Se Maurizio esce

Un mio compagno del PD, per me uno dei migliori, dei più generosi, schietto e sincero (doti che in politica non sempre sono vincenti), con cui ho condiviso il pane (con salamelle) ma non il vino (perché a lui piace solo il bianco e a me il rosso) e con cui ho passato ore a fare discorsi interminabili sulla sinistra, ora non è più nel Partito Democratico. La cosa per me rappresenta un rammarico infinito.

Ho ascoltato la sue spiegazioni sul perché di una decisione così grave e impensabile fino a poco tempo fa. Motivazioni tutte politiche. In buona sostanza non approva la strada che questo PD ha imboccato: quella modernista ma sradicata dalle rappresentanze sociali. Le scelte politiche e di governo, a suo avviso, poco o per nulla di sinistra (jobs act, buona scuola, referendum). Il non voler mai aprire un confronto sulla situazione politica del partito, che perde tesserati, fatica a trovare momenti di condivisione, di analisi politica, di presenza sul territorio.

Considerazioni legittime, in parte assai fondate e per me spiacevoli. Sento parte della responsabilità per le accuse. Tutti i democratici dovrebbero farsi delle domande se uno come Maurizio decide di andarsene (ci sono migliaia di Maurizio in ogni angolo del Paese). Uno che alle scorse elezioni amministrative è stato il più votato, che conosce Cormano come le sue tasche, che ha animato le feste de l’Unita degli ultimi anni (quando avevamo la motivazione e l’entusiasmo per farle), e lo faceva usando i giorni di ferie dal lavoro per stare due settimane negli stand a ribaltare bistecche sulla brace.

Uno che ha ancora passione per la politica pulita. Uno che non hai mai chiesto nulla per sé (era presidente del consiglio comunale, carica che ha accettato con molti dubbi, e si è dimesso dopo aver riflettuto sul peso di quel ruolo in relazione ai tempi della sua vita), senza voler primeggiare, senza il piglio petulante e arrogante che a volte avvolge i più in vista, gli eletti, i componenti della cosiddetta elite da paese.

Se si congeda dal PD uno come Maurizio, non certo un sovversivo rancoroso, ma un semplice esponente della sinistra istituzionale, significa che ci sono tutte le condizioni culturali perché ad allontanarsi dal PD sia un bel pezzo di popolo, grato alle istituzioni democratiche, che qui da noi non si sente più rappresentato e fatica a rappresentare se stesso. Sono tanti che si allontanano dal PD o stanno pensando di farlo. E guarda caso sono tutti quelli che possiedono un forte profilo di sinistra, che vorrebbero orientare scelte e ideali verso punti precisi della società, senza nostalgie del passato ma facendo i conti con la realtà di oggi.

Un esodo silenzioso ma drammatico e massiccio da un partito che era stato pensato anche come la loro dimora naturale. Ad andarsene non sono i dirigenti, i parlamentari e quelli destinati a fare rumore. Ad andarsene sono pezzi di società, lavoratori, pensionati, giovani. La gente che per vivere conta solo sul salario che non basta mai (parola antica ma attualissima). Compagni in prima fila a metter passione e tempo libero nei gazebo, elettori riflessivi e partecipanti. Silenziosamente ma di continuo. Senza sapere bene dove andare. Chi a sinistra come Maurizio, chi da nessuna parte come moltissimi altri.

Stavolta gioco in difesa

Al referendum voterò si. Lo dichiaro perché non mi sono mai messo a guardare le cose da lontano, nemmeno quando sono controverse, la scelta non è semplice, il contesto fa rabbrividire e molti amici e compagni resteranno delusi della mia scelta. Ma di questo referendum ne faccio una questione del tutto politica. Nel merito sto in superficie e mi limito a ripetere ciò che dicono gli altri esponenti del “meno peggio”: che la riforma poteva essere scritta meglio, che si poteva abolire il Senato del tutto ma che comunque, nel 2016, non mi sembra sbagliato snellire i processi decisionali.

Il voto del 4 dicembre ha una valenza pesante e non è vero che il giorno dopo saremo uguali a prima. Se vince il no non ci sarà una pronta reazione del fronte democratico alle badilate di Salvini e a quelle di Grillo, che non è di sinistra. Allo scioglimento dell’esecutivo corrisponderà un governo tecnico e poi il voto in uno stato di confusione in cui si assisterà ad un ulteriore frammentazione del campo democratico e una sua sicura sconfitta.

Questa volta in ballo oltre la stabilità utile alla crescita, c’è il rischio del peggioramento delle condizioni complessive della nostra democrazia. C’è l’avanzamento del blocco del populismo senza soluzioni, dell’isterismo anti-immigrati, dell’era delle paure senza possibilità di mediazione. C’è un blocco che avanza e va contrastato in modo più possibile ampio. E va fatto adesso. Perché il referendum è la scintilla per fare esplodere il sistema. E l’esplosione non sarà generativa.

Non si illudano i compagni che pensano che se vince il no finalmente faremo una sinistra come si deve. E che gli opportunisti, gli alfaniani, i verdiniani, i modernisti saccenti se ne andranno per sempre dal nostro campo. Non accadrà. Se vince il no prevarranno le destre peggiori nel breve e nel lungo periodo.

Il fronte democratico è una convivenza difficile, a volte impossibile. Ma è l’unica, nelle condizioni attuali, che ci è rimasta e vale la pena di sostenere per il bene del Paese, prima ancora che delle nostre rispettive e intime coerenze. Faccio notare, con rispetto e simpatia, che a sinistra (fuori dal PD) per il momento non si manifesta nulla che sia politicamente rilevante. Non una prospettiva, non una strategia, non un’idea del mondo. E nemmeno uno straccio di unità tra troppi aspiranti leader inefficaci sul piano mediatico. Non è colpa di nessuno. Semplicemente l’alternativa di sinistra non esiste e non se ne vede una possibile genesi.

Dentro il PD sono tra quelli che vogliono una leadership diversa, da costruire in vista del prossimo congresso. Sarà possibile farlo soltanto se l’incombenza del 4 dicembre non servirà per dividere ulteriormente il partito tra “buoni” e “cattivi”. Perché c’è una fetta consistente dei nostri elettori che voteranno no ed hanno diritto di cittadinanza nel partito.

Sto giocando in difesa. Ma questa difesa oggi è l’unica strategia che trovo praticabile. Questo governo non è esaltante, ma non è peggiore di altri che lo hanno preceduto e sul tema colossale dei migranti ha sfidato l’Europa con coraggio. Non mi basta ma è una base da cui ripartire per rigenerare politiche di sinistra che si confrontino con la realtà delle cose, mettendo la lotta alle povertà e la dignità del lavoro ai primi posti.

Ciò che siamo

“A Cormano sono stati bravi a creare una rete di voti sicuri con le cooperative (ti do la casa, ma ricordati che…) e questo vale anche su altri piani. Definiamolo un sistema di gratitudine. Molta gente ha paura di ribellarsi al sistema…”. Scrive così il capo dell’opposizione di destra al Comune di Cormano (naturalmente su Facebook), per descrivere il sistema che garantirebbe al Partito Democratico il potere locale perpetuo. Un’analisi rudimentale e spiacevole perché allude e non chiarisce fino in fondo le circostanze, i fatti.

Secondo il capo dell’opposizione la continuità di governo di sinistra sarebbe l’effetto perverso di un radicamento malato che tiene in ostaggio una maggioranza dei cittadini-elettori.
E cioè saremmo davanti a una sinistra (Pci-Pds-Ds-Pd) che da anni ‘venderebbe’ il diritto alla casa per avere in cambio i voti. Non solo, sarebbe tanto temibile da rendere incapaci i cittadini di ribellarsi. Neanche in Germania dell’Est, per intenderci.

A questo giudizio, un po’ approssimativo e offensivo, posso reagire soltanto ricordando. Quello che siamo adesso dipende da quello che siamo stati.

Ho fatto in tempo a conoscere molti di quelli del Partito Comunista Italiano. Sindaci, assessori, militanti, simpatizzanti, donne, sindacalisti, giovani scapestrati, organici, intellettuali, anarchici, estremisti, socialisti e libertari. Una miscela di popolo confusionario ma ambizioso delle sue sorti, collettive ed individuali. Tra il 1960 e la metà degli anni ’80 le sezioni del Pci a Cormano erano tre, con quasi duemila tesserati. Lavoravano nelle fabbriche come operai ed impiegati. La sera li trovavi nelle sale fumose delle cooperative tra riunioni, gioco, mangiate e bevute. La domeniche di primavera nelle gite, nelle balere, nelle bocciofile.

C’erano i belli e i brutti, i simpatici e gli stronzi, i colti e gli attaccabrighe. Tuttavia era un popolo libero con tutti i pregi e i difetti della massa ma tutto sommato, tra errori e piccoli scazzi, aveva una direzione. Nessun comunista pensava di poter fare da solo, di comprarsi favori, voti e altre bassezze. Il benessere da raggiungere ad ogni costo lo volevano tutti, ma passava attraverso l’etica del lavoro, il destino della classe operaia, i figli da mandare all’università. Era il meglio e non la mediocrità il valore da perseguire.

Se guardo questa fotografia reale, anche se sbiadita, le frasi del capo dell’opposizione appaiono senza senso e quel “sistema di gratitudine” a cui allude sembra una frase grottesca, vuota.

Da allora Cormano e l’Italia sono cambiate. Molte persone, che oggi vivono nelle case di cooperativa, hanno abbandonato da tempo le vecchie ideologie e votano ciò che capita. Senza per questo perdere il diritto alla casa e senza che qualcuno le minacci, le eviti o le ostracizzi.

Però ancora moltissime persone di tutte le età votano liberamente a sinistra perché si fidano di amministratori onesti e non dimenticano gli effetti positivi di questa lunga storia sulle loro vite. Quello che il populismo di destra di ieri e di oggi non vuole ammettere è che la sinistra in Italia e a Cormano è stata una straordinaria occasione di libertà e progresso. E continua ad esserlo.

Spegni la musica. Ascolta il silenzio

Il treno attraversava la pianura. Di sera sul tardi. Rallentò all’improvviso, soffocando piano il rumore del vento che entrava dai finestrini aperti nel corridoio quasi deserto. Ero affacciato ad uno di quei finestrini che odoravano di ottone, le mie braccia appoggiate sopra, la mia testa a prendere il vento caldo.

La stazione di Bologna era un grande dedalo di binari, spalmati sulla piana senza fine. Contarli era impossibile. Mi domandavo cose senza senso, tipo dove porterà quel binario o quell’altro. Le mie cuffie sparavano già da qualche ora ossessivamente Lulluby dei Cure e Simone era mezzo sdraiato nello scompartimento. Era il 2 agosto del 1989 ed era la mia prima vacanza in piena autonomia.

In due, minuscoli nei nostri 16 anni, avevamo preso quel treno alla centrale di Milano. Direzione Lecce e poi Gallipoli. L’emozione del viaggio non mi avrebbe permesso di dormire. Il treno era una lunga carovana di ferro e sedili in finta pelle. Un forno con correnti d’aria che si infilavano nei corridoi ed evolvevano in un rumore notturno, crescente, ritmico. C’era gente che tornava giù per le ferie d’agosto. Facce di italiani di seconda classe.

Il treno si fermò ululando sulle rotaie, proprio sul primo binario, a due passi dall’atrio della stazione di Bologna. Un uomo sulla quarantina mi si affiancò al finestrino. “Tu sei giovane. Forse non lo sai. Qui nove anni fa morirono tante persone per mano dei fascisti. Quando si passa da qui si porta rispetto. Spegni la musica e ascolta il silenzio. Questa è una ferita dell’Italia. Ricordatelo sempre”.

Ogni volta che arriva il 2 agosto della strage di Bologna ricordo quell’uomo, la voce, l’accento del sud. Un emigrato che tornava al paese per le vacanze estive. Mi colpisce ora pensare che l’Italia di quel treno era profondamente diversa da quella di oggi. C’era un popolo semplice, epidermicamente antifascista e connesso sentimentalmente alle sorti del Paese. Sono disorientato. Oggi mi pare sia venuto a mancare quel legame tra il popolo e il suo destino.

La vera emergenza

L’ex fidanzato l’ha bruciata viva in mezzo alla strada. Era notte ma passavano auto che non si sono fermate. In un sabato sera, a Roma. L’assassino, un italiano di 27 anni (guardia giurata), che non riusciva a darsi pace dopo la fine della storia con la giovane, è stato arrestato. Il capo della squadra mobile ha addirittura affermato che in 25 anni di carriera non ha mai visto una cosa così spaventosa.

Nella conta tragica delle morti violente in Italia, la quota altissima di donne uccise tra le mura domestiche o per questioni di famiglia rimane inalterata pressoché dal dopo guerra. Sono calati tutti gli altri generi di omicidio ma il femminicidio no. Resiste e si alimenta di una rabbia continua, implacabile, disumana. Eppure pochi politici mettono la questione in testa agli allarmi sociali. Perché ad esempio Salvini non ne parla mai? Perché non parla di ruspe anche nel caso degli assassini maschi, di solito italiani, che riempiono le cronache ma non accendono mai alcun allarme sociale?

Qualche risposta credo di averla. Ho alcuni amici in parlamento che si sono dati da fare in questi anni per inasprire pene e fare prevenzione contro la violenza sulle donne. Ma c’è un salto culturale che deve investire con responsabilità tutta la società. Compresa quella politica, generalmente di destra, che preferisce addossare tutte le colpe dei mali agli immigrati, a chi usurpa il senso della nazione con la propria faccia straniera, a chi prega Maometto. Arrivando ad omettere che tra gli allarmi più stringenti sulla sicurezza nazionale c’è l’incolumità di tantissime donne, maltrattate ogni giorno dai propri compagni.

O peggio uccise nei modi più atroci. Questi professionisti della paura vogliono militari per le strade a proteggerci. Ma nelle case spesso si consumano schifezze quotidiane. E spesso, nonostante le ripetute denunce da parte delle vittime, queste ultime restano da sole, incustodite nell’indifferenza della giustizia e nell’impossibilità delle autorità di pubblica sicurezza di proteggerle come si deve. Ecco bisognerebbe capire come parlare di sicurezza partendo dai problemi reali, prima di accendere focolai di allarme senza che ce ne sia bisogno.

 

Duemila bimbi

Duemila bambini ogni mese vanno alla bilioteca dell’infanzia del Bì – la Fabbrica del gioco e delle arti di Cormano. Nei primi tre mesi di quest’anno ci sono stati 42 eventi gratuiti e 1.994 partecipanti. In una struttura che ospita anche un teatro per l’infanzia con una stagione molto ricca di rappresentazioni e un museo del giocattolo che lavora con i gruppi di studenti e con i laboratori creativi. E poi ci sono decine di spettacoli organizzati dalle associazioni del territorio, per tutto l’anno, specialmente nel periodo dell’Ottobre Manzoniano.

Il Bì è tutto questo. E intendiamo allargare i programmi, le collaborazioni e il coinvolgimento dei cittadini. Dai bambini ai più grandi. Intendiamo andare avanti mettendo al centro della nostra amminsitrazione l’infanzia e la cultura più in generale. Ogni euro speso per la cultura in un centro come questo, uno dei pochi in Italia, è speso bene. Sono tra quelli che ha creduto dal primo momento nel progetto e continua a crederci, anche se non è facile per un comune come il nostro reggere agli urti molteplici della crisi economica e alla mancanza cronica di finanziamenti pubblici.

Molti non sanno che non esistono teatri funzionanti senza finanziamento pubblico. Non esistono teatri, nemmeno per l’infanzia, che si reggono soltanto sugli incassi al botteghino. In nessuna parte del mondo. Ed io credo e lo dico senza arretrare di un millimetro, che una parte anche piccola di finanziamento pubblico debba aiutare l’impresa culturale. E lo credo per una ragione molto concreta: è un dovere politico fare in modo che un bimbo in più al giorno entri al Bì.

E’ un bimbo a cui cediamo un pezzetto di sapere, di gioco, di colore, di bello. E questo vale anche per la sua famiglia, i suoi genitori, i suoi fratelli e sorelle. E’ un dovere che metto sullo stesso piano dell’educazione scolastica, dell’assistenza ai soggetti deboli, agli anziani. Sono queste le nostre priorità: un welfare esteso al mondo educativo e dell’aggregazione. Lo ribadisco. Ogni euro per la cultura e l’infanzia è speso bene ed è una scelta politica.

Perché il PD

Sollecitato con forza, quasi strattonato da amici e compagni vi dico perché non me ne vado dal Pd, anche se lo critico a volte con durezza. Prima di tutto non me ne vado perché è anche il mio partito. Sono stato un segretario di circolo all’inizio del suo percorso. Per me che venivo dai Ds è stato un trauma intrigante.

Avevamo creato qualcosa di strano in quel 14 ottobre 2007. Ci siamo adattati a stare insieme ai cattolici e non è stato semplice, come non lo è stato per loro. Alcuni compagni hanno smesso di imprecare i santi durante le riunioni per rispetto, altri di parlar male dei preti, sempre per rispetto. Altri hanno ammansito alcune posizioni radicali su lavoro, padroni, operai e robe similari.

Abbiamo tutti fatto un sacrificio per stare insieme e non per rafforzare il nostro piccolo potere ma perché ce lo ha chiesto la storia. E la crisi della rappresentanza politica. La crisi del sistema che fino a poco prima abbiamo vissuto, fatto di certezze e di rappresentazioni rocciose delle nostre appartenenze. Lo abbiamo fatto e abbiamo fatto bene a farlo. E il PD ha ancora una ragione forte. E quando mi dicono esci di li perché uno come te non ci può più stare, rispondo che invece ci devo stare. Se voglio vivere in questo mondo, in questa società.

E se Renzi e i suoi ragazzi non mi piacciono per il modo e la tecnica con cui dispongono del potere e per alcune scelte di contenuto, allora farò la mia battaglia interna per cambiare la classe dirigente. Non è un dramma e non deve essere una guerra, ma una dialettica normale di un partito moderno, in una democrazia matura. Come in America dove due candidati democratici con proposte opposte si confrontano nello stesso partito.

E ora vi dico perché mi piace stare nel PD.  In queste settimane sto collaborando alla stesura del programma di Beppe Sala, candidato sindaco di Milano, e ogni giorno incontro decine di persone che a loro volta collaborano con noi. Moltissimi sono del PD e mettono passione in uno straordinario contributo di idee e di competenze. Nella massima libertà di espressione e di partecipazione. Non filtrata da un blog o da qualche altro meccanismo surrogato.

Ecco questa è al cosa più bella e più avanti, forse anche delle classi dirigenti. Mi piace il PD. E’ l’invenzione giusta, ma deve essere largo e comodo. Chi è chiamato a decidere ha il dovere di comporre le divisioni fino all’ultimo. Perché non siamo in azienda. La maggior parte del nostro popolo non è stipendiato ma dona solo passione e tempo. E qundi, va rispettato.

Un sorriso sconfitto

Luca ha 22 anni. L’ho incontrato qualche giorno fa alla stazione di Cormano-Cusano mentre aspettava il treno. Luca (il nome è di fantasia) andava al lavoro. Fa il custode in una filiale di una grande banca che si trova dall’altra parte di Milano. Quasi un’ora ad andare e viceversa. Tutti i giorni. Spesso la domenica e spesso lavora anche di notte e feste comandate.

Deve stare in una specie di garitta blindata che si trova all’interno dell’agenzia e, in caso di rapina, allertare le forze dell’ordine, sperando di non correre troppi rischi. Mi racconta tutto con qualche sorriso e una sottile e persistente sensazione di sconfitta. Che non diventa mai lamento, ma solo sottofondo alla sua vita, come a quella di tanti altri giovani.

Luca guadagna 4,5 euro l’ora. Lo ha assunto a tempo determinatissimo una cooperativa, che ha preso il lavoro da un’altra cooperativa che ha preso il lavoro dalla banca. Questa storia è una storia che ormai non fa più notizia. Lavorare per 4,5 euro l’ora e anche meno, essere strattonati dal prendere o lasciare e finire a testa bassa nel gorgo delle cooperative fittizie che si rimpiazzano a suon di ribassi, condizionate, a loro volta, da grandi gruppi finanziari, liberi di fare e disfare e che in pratica se ne fottono delle persone.

La generazione di Luca (e ormai quasi tutti quelli che riescono lavorare) intanto incassa i 4.5 euro l’ora e quasi ringrazia il cielo che almeno quelli ci sono. Ma gli resta un sorriso malconcio, come se il futuro non fosse pianeggiante come invece dovrebbe essere l’orizzonte di tutti a 20 anni. Ma così non può mica andare a finire.

Se c’è una cosa da cui far ripartire la politica è la dignità del lavoro. Continuo a pensare che il mercato del lavoro non si armonizza da sé, non crea maggiori opportunità se viene completamente slegato dai diritti di chi lavora. Per questo sostengo una reazione forte e determinata in direzione contraria all’impianto del jobs act. Io sostengo la Cgil e la “Carta dei diritti universali”. Un testo composto da 97 articoli che propone un progetto di legge di iniziativa popolare, ovvero di un nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, che estenda diritti a chi non ne ha e a chi li sta perdendo.

La legalità prima di tutto

Lucrezia Ricchiuti è un’amica. Al momento fa la senatrice della Repubblica. E quando, da molte persone, sento parlare male della politica, di tutta la politica, reagisco pensando a lei. E ad altri parlamentari che conosco e che invece fanno bene il proprio lavoro e alla politica restituiscono quella dignità ed importanza che merita.

Perché le persone come lei sono espressione di rappresentanze vere, reali, dirette. Lucrezia porta in dote la difficile, quotidiana battaglia per la legalità, la trasparenza e la lotta alle mafie. A Desio, dove vive e fece il vicesindaco, si è battuta contro interessi loschi, sporchi, infetti. Con coraggio e risultati importanti. E’ stata eletta al Senato in modo del tutto naturale, vincendo le primarie nella provincia di Monza, come effetto immediato del suo buon lavoro. Supportata da tante persone libere, intenzionate a costruire percorsi nitidi di amministrazione.

Stasera è a Cormano alle 21 a discutere e riflettere pubblicamente alla presentazione del libro di Giampiero Rossi “La regola. Giorno per giorno l’ndrangheta in Lombardia”. Tema spinoso, osceno. Che in tanti, a cominciare da alcuni politici lombardi, hanno tentato di omettere. Il rischio infiltrazioni della mafia nelle nostre città del nord è cosa ormai ampiamente dimostrata. Eppure c’è sempre chi preferirebbe non parlarne. Chi non ritiene che la legalità debba essere in testa ai nostri pensieri, alle nostre preoccupazioni.

Il Comune di Cormano dedica un’intera rassegna alla legalità. Come stile amministrativo, come idea da perseguire, come buona pratica di vita. Lo fa avvalendosi di persone che hanno da raccontare esperienze dirette. E grazie al contributo di cittadini come Mariagrazia Nichetti, che da anni, senza i riflettori puntati addosso, lavora per organizzare questo genere di appuntamenti.

Mi piacerebbe che questa sera e nelle prossime occasioni ci fossero tanti cittadini ad ascoltare e partecipare. Per condividere le preoccupazioni, dotarci degli strumenti migliori per salvaguardare i nostri comuni e la nostra vita in comune. E per dare alla politica una prospettiva di credibilità migliore.

Il campo dei ragazzetti

Al campo di via Somalia sono entrato con un gruppetto di compagni di classe in un tardo pomeriggio di molti anni fa. Cerco ma non riesco a rintracciare nel naso quell’odore di erba , fango secco e cuoio dei palloni. Ragazzetti appena più grandi di noi correvano ordinati dentro le loro divise arancio, in fila per due, avanti e indietro sulla linea laterale tirata con la calce, rispondendo con movimenti meccanici delle braccia ai comandi del fischietto del mister.

Con i miei compagni di scuola eravamo andati solo a curiosare perché girava voce che ci fosse una società che stava fiorendo. Fino a quel giorno giocavamo nel cortile della scuola, nel cortile di casa. Sempre con il pallone tra i piedi. Vedere da vicino una squadra pronta per la partita, con le divise stirate, l’allenatore, l’arbitro di nero e un po’ di pubblico concretizzò un sogno, fino a quel momento vissuto in spazi strambi, dove era la fantasia a tracciare le righe, trasformando un marciapiede in uno stadio.

I ragazetti in arancio si erano accorti anche della nostra presenza. La nostra invidia li rese superbi nella corsa coi petti in fuori. I ragazzetti erano della Cormanese. Attendevano che gli avversari in blu lasciassero gli spogliatoi, che ai tempi erano composti da due container bianchi come quelli dei cantieri. A noi tutti salì il desiderio di bambino di saltare la recinzione ed entrare in campo per giocare in una partita vera. Il giorno dopo quasi tutti i maschi della mia classe tornarono al campo per iscriversi alla Cormanese. Nome e cognome e permesso scritto di mamma o di papà. E li siamo cresciuti.

Allenamenti, partite, amicizie, liti, delusioni e vittorie. Stagione dopo stagione nel campo di via Somalia, che intanto migliorava grazie al lavoro di molti volontari. Ma restava stretto nelle misure e sciaguratamente scomodo quando la pioggia lo trasformava in fango. Come succede ancora adesso. I papà che dopo la fabbrica venivano a metterci passione, qualche soldo, una mano di vernice. Sognando un futuro da professionista per i figli. Dai container agli spogliatori, dal magazzino al bar, dai tubi in ferro alle tribune in cemento. Dal 1976 fino ad oggi. La Cormanese poi Ac Cormano e poi Ascob.

Quarant’anni di storie di persone con la passione, incontenibile e scellerata, per il calcio. Nessuno dei miei compagni ha fatto il calciatore nella vita. Questo non conta. Il campo di via Somalia ha fatto il suo dovere lo stesso allevando  generazioni di sogni quotidiani, distraendo da altro e dal pericolo generazioni di ragazzi. Questo invece conta.

Fa male vederlo chiudere. Sono uno di quelli che, da amministratore, ha fatto questa scelta, rompendo con un pezzo della mia infanzia. Quel campo non ci sarà più ed è indiscutibilmente un dolore. Ma ora si apre una storia nuova, che sarà altrettanto bella. Forse ancora di più. Il centro sportivo che ospiterà i ragazzetti di oggi e di domani sarà un luogo migliore, con un campo più grande e adatto alle nuove sfide. E il campo manterrà la sua eterna funzione: moltiplicare i sogni dei ragazzetti di ogni stagione.