Parlarsi

A volte mi capita di tornare più tardi dal lavoro. A sera inoltrata il treno è quasi completamente vuoto, le poche persone che viaggiano sono quasi sempre e quasi tutte straniere. Ieri sera all’improvviso il treno si ferma in un tratto buio e lontano dalla prima stazione utile. Un incidente sulla linea lo tiene bloccato. Lo dice qualche minuto dopo una voce diffusa via microfono. Mi tocca aspettare. Potrebbe passare molto tempo. Mi terrà compagnia il libro che sto leggendo.

Poco distante siede un uomo, un maghrebino sui 50 anni. Una delle tante comparse, così come le vedo da pendolare, con cui condivido gli spazi sui mezzi pubblici. Siamo solo noi. Più in là, sotto la luce al neon e nel silenzio rotto solo da un sibilo che si dipana nelle carrozze, ci sono altre poche persone.

Dopo mezzora capisco che ne avremo per molto. “La linea è bloccata per un tempo imprecisato”, dice la voce al microfono. Io e il maghrebino ci guardiamo. Lui ha una faccia da brav’uomo con grandi occhi verdi. Sorride. Sono io a rompere il ghiaccio, chiudo il libro e mi lamento come al solito di Trenord e così iniziamo a parlare. Parliamo per le successive due ore, cercando di stemperare stress e stanchezza. E il pensiero di essere rinchiusi in un treno senza via di uscita.

Parliamo di lavoro, viaggi e vita. Lui è un pizzaiolo. E’ andato su e giù per l’Europa, ha una laurea in lingue, ne parla almeno quattro correttamente. Mi dà del lei. Mi sembra tutto così straordinario. Mettersi a parlare con uno sconosciuto marocchino, come fosse un qualsiasi gentile signore italiano, di questi tempi, sfugge alla narrazione dominante, di cui anche io pur non volendo, sono vittima.

Gli brillano gli occhi quando parla delle pizze che impasta. Gli ha insegnato tutto un napoletano. “Avete un Paese bellissimo”, dice. Faceva il contabile in una ditta di import-export che è fallita e di punto in bianco si è ritrovato senza lavoro. Così si è reinventato. Ama fare la pizza e trattare bene i clienti, parla in spagnolo con i sudamericani, in francese con tunisini e senegalesi e in inglese con i nigeriani e naturalmente in italiano con gli italiani. E questo è tutto.

Anzi no. Se cercavo un motivo anche solo transitorio per sperare ancora in questo Paese, ieri sera l’ho trovato. E’ bastato parlare con uno sconosciuto. E rompere il mainstream del tempo moderno.

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