di coscienza; e come non negargli questo sacrosanto diritto? A farlo manderà i suoi assessori. Lui, sebbene molto giovane, non ne vuole sapere di maritare uomini con uomini o donne con donne, dimostrando un piglio conservatore degno del peggior Borghezio. Si muove, è bene saperlo, nel più completo disprezzo istituzionale di un diritto acquisito e sancito dalla legge, da cui lui, come sindaco, dovrebbe dipendere.

Ma non manca nemmeno quella voglia di far saltare per aria le cose che funzionano, non per il gusto di censurare (questi leghisti sono talmente vuoti di cultura politica che si muovono a scatti) ma per la voglia di litigare, di sbattere la porta in faccia, di fare incazzare le persone ragionevoli per vedere l’effetto che fa. Una voglia matta che regala ai sovranisti una goduria persino maggiore delle vittorie. Così viene praticamente chiuso il pericolosissimo e sedizioso gruppo di lettura della biblioteca Pertini. Ah i libri, questi sconosciuti!!!

Basterebbero gli episodi descritti (sono certo che ce ne saranno innumerevoli altri) per indurre tutti noi ad una riflessione neanche tanto profonda. Cormano, altro paesone del Nord Milano, è l’unico insieme con Cusano Milanino, a resistere per il momento all’ondata sovranista. Il prossimo anno si vota anche da noi. Cosa vogliamo fare? Riusciamo, amici e compagni delle varie sfumature della sinistra e del centrosinistra, a trovare l’unità per evitare che queste sventure accadano anche da noi?

“Condividi se sei indignato”

Per me non c’è niente di più inquietante di quei filmati che i cittadini allarmati rilanciano su facebook in cui avvengono cose brutte. Mi si stringe lo stomaco e li chiudo appena mi si aprono davanti. Di solito si tratta di diffusi e spiacevoli episodi che hanno quasi sempre come protagonisti in negativo i migranti, con l’etichetta dei cattivi addosso, accusati di generica impunità, anche per il solo fatto di essere a zonzo nelle periferie.

Gli smartphone, come prolungamenti ormai inseparabili delle nostre braccia, consentono una continua ricognizione del reale ed una immediata pubblicazione con il conseguente coro di paure-biasimo-insulti e con la chiusa del tipo: “Condividi se sei indignato”. Osservare e fare cronaca è diventato il “must” del cittadino in regola, che quasi sempre esclude, per ovvie ragioni di incolumità, di intervenire in qualche modo nella scena del “delitto”.

Sulla graticola di facebook finisce di tutto. Anche le fake news naturalmente sono classificate come vere e solo per il fatto che vengano postate diventano reali e quindi credibili. Anche la gravità degli atti incriminati è soggetta a una valutazione univoca e senza appello. Se c’è un migrante che fa cose strane, partendo dalle più innocue ma incomprensibili alla nostra valutazione normale della realtà, allora lui stesso diventa un allarme sociale.

Come sotto casa nostra. Nel nostro ed in molti comuni limitrofi da qualche tempo capita che, nelle ore serali, alcuni individui dalla pelle scura, aprano i sacchi della spazzatura depositati per strada in attesa che passino, il mattino seguente, i mezzi dell’Amsa a ritirarli. Cercano cose da prendere, forse per farci qualche spicciolo. Facendolo non si curano di sporcare la strada, di muoversi come ladri e quindi di creare molto disagio tra i residenti.

Qualcuno li ha ovviamente filmati e il video è finito su un profilo di cittadini segnalatori e l’allarme è diventato virale. Naturalmente questi episodi nessuno di noi vorrebbe mai vederli. Sono osceni.

Perché rovistare nella spazzatura, cioè, nella pratica mettere le mani nella merda degli altri per trovare qualcosa che possa essere usato per campare, è semplicemente una cosa oscena. Ovvero una cosa che in un Paese civile non dovrebbe accadere e soprattutto dovrebbe spingere tutti noi, come primo impulso, all’umana compassione e forse comprensione. E non, come primo impulso, a filmare, postare, indignarsi, chiamare i carabinieri perché arrestino i “ladri” di rifiuti o spostino il problema da qualche altra parte, fuori dall’obiettivo del nostro smartphone.

Estate

 

21 giugno 1985

L’estate arrivò, attesa da anni, nella nuova piazza, successivamente intitolata a Sandro Pertini. Un numero inverosimile di persone di ogni età prese a frequentarla in lungo e in largo appena tramontato il sole. I vecchi affollavano le nuove e scomode panchine in marmo, i giovani si raggruppavano in diverse e numerose bande sulle sponde, sguaiati e leggeri addosso ai motorini, i bambini sulle bici gironzolavano sul pavé al centro, dove lo spazio prende forma di ottagono.

Il bar centrale non riusciva a star dietro alle ordinazioni e le canzoni del jukebox faticavano ad emergere dal vociare potente. Sul lato opposto aprì anche una piccola gelateria che l’estate successiva divenne una grande gelateria. La costruzione della piazza era attesa da anni. Andò a coprire una gigantesca buca che, anomala e detestata, stava lì in mezzo al paese dalla notte dei tempi.

Era come se, insieme con l’estate, fosse arrivata una vita nuova. E, nei miei ricordi di ragazzino, mi sembrava che il mondo fosse tutto lì e non ci fosse bisogno di nient’altro. I padri, le madri, i nonni, gli amici, i parenti erano gli attori di quel mondo. Tutti presenti in un reticolo di relazioni forti e fragili a cercare un po’ di fresco e a condividere la noia di quei crepuscoli infiniti. A casa ci stavano in pochi, proprio chi non aveva le forze per uscire. Starsene in casa nelle sere calde era un’anomalia.

C’era un bisogno tangibile di condividere, di esserci, di esporsi carne ed ossa. Era un tipo di società ancora a cavallo tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità. Non erano sempre serate facili e non era sempre una festa. A volte il caldo e l’essere in tanti provocava tensioni, liti, scenate. In pochi minuti però tornava il sereno. Andò avanti così per alcuni anni. La piazza del paese fu davvero una piazza.

21 giugno 2018

Piazza Pertini oggi è deserta. Il bar chiude sempre troppo presto e la gelateria non esiste più. Dei giovani non c’è traccia. Ogni tanto passano a piccolissimi gruppi ridacchiando a bassa voce e chissà dove vanno incollati con gli sguardi agli smart-phone. Le panchine di marmo, rosicchiate dall’andar del tempo, sono ancora ben piantate a terra ma nessuno ci si accomoda più. Chi lo fa resiste qualche minuto ma ha tutta l’aria di non rilassarsi. Anche chi passeggia per far pascolare il cane si guarda intorno, come fosse in guardia.

Nel deserto della sera, il buio è appena disturbato delle luci della piazza e la paura si può respirare. Paura di cosa, non saprei. Forse paura per via delle cose che dicono alla tv, dei migranti, degli zingari, dei ladri, dei rapinatori, dei violenti. Meglio stare alla larga. Meglio stare in casa. Dentro i palazzi, attorno alla piazza, ci sono centinaia e centinaia di persone che la sera calda dell’estate preferiscono trascorrerla nel comfort dell’aria condizionata, della tv on demand, sulle chat e nei social.

Per quasi tutti è il modo migliore per rilassarsi dopo una giornata pesante di lavoro. Oggi per uscire di casa serve un motivo che sia davvero valido, un intrattenimento che ne valga davvero la pena. Troppo poco e troppo desolante condividere la noia in una piazza con tutti gli altri. E’ forse la normalità del 1985 che ci spaventa e che non vogliamo più rivivere. Nel frattempo però si svuotano i luoghi pubblici e diventano luoghi di nessuno e della paura. E siccome non c’è nessuno c’è bisogno di accendere telecamere di sorveglianza, che ci rassicurino, che ci diano l’impressione del controllo assoluto.

Mentre accendiamo le telecamere, diventiamo tutti più poveri. Continuo a pensare che il presente sia migliore del passato e che il futuro sarà ancora meglio. Per questo mi tocca tornare a dire, con i pochi mezzi che ho a disposizione, che la piazza vuota non mi piace e che il primo degli obiettivi politici, prima ancora che ricostruire la sinistra, è tornare a riempirla di persone.

Di sinistra, di periferia

Sono di sinistra. Leggo libri, ho velleità da intellettuale, scribacchio anche qualcosa, vorrei essere un radical chic ma non ho il fisico né il conto in banca. Però mi piace la gente che studia, che riflette, che usa bene l’italiano, che pensa in modo corretto, che non odia, che fa la fila per assistere ai dibattiti.

Ai miei colleghi giornalisti neo-salviniani (ce ne sono tantissimi saliti sul carro nell’ultim’ora), quelli che pensano che non essere razzisti sia un lavoro esclusivo da benestanti col cashmere, rivelo una cosa: io, ad esempio, sto in periferia.

Frequento migranti italiani praticamente da una vita (alcuni miei compagni delle elementari arrivarono da Calabria e Puglia e non ci capivamo un granché), abito accanto ai migranti stranieri, le povertà mi bussano alla porta, ho un reddito da impiegato, viaggio (malissimo) su Trenord, pago il mutuo e i soldi non bastano mai. Ma non odio nessuno, nessuno mi può né mi deve fare paura. Se arrivano i migranti devo fare posto perché nessuno in famiglia mi ha insegnato ad essere respingente. Non ci riuscì nemmeno il mister a calcio, quando mi esortava ad allargare i gomiti in campo per difendermi dagli assalti degli avversari.

Il mercatino dell’usato del sabato, quello affollato a pochi metri da casa, pieno di poveracci africani, pakistani, indiani e rom, non mi fa schifo come a molti miei concittadini che raccolgono le firme per lo sgombero. Nella mia testa quella piazza è un’opportunità di baratto e guadagno minimo per tutti quelli che campano a mala pena e, anche se non rappresenta il mio ideale di bellezza, pazienza.

Penso che il mondo sia pieno di imperfezioni e sto imparando a viverlo per come si presenta, senza la presunzione di poterlo modellare come lo vorrei. Non temo i migranti nemmeno quando stravolgono la geografia del mio orticello o calpestano le strade dell’infanzia che sono abituato a vedere frequentate solo da persone conosciute. Ho l’ambizione di perdere le sicurezze e di evitare le rassicurazioni. E’ il mio modo per vivere la vita come fosse un’avventura, per tuffarmi nel mondo.

Non sono per niente un buono, ma penso che provare a tollerare, ad aprirsi pur rimanendo in guardia, sia meno faticoso che entrare in guerra con lo straniero. Non sventolo il vangelo o i testi sacri per rafforzare un’idea di umanesimo, semplicemente perché non credo che le religioni servano a qualcosa se non a dividerci ulteriormente. Quindi evito anche di fare mio il pensiero del Papa. Lui fa bene il suo lavoro ma non mi rappresenta.

Credo che tra qualche anno saremo rimasti pochi italiani in questo Paese che invecchia e non si rigenera e così, solo per semplice pragmatismo, abbiamo bisogno di un’immigrazione controllata ma necessaria alla crescita economica di tutti. Per questo va cambiata la legge Bossi-Fini che impedisce qualsiasi migrazione e la rende clandestina e quindi criminale. E’ una legge di propaganda, pensata per tenerci tutti in uno stato di emergenza e di allarme permanente, senza guardare la realtà dei numeri e delle nostre necessità.

E per le ragioni sopra esposte non mi spaventa una nave piena di disgraziati. Anzi, fatela attraccare. E pure tutte le altre in arrivo.

25 Aprile

Di solito c’era il sole e una leggera arietta massaggiava i piccoli tricolori aggrappati a tutti i balconi dei palazzi attorno. La mattina andavo a vedere mio nonno Modesto, che dopo la messa, partecipava al corteo fino al monumento ai caduti, portando nelle mani la grande bandiera italiana dell’Associazione Combattenti e Reduci. Aspettava quel giorno tutto l’anno anche se non lo diceva. Lui non era per la retorica o le cerimonie ma quel giorno si vestiva in giacca e cravatta perché era davvero una festa.

Con lui decine di altri anziani vestiti a festa, capelli tirati a lucido e profumati di dopobarba alla menta, con le cravatte granata dal nodo stretto e le coccarde tricolori sul petto. Ad accompagnarli c’erano i carabinieri, il maresciallo e i suoi uomini. Era una sensazione forte vedere gli uomini dello Stato sfilare accanto a tanti comunisti italiani.

Il sindaco pronunciava il discorso davanti al monumento. Erano parole solenni, di storia e futuro, diritti, Costituzione e libertà. E poi parole sentite, commosse, di ricordo verso le vittime dei nazi-fascisti e di vent’anni di dittatura. Era un tripudio di retorica partigiana di cui erano ebbri le donne e gli uomini delle nostre istituzioni. Non c’era distinzione tra militanza, politica, ruoli amministrativi. Il Comune era antifascista in ogni articolazione.

Mi pareva che i neofascisti non fossero un problema del paese, ma una marginalità ininfluente, espulsa dalla storia. Quel giorno giravano alla larga anche quei pochi rimasti, testa bassa, nelle loro case a vivere la giornata come fosse il giorno più buio di tutti. A me parevano pochi e se anche non lo erano, comunque non riuscivano a conquistare spazi di rappresentanza. La maggioranza era festosa, libera, spensierata.

Quel giorno, come ogni anno, è ancora più bello perché è il compleanno di mia mamma. Mi piace tanto quel giorno. Mi piace tutti gli anni. Cerco di ripetere come posso i riti della giornata. Anche se quella maggioranza festosa e fortemente antifascista scricchiola da un po’ di tempo.

Da anni mio nonno non c’è più, cosi come tutte le comparse e i protagonisti di quel periodo. I neofascisti, anno dopo anno, rialzano la testa e un vento freddo di paure e razzismo soffia anche in primavera. I piccoli tricolori sui balconi dei palazzi sono ormai pochissimi.

Cerchiamo comunque, non più maggioritari, di resistere ai molteplici segnali di insofferenza verso la Festa di Liberazione, che è una Festa di parte, quella giusta e democratica. E per questo appartiene a tutti gli italiani.

Nulla è perduto

Sono uscito dal PD nel maggio scorso e sono rimasto senza partito, senza appartenenza. Militavo da quando ho la maggiore età ed ora sono solo. Il non essere più il vicesindaco ha facilitato la scelta. Ma ho continuato a seguire il PD e a soffrirne per le disavventure. A sentirmi lontano e vicino allo stesso tempo.

Dopo la mazzata elettorale di domenica non mi sono concentrato su Renzi e sui trombati del parlamento (loro non mi interessano più), ma sulle facce delle persone che conosco. La prima cosa sono le facce delle persone, la loro delusione. E’ quella che mi interessa, su cui mi concentro. Le facce deluse delle persone che in questi mesi, durante la fredda campagna elettorale, mi hanno più volte chiesto di tornare a dare una mano, di non rompere i legami. Sono le persone del quartiere, della sezione sotto casa, del gazebo al mercato.

C’è il giovane segretario che cerca di dare la carica con passione, i consiglieri comunali che provano a migliorare la città, una manciata di pensionati che mi parlano ancora come se fossi un tesserato del partito e mi fanno sentire ancora una volta a casa. C’è la sindaca alle prese con i problemi concreti della gente. E poi ci sono quelli che incontro per strada, disorientati ma aggrappati al vincolo ideale e ormai incerto che ci lega: la sinistra.

Tutti appesantiti dall’esito elettorale, tristi per la marginalità della nostra periferia politica, dei nostri tanti pensieri. Sarebbe bello poter tornare indietro, quando la sezione funzionava, c’era gente e riuscivamo anche a fare le feste de l’Unità. Non sono trascorsi più di cinque anni, non un’eternità. Ma è avanti che bisogna andare. Adesso bisogna andare avanti e ricostruire tutto, ripartendo dai nostri limiti per rivedere l’agenda politica.

Ripartire dal mio quartiere, dai nostri quartieri e moltiplicare la fiducia nelle persone che si impegnano e che possono tornare ad essere contagiose. Perché non c’è altra soluzione che ripartire da qui e moltiplicare lo sforzo per i villaggi, le comunità, le città italiane.

Tutta la gente che conosco esiste ancora, non ha cambiato idea su come dovrebbe essere il Paese, ma è solo in stand by e va riattivata. Attende una nuova guida che sia adeguata, credibile e pronta all’ascolto. Perché noi ci siamo.

“Loro almeno ci ascoltano”

“Davvero, non ti offendere”.
“Non mi offendo”.
Ma lei insiste perché ha un carattere insistente e vuole davvero sincerarsi che io non ci resti male. Perché dopo tanti anni mia cugina questa volta non voterà il PD. E me lo dice come se io ne fossi ancora un dirigente, come qualche anno fa, quando la vita di partito entrava nella mia vita reale fino a confonderla.
“Non ti preoccupare non mi offendo”.
“D’altra parte – continua lei – ci avete abbandonato”.

Anche se non sento di aver abbandonato nessuno, capisco a cosa si riferisce.
Lei è una maestra elementare, di quelle non laureate a cui avevano dato il ‘ruolo’ e poi, dopo una sentenza di uno dei tanti tribunali italiani, glielo hanno anche tolto. Era in rotta con il governo, come molti altri colleghi, già dalla “buona scuola” ma ora è davvero incazzata. Basta sentire la sua voce al telefono per farmi tastare dal vivo quel rancore di cui tanto si parla e che la sinistra sembra non riuscire a vedere, a tradurre e a trasformare in progetto. Quello di persone come tante che vivono del solo lavoro onesto e vorrebbero solo continuare a farlo.

Ora mia cugina (sono sicuramente empatico con lei per ragioni di affetto) rischia di non insegnare mai più perché non avrebbe i requisiti, ovvero la laurea. Come lei altri decine di migliaia di insegnanti. Forse è giusto nel 2018 avere una laurea per insegnare, ma cancellare i maestri che lavorano da tempo è ingiusto.

Lei è una maestra capace e apprezzata con all’attivo vent’anni di onorato servizio, con una passione vera che costa sacrifici, come girovagare da supplente di scuola in scuola, rispondere repentinamente a chiamate dell’ultimo minuto e colmare larghe distanze in auto, a sue spese, senza mai lamentarsi. Ogni anno lascia una classe ed è come chiudere un libro di affetti e ricompense fatte di bambini e famiglie a cui hai lasciato qualcosa in più.

Tra cortei, proteste e sit-in si batte per il suo lavoro e spera che qualcuno al governo non si giri dall’altra parte e non butti via un’altra professionalità.
“Non ti offendere ma forse voterò i 5 stelle”.
“No dai…quelli no. Vi promettono tutto e poi non manterranno. Sono cose già viste”.
“Forse hai ragione tu ma almeno loro ci ascoltano”.

Ed eccola, concreta, la dimostrazione del fatto che ci sono settori della società che hanno divorziato con il PD. Se quelli come mia cugina si sentono abbandonati dal centrosinistra, a cosa serve il centrosinistra?

Made in Italy

Alle 4 e mezza del pomeriggio, tutti i giorni, uscivamo da scuola e attraversavamo la strada per entrare nel parchetto. Eravamo tutti tra gli 8 e i 10 anni e correvamo dietro al pallone fino al tramonto. Non c’erano i papà e le mamme ad aspettarci fuori dai cancelli, ma solo qualche nonna a controllare che fossimo ancora lì. Eravamo pressoché soli, lasciati liberi di sfiorare i pericoli.

Poco più in la, tra gli alberi e le siepi del parco, c’erano i drogati. Larghe compagnie di capelloni, con moto e motorini, occhiali scuri e jeans chiari, facce che mi sembravano truci. Si facevano alla luce del sole e ci facevano paura e noi stavamo alla larga cercando di non spedire mai la palla in quella zona. A terra c’erano decine di siringhe sporche. Erano il mio incubo, le sognavo di notte, che mi pungevano sotto i piedi.

La camionetta Fiat dei carabinieri entrò nella piazza sotto casa. Due bande numerose di ragazzotti se le davano di santa ragione, qualcuno tirò fuori un coltello. Un appuntato estrasse la pistola e sparò in aria. Sento ancora il rumore sordo di quel colpo finito chissà dove. I ragazzi coi coltelli fuggirono via. Noi, col pallone tra i piedi, ci nascondemmo per la discesa dei box, col cuore in gola.

Una mattina vicino alla scuola un elicottero tuonava sulle nostre teste, fermo sopra una palazzina gialla. Uomini armati di mitra con i giubbotti antiproiettile scesi dalle alfette corsero dentro. Noi, con la cartella sulle spalle, ci fermammo ad osservare quasi divertiti, come fossimo davanti alle riprese di un film. Dopo qualche minuto gli stessi uomini, rapidi e decisi, uscirono dal palazzo trascinando di peso quattro giovani ammanettati. Si seppe poi che erano terroristi e stavano li, nel loro covo da mesi, a pochi decine metri dalla nostra scuola.

Cronache del 1980 dalla nostra periferia, una come molte altre. I molti coetanei che non possono scordare questi episodi ora sono padri e madri premurosi, che vanno a prendere i figli a scuola con rigorosa puntualità per la paura che possa accadere qualcosa di irreparabile. Molti si sono scordati di quelle cose poco belle che abbiamo visto da piccoli, anzi guardano con affetto ad un passato in cui rintracciano solo deliziosi ricordi.

E sono incazzati per il presente che fa paura. E danno la colpa agli stranieri che hanno trasformato il nostro “paradiso” in una terra di nessuno, senza regole e senza ordine. Ma ieri il nostro non era un paradiso, c’erano molti dei problemi di oggi e forse di più.  I tossici morivano come mosche, si giocava a calcio tra le siringhe, le rapine a mano armata erano quotidiane, potevi incappare in una rissa tra spacciatori e i terroristi abitavano nella casa accanto. Ma andava bene così, perché era tutto made in Italy.

Il fascismo fa schifo

Cesare Scurati, presidente dell’Anpi di Cormano, racconta che il nonno Cesare, a cui è intitolata la piazza del Comune, se la passava male ai tempi del fascismo. Era stato sindaco socialista prima del regime e nel 1915 fu tra i fondatori della cooperativa, la prima cooperativa di mutuo soccorso di poveri cristi di campagna.

Nelle frequenti scorribande serali per l’unica via del paese (via Umberto I, oggi via Dall’Occo), le camicie nere, perennemente offuscate dal vino delle osterie, come diversivo alla noia usavano irrompere nelle case degli oppositori e dello Scurati stesso per dar loro una lezione di intimidazioni, botte e olio di ricino.

Scurati resisteva passivamente con una certa dignità, tanto da guadagnarsi la stima diffusa dei paesani, che perdura anche oggi. Ovviamente gli squadristi ben si guardavano dall’irrompere nelle case padronali, dove dormivano sonni tranquilli i notabili, eterni proprietari delle terre, che continuavano ad avere soldi e potere e contro i quali la furia rivoluzionaria dei fascisti aveva giurato una guerra aperta solo di facciata, mai combattuta.

Basterebbe questa piccola storia di ordinaria ingiustizia per confermare la schifezza del fascismo, forte coi deboli e debole coi forti. Nessuna bonifica paludare o treni in orario possono nascondere la viltà del fascisti. Schifezza che si traduce in un semplice fatto sistematico e costitutivo: la violenza di molti uomini contro uno.

Basterebbe avere la pazienza e la tenacia di raccontare la storia di Cesare ai giovani per suscitare, ne sono certo, un banale e meccanico moto di repulsione ed evitare emulazioni pericolose. Perché la vigliaccheria non piace a nessuno, anche se poi sono in molti a praticarla.

I fascisti sono riusciti nel miracolo di trasformare la loro vigliaccheria in mitologia dell’uomo forte. Uomini forti e audaci che picchiavano persone miti e disarmate. Uomini sprezzanti del pericolo che facevano la spia a capo chino ai tedeschi per segnalare i connazionali da mandare a morire. Uomini forti che il giorno dopo la Liberazione hanno sotterrato le camicie nere nel campo e sono tornati democratici in abiti civili. Ripuliti e al sicuro, tanto lo sapevano che Cesare Scurati e quelli come lui non si sarebbero mai vendicati.