Stavolta gioco in difesa

Al referendum voterò si. Lo dichiaro perché non mi sono mai messo a guardare le cose da lontano, nemmeno quando sono controverse, la scelta non è semplice, il contesto fa rabbrividire e molti amici e compagni resteranno delusi della mia scelta. Ma di questo referendum ne faccio una questione del tutto politica. Nel merito sto in superficie e mi limito a ripetere ciò che dicono gli altri esponenti del “meno peggio”: che la riforma poteva essere scritta meglio, che si poteva abolire il Senato del tutto ma che comunque, nel 2016, non mi sembra sbagliato snellire i processi decisionali.

Il voto del 4 dicembre ha una valenza pesante e non è vero che il giorno dopo saremo uguali a prima. Se vince il no non ci sarà una pronta reazione del fronte democratico alle badilate di Salvini e a quelle di Grillo, che non è di sinistra. Allo scioglimento dell’esecutivo corrisponderà un governo tecnico e poi il voto in uno stato di confusione in cui si assisterà ad un ulteriore frammentazione del campo democratico e una sua sicura sconfitta.

Questa volta in ballo oltre la stabilità utile alla crescita, c’è il rischio del peggioramento delle condizioni complessive della nostra democrazia. C’è l’avanzamento del blocco del populismo senza soluzioni, dell’isterismo anti-immigrati, dell’era delle paure senza possibilità di mediazione. C’è un blocco che avanza e va contrastato in modo più possibile ampio. E va fatto adesso. Perché il referendum è la scintilla per fare esplodere il sistema. E l’esplosione non sarà generativa.

Non si illudano i compagni che pensano che se vince il no finalmente faremo una sinistra come si deve. E che gli opportunisti, gli alfaniani, i verdiniani, i modernisti saccenti se ne andranno per sempre dal nostro campo. Non accadrà. Se vince il no prevarranno le destre peggiori nel breve e nel lungo periodo.

Il fronte democratico è una convivenza difficile, a volte impossibile. Ma è l’unica, nelle condizioni attuali, che ci è rimasta e vale la pena di sostenere per il bene del Paese, prima ancora che delle nostre rispettive e intime coerenze. Faccio notare, con rispetto e simpatia, che a sinistra (fuori dal PD) per il momento non si manifesta nulla che sia politicamente rilevante. Non una prospettiva, non una strategia, non un’idea del mondo. E nemmeno uno straccio di unità tra troppi aspiranti leader inefficaci sul piano mediatico. Non è colpa di nessuno. Semplicemente l’alternativa di sinistra non esiste e non se ne vede una possibile genesi.

Dentro il PD sono tra quelli che vogliono una leadership diversa, da costruire in vista del prossimo congresso. Sarà possibile farlo soltanto se l’incombenza del 4 dicembre non servirà per dividere ulteriormente il partito tra “buoni” e “cattivi”. Perché c’è una fetta consistente dei nostri elettori che voteranno no ed hanno diritto di cittadinanza nel partito.

Sto giocando in difesa. Ma questa difesa oggi è l’unica strategia che trovo praticabile. Questo governo non è esaltante, ma non è peggiore di altri che lo hanno preceduto e sul tema colossale dei migranti ha sfidato l’Europa con coraggio. Non mi basta ma è una base da cui ripartire per rigenerare politiche di sinistra che si confrontino con la realtà delle cose, mettendo la lotta alle povertà e la dignità del lavoro ai primi posti.

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