Se Cormano va contromano

Andare contromano. Con una moto si può fare facilmente, schivando la auto che procedono in senso opposto. Per il codice stradale non si può fare. Ma siamo in Italia e chi ha una motocicletta, un motorino, un T-Max o anche un Garelli scassato, è quasi obbligato dalla prassi a superare le auto in coda, invadendo inevitabilmente la carreggiata opposta. Se non lo fai sei un babbo. Così si diceva quando ero giovane.

Allora anche i meno temerari a bordo delle due ruote si sentono obbligati a farlo, anche se in cuor loro se ne starebbero in coda come gli altri. Ed anche qualcuno dalle parti del comune si è sentito libero di farlo, a quanto pare. Per filmare la disastrosa situazione del traffico urbano cormanese, nei giorni scellerati della doppia chiusura di autostrada e superstrada, una telecamera istituzionale si è fatta tutta la Comasina in contromano. Senza nemmeno prendere in considerazione il fatto che stesso commettendo un’infrazione.

L’art. 148 Codice della strada al comma 11 recita che non si possono superare le auto incolonnate se ciò comporta, per ciclomotori o motocicli, il doversi spostare nella corsia opposta di marcia. E’ invece in Italia è talmente normale, usuale, strutturale farlo, che l’uomo o la donna alla guida della moto in questione non ci ha pensato.

Non solo. Le immagini del giretto contromano sono state consegnate al sindaco di Cormano, il quale, anch’egli motociclista da scooterone (dovrebbe dirci se è stato lui in prima persona a girare il video ma dubito che mai lo farà), le ha pubblicate sulla sua pagina facebook e su quella istituzionale della sua giunta (di destra ovviamente).

Anche il primo cittadino, preso dalla sua accecante verve di eterno oppositore di qualcuno (in questo caso Società Autostrade e Città Metropolitana) non si è chiesto se fosse opportuno pubblicare immagini di una moto che se ne va bellamente contromano. Forse anche a lui piace stare in contromano. Lo ritiene normale, un diritto da centauri, di chi ha fretta, di chi è insofferente alle regole. Di chi preferisce, sempre, lo “sgamo” all’italiana, la scorciatoria, la prevaricazione.

In pochi proveranno indignazione se un un sindaco procede in contromano, ne sono certo. A me viene un certo fastidio, prima di tutto e come al solito, per il maltrattamento sistematico delle istituzioni che sono anche nostre, di chi non condivide queste pratiche e poi per il maltrattamento delle regole che dovrebbero valere per tutti. Anche per i sindaci.

 

Si vergognavano del fascismo

Mi mancano i nonni. Del duce non si poteva parlare in casa loro, al solo nominarlo sentivano i brividi addosso, forse non si spiegavano come avessero potuto trascorrere una parte delle loro vite in un regime così cialtrone e considerarlo normale. Forse se ne vergognavano.

Avevano sentito l’odore dei fiati alcolici delle SS che rastrellavano nel centro di Milano e non potevano scordarlo. Avevano accuratamente camminato per le loro strade evitando di incrociare lo sguardo di qualche camicia nera della “Muti”, imbrillantinata e barcollante da sbronza ma pronta a dar manganellate a destra e a manca. Non erano né ebrei, né comunisti, né partigiani i miei nonni. Erano dei giovani proletari, cercavano di mimetizzarsi, di far passare la lunga notte.

Dopo la guerra, fino alla fine dei loro giorni, riempivano la tavola di cibi proteici ogni volta che potevano, forse per scacciare via i fantasmi della fame. Era una festa andare a casa loro, ma la paura che tutto l’orrore potesse tornare la sporcava almeno un pochino. Sempre.

Mi manca quella sensazione di stabilità precaria che riuscivano a trasmettere. La loro normalità mai data per scontata. La loro stessa esistenza stava a testimoniare che la storia non era per nulla un fotogramma in bianco e nero. Una manciata di anni prima schivavano camicie nere, SS e bombe ed ora riempivano le tavola di doppie razioni di cibo.

Ma bastava un niente per riportali con la testa al sibilo dei siluri in picchiata, a quella voce di megafono che ripeteva “milanesi sfollate”. Al ricordo di quel pavimento dell’appartamento, in zona Ticinese, pericolosamente inclinato dopo che una bomba aveva sventrato il palazzo accanto. E allora la nonna riprendeva a raccontare. Mi manca non sentire più, da qualche anno ormai, quella voce narrante così ancora impaurita. Sarà per la forza di quei racconti che anche a me è venuta una gran paura del fascismo.

Che era iniziato come una festa per lei. Le piaceva la divisa da giovana italiana, che però il padre socialista le impediva di indossare. Aveva trascorso l’infanzia invidiando le compagne di classe, conformi. Le piacevano le parate, le adunate, le marcette, le canzonette dei balilla. Facevano festa. Ma era solo una bambina e poi da ragazza erano arrivate la guerra e la paura. Non aveva conosciuto partigiani coraggiosi ma solo un mondo di persone umili, nascoste, piegate dalla fame. E tutto quello che aveva vissuto temeva potesse tornare da un momento all’altro. Provava vergogna per come si era ridotta l’Italia. Perché il fascismo era prima di tutto una vergogna.

Ecco perché provo vergogna per il fascismo, la sua apologia, la superficialità di chi lo evoca con leggerezza o lo ricorda con rimpianto. Vorrei che quel senso di precarietà della democrazia fosse trasmesso alle giovani generazioni e che il fascismo fosse considerato un male intollerabile. Come ciò che è stato per davvero: una vergogna infinita.

Quel che resta dei sogni

Quando abbiamo progettato il Bì avevamo un sogno. Volevamo che diventasse la casa dei bambini, un luogo immaginifico dove creatività ed espressività fossero un combinato educativo come mai si era visto nei nostri comuni di periferia. L’idea venne a Roberto Cornelli, diversi anni fa. Nel 2004 aveva 28 anni, un figlio piccolo e un altro in arrivo e mi aveva convinto della necessità di un luogo del genere a Cormano. Non era difficile farsi convincere da un giovane sindaco, appena eletto, dalle idee ambiziose e innovative. Soprattutto se andavano a posarsi sulla pelle stanca di un comune che bisognava ridisegnare.

Sentivamo l’esigenza di oltrepassare l’idea di quel centro civico che a Cormano era sempre mancato. Volevamo lasciare un segno impresso nel futuro. Un luogo destinato all’infanzia, dal teatro, alla biblioteca, al museo del giocattolo. Un luogo speciale, che avrebbe dovuto vivere di programmi speciali con l’aiuto di persone speciali. Perché volevamo una cosa tanto difficile da mettere in piedi e da gestire? Perché, molto semplicemente, cercavamo un’alternativa pubblica, laica, stimolante per il tempo libero dei ragazzi. Perché arte, teatro, gioco in uno spazio bello avrebbero migliorato la vita dei bambini. Avrebbe contribuito ad aiutarli a crescere bene, più sensibili alla bellezza, più creativi e socievoli.

Per farlo ci affidammo al Teatro del Buratto che avrebbe gestito la sala e organizzato le stagioni. Dieci anni di lavoro difficile ma anche appagante, in cui la più celebre compagnia teatrale di Milano, specializzata nel settore infanzia, aveva deciso di puntare su Cormano. Non è sempre stato facile il rapporto tra loro e noi del comune. Ma eravamo convinti che la qualità del loro lavoro facesse comunque la differenza. Mancavano soldi, gli incassi non erano sufficienti per garantire una gestione in attivo. Ma nessun teatro ci riesce. La cultura deve essere aiutata, anche con l’intervento della spesa pubblica se necessario.

Oggi quello stesso teatro non ha più un gestore. Il Buratto ha levato le tende lo scorso anno. E adesso la giunta di centrodestra, che ha atteso due anni e mezzo per affrontare la crisi del Bì, ha aperto un bando pubblico. Accetterà le offerte di impresari o associazioni che lo facciano funzionare ma non solo come luogo dell’infanzia. L’importante è che funzioni e che rientri delle spese. Per l’infanzia, chissà, forse allestiranno dei gonfiabili come alle sagre, da piazzare nel cortile, accando al teatro. Così mentre i genitori vanno a vedersi il cabaret, i figli scivolano giù, sorridendo.

Evviva gli anni ’80

C’è una zona di Cormano le cui attività commerciali sono quasi tutte condotte da cittadini cinesi. Spuntano, timide, le insegne in mandarino sulla strada che sembra quasi una piccola chinatown. Una volta questa zona la chiamavano “solitaria”, credo perché il gruppo di case, tra cui il “grattacielo” (il 67 di via Gramsci), sorgeva isolato e distante dalla stazione dei treni e si raggiungeva attraverso una viuzza tra i campi.

Più avanti, sulla strada Comasina, resistono e prendono vita altre attività: pizzerie gestite da nord africani, piccoli negozi di alimentari pakistani e romeni, griglierie latinoamericane e altri ristoranti cinesi. Ma ci sono anche parrucchieri, fruttivendoli, piccole imprese di pulizie, di logistica. C’è un numero sempre maggiore di attività gestite da cittadini stranieri e la nostra città sta cambiando volto. Perché dietro ogni insegna ci sono persone, famiglie, bambini. Ci sono aspettative, bisogni, desideri e problemi.

Ed è alquanto singolare che questi cambiamenti non vengano in alcun modo registrati da chi ci amministra, che invece continua a pensare Cormano come fossimo ancora negli anni ’80, quando praticamente gli stranieri non c’erano. L’unico lavoro di integrazione è svolto dalle scuole, peraltro egregiamente. Ma dal nostro comune, in due anni di attività della giunta di destra, non ho visto alcun tentativo di costruire ponti per avvicinare le nostre rispettive culture, nessun progetto per costruire un senso di comunità oltre quella tradizionale. Nessuna volontà politica di tentare l’integrazione.

Al momento esiste una comunità, la nostra, qualla italiana che è quella che vota alle elezioni (per altro assai divisa tra vecchi e giovani, ricchi e poveri, garantiti e non garantiti), e poi ci sono tutti gli altri: gli stranieri. Di cui ci interessa poco e a loro, divisi nei loro gruppi etnici a compartimenti stagni, sembra interessare poco di noi. Questa incomunicabilità, diffusa in tutta Italia, è appena scalfita da qualche tentativo messo in atto in alcuni comuni dove si continua a fare dell’integrazione un programma politico. Era così anche Cormano fino a due anni fa.

L’integrazione però fa a pugni con le tante paure venute a galla negli ultimi tempi. E ora nel nostro comune, i politici leghisti e delle altre destre (comprese quelle civiche), che su queste paure hanno rastrellato i voti, hanno praticamente cancellato in pochi mesi tutto quello che si era tentato di costruire in anni di lavoro. Siamo tornati negli anni ’80, quando eravamo bambini. In allegria. Quando eravamo tutti italiani e il mondo era così facile da comprendere che anche i più ingenui parevano delle cime.

C’erano certezze consolidate come l’oratorio, la messa la domenica, la partita di calcio, le compagnie davanti ai bar. Le seconde case, i prepensionamenti, un sereno e consapevole tirare avanti senza scossoni. Le rassicuranti abitudini di una volta, insomma. Un amarcord che piace molto ai leghisti, che di questo bel mondo antico hanno costruito una narrazione nella quale esistono solo le nostre gioie e i nostri problemi, degli italiani. E i problemi di solito dipendono dalla cattiva condotta degli stranieri.

Mentre tutto intorno la modernità divora il vecchio mondo, loro ci rassicurano sigillando le nostre certezze con inossidabili barriere divisive. Semplicemente ignorando le necessità del mondo di adesso, le complessità, le nuove demografie. Per ora, lo confesso, è uno spasso credersi ancora negli anni ’80. E quindi bisognerebbe anche ringraziarli, i leghisti, per questo lodevole tentativo di negare qualcosa di ingombrante come la realtà.

Il Natale ai tempi delle destre

La casa di un privato cittadino di Cormano, quella che tutti abbiamo intravisto almeno una volta, piena di luminarie, piena piena di luminarie, (non saprei ma credo andrebbe certificata dai vigili del fuoco per la quantità incredibile di luci posizionate ovunque) è diventata il simbolo del Natale della giunta di centrodestra.

Attrazione mirabolante, calamita per curiosi, interrogativo vivente che sottopone chiunque alla domanda “ma perché?”, la casa privata di via Masaccio è l’epicentro natalizio del nostro comune. Piace? Incuriosisce? Fa notizia? Tutto vero e quindi la giunta del cambiamento, lesta nel muoversi tra le ovvietà del presente e del gusto popolare, la promuove a quartier generale delle poche, pochissime attività natalizie. Perché dove c’è interesse ci si infila.

Se la casa delle luci attrae decine di visitatori ogni anno allora è il caso di “farla propria”. E di mettersi nella foto ricordo. Sindaco e presidente del consiglio comunale, immancabili, inseparabili, insostituibili, hanno deciso anche di istituire un premio alle migliori luminarie di Cormano e di costituire una giuria, il cui presidente non può che essere il proprietario delle luminarie di via Masaccio. Uno scatto automatico e decisamente di buon senso.

Come tutto quello che viene proposto e cucinato dalla parti del comune ai tempi della destra. Quel buon senso talmente ovvio e scontato che viene quasi da sperare in un gesto inconsulto da parte di qualcuno del palazzo. E invece avviene ciò che ti aspetti: la casa delle luminarie funziona e allora diventa la casa del Natale. E quel poco che si può fare per allietare la cittadinanza in questo duro periodo di covid viene lì trasferito (qualche visita di bimbi e il suddetto concorso), con buona pace del Bì, il luogo dell’infanzia per eccellenza e della cultura (concetto alieno e accessorio molto noioso e poco popolare per il luogo comune) che nelle festività dovrebbe trovare una rinascita. E invece viene abbandonato.

Le foto di scena

Tre agenti di polizia locale fotografati davanti ad alcuni orologi requisiti a venditori senza licenza, che trafficavano attorno all’area dell’ex mercatino. E ancora una foto di persone (col volto oscurato) che vengono identificate ed espulse dalle forze dell’ordine da una fabbrica dismessa, dove avevano trovato una dimora di fortuna.

Due casi di cronaca che finiscono, per la prima volta, nei bollettini ufficiali del comune di Cormano. Due fatti, di ordinario lavoro delle forze dell’ordine, carpiti dalla macchina fotografica istituzionale e messi in bella mostra sui siti (sempre istituzionali) del Comune, a dimostrazione dell’efficienza ritrovata e della spiccata sensibilità dell’Amministrazione sui temi della sicurezza urbana.

A Cormano non era mai accaduto che si trasformasse in merce politica il lavoro delle forze dell’ordine. Ma non sono sorpreso, perché questo modo di utilizzare l’ordinario e prezioso lavoro di chi sorveglia la città a servizio della propaganda securitaria di un sindaco (che è ben diverso da legalitaria) è un tratto comune del populismo, vecchio e nuovo. E del sovranismo. In effetti una giunta a trazione leghista, come quella del nostro comune, non poteva che inaugurare la stagione delle foto di scena, dell’azione anti-crimine come anestetico tranquillizzante dei tanti cittadini irrequieti e impauriti.

Una medicina che rassicura, specie nell’estate inquieta del covid. Le operazioni congiunte tra polizia locale e carabinieri, che ci sono sempre state, diventano spettacolo da mostrare senza tanti complimenti. Perché il sindaco garantisce l’ordine e la legge, si fa volutamente protagonista della gestione della sicurezza. E’ un cortocircuito che va in scena in molti comuni, determinato dal ruolo sempre più centrale dei primi cittadini nel rapporto con i propri amministrati e anche da una politica, tutta intorno, che non riesce a fissare dei paletti, a darsi delle regole e delle garanzie.

Mettere in scena le operazioni poliziesche come fossero farina del suo sacco, consente al sindaco (e ai sindaci che lo fanno) di tenere ben saldo nelle mani il filo diretto della paura che lo collega ai cittadini. Serve a tentare di oscurare altre percezioni. Come quella del degrado del territorio che il sindaco, questa volta quello di Cormano, non riesce per nulla a dominare.

Perché nel bilancio preventivo, appena approvato, non c’è traccia di fondi e strategia per arginarlo. Nemmeno i soldi sufficienti a installare le telecamere di video-sorveglianza ovunque, che la destra aveva promesso nella campagna elettorale. Così come, sempre nello stesso bilancio, non c’è un euro per gestire la seconda ondata prevista del covid. Nessun tampone, nessun sierologico, nessuna rete territoriale di medici, nessun ambulatorio, nessuna strategia. C’è da aspettarsi che, a fronte di queste palesi insufficienze, le scene del crimine fotografate ad uso propagandistico si moltiplicheranno.

La biblioteca di Paolo

Quando ho messo piede per la prima volta in biblioteca ero un bambino. La biblioteca era una stanzone pieno di libri sulla via principale del paese. C’era un ufficio sul retro, dove lavorava Paolo, un ragazzo decisamente determinato a fare il bibliotecario nonostante la sua biblioteca fosse piccolissima.
Da noi bambini, che affollavamo lo stanzone obbligati dalla scuola per le ricerche collettive, pretendeva, con una certa cazzimma, il silenzio assoluto. Poi nel 1994 la biblioteca venne finalmente trasferita nella parte della scuola media, dove si trova tutt’ora. Paolo era sempre lì, io anche perché studiavo per gli esami universitari standomene rintanato in una delle salette al piano di sopra.
Nel frattempo aveva riempito gli scaffali di centinaia di volumi, aveva innovato i sistemi informatici ancor prima dell’avvento massivo di internet e costruito una delle biblioteche più fornite per gli studi storici sul movimento operaio. Paolo insieme a Zefferina e Adriana sono stati i pazienti custodi dei libri di Cormano per tanti anni.
E come sono cresciuti i volumi, grazie alla loro determinazione politica (nel senso assoluto e nobile del termine) sono cresciuti anche i lettori. Più lettori significava più gente consapevole in giro. Più civiltà, più riflessione, più bellezza. Poi sono arrivati i gruppi di lettura, le presentazioni di libri, i corsi e tante belle attività collaterali. Tutto gratuito, sempre. Non so quantificare al momento il numero di persone che attraversano la biblioteca ogni anno.
Ma adesso che c’è anche quella dedicata all’infanzia, (in un comune piccolo come Cormano due biblioteche civiche sono proprio una bella anomalia) credo siano davvero tanti i lettori. Non c’è più Paolo purtroppo, ma quella passione dimora ancora nei cuori dei nuovi bibliotecari e dei loro dirigenti.
Quelli che ancora si sorprendono perché chiedo di riaprire le biblioteche il più presto possibile nel rispetto di norme e precauzioni, forse non hanno mai messo piede in biblioteca. Non è un problema, c’è sempre tempo per iniziare a frequentarla. E’ uno dei piaceri più belli del mondo.

No alle manate sul dissenso

Degli errori commessi dalle autorità lombarde, sia politiche che sanitarie, nella gestione dell’emergenza coronavirus bisogna parlarne. A tutti i livelli e in tutte le sedi. Bisogna farlo per il semplice fatto che quegli errori non vanno ripetuti, che occorre attrezzare la Regione di una sanità capace di prevenire, soprattutto nel prossimo futuro, gli effetti devastanti della pandemia.

Perché Regione Lombardia non è stata all’altezza della sua fama di efficienza e di eccellenza. I fatti sono incontrovertibili visto l’elevato numero di decessi e di contagi che continuano ad esserci. Da più parti si imputa a Fontana e Gallera di aver commesso alcuni errori madornali nella gestione dell’emergenza. Non è mia intenzione processare nessuno.

Ma mi interessa partecipare e stimolare una discussione utile sugli errori commessi e tutt’ora visibili perché li si correggano al più presto. Perché si passi da una sanità ospedalizzata e molto privatizzata ad un sistema più attento al territorio, alla medicina di base, ai presìdi di assistenza pubblica indispensabili ma sistematicamente smantellati negli ultimi vent’anni.

Di questo occorre parlare. E su questo andare avanti, anche se la difesa leghista di Fontana e del sistema lombardo dovesse prendere le forme dell’intimidazione con l’intento di spegnere il dibattito. Perché le intimidazioni ci sono state. Ieri deputati leghisti, trasformati in un manipolo, hanno quasi aggredito l’onorevole Ricciardi alla Camera. Scene che rimandano a tempi cupi. Chiunque conosca qualcosa della storia italiana del secolo scorso non può che rabbrividire davanti al tentativo di far tacere un deputato con la forza.

Il punto non sono i toni esagerati e demagogici del deputato grillino, che personalmente non condivido, ma la reazione dei leghisti. Una reazione esasperata, rancorosa, minacciosa. Ieri in aula il margine della tenuta istituzionale e del rispetto delle diverse posizioni, che pensavamo essere di spessore rilevante, è parso d’improvviso essersi ridotto al livello di guardia.

In un Paese democratico non si può accettare che al diritto di critica e alle richieste di cambiamento, si alzi una manata sul dissenso. Non è questa la politica che serve all’Italia. Prima di tutto per il rispetto che si deve nei confronti dei cittadini alle prese col covid-19 e ancor di più alle vittime della pandemia.

Il medico amico

L’altro giorno sono sceso per portare fuori la spazzatura. Roberto passava in bicicletta sulla
strada deserta mentre imbruniva e si è fermato per un rapido saluto. Gli ho chiesto come stava la mamma e lui ha sorriso: “Bene grazie”. Era di fretta e ho fatto in tempo solo a bofonchiare un “come va?” da sotto la mascherina stretta, alludendo alla sua attività di medico e sperando in qualche modo di essere rassicurato sull’andamento dell’epidemia. Ha alzato le spalle facendomi intendere che nell’emergenza non c’è molto tempo per fermarsi.
D’altra parte Roberto è uno che corre sempre anche in tempi normali, in bici, a piedi, in piscina e di rado si sofferma a parlottare più del dovuto. Fa parte del suo tratto personale che può apparire burbero. Ma anche discreto. Ed è per questo che non mi ha detto che stava correndo per le case dei cormanesi a dare una mano da volontario. Non mi ha detto che, finito il lavoro in corsia, prende la bici e diventa un “medico amico”, istituito dal comune per monitorare le persone che presentano sintomi compatibili a quelli del covid-19. Me lo hanno detto altre persone, solo ieri.
Ho pensato diverse cose tutte insieme. Ho pensato ai medici in prima linea, che adesso rischiano la vita con gli infermieri e chi lavora a contatto coi malati. Ho pensato che io, i medici, li ho sempre apprezzati, anche quando ho incontrato tra di loro qualcuno non proprio motivato. E poi ho pensato a Roberto, medico prima di tutto, che risponde alla chiamata del suo comune e si fa avanti con coraggio.
C’è sicuramente la parola orgoglio in questa storia di vicinato. Quella che lui rappresenta per molte persone. Prima di tutto per la sua mamma Renata, che è stata operaia, sindacalista e poi assessora ai servizi sociali del nostro comune. A lei ho pensato. Al fatto che alla classe operaia nessuno ha mai regalato nulla e se il figlio di un’operaia diventa dottore e nella fattispecie medico (un medico che aiuta gli altri senza un tornaconto) allora il cerchio si chiude. E significa che le lotte non sono solo un ricordo di altri tempi. Ma vivono negli occhi e nelle giornate di Roberto e di tanti come lui. E come me.
Alla Renata, alle nostre madri e ai nostri padri che ci hanno insegnato con semplicità che essere qualcosa vale più di avere qualcosa, riservo tutta una speciale gratitudine. E l’orgoglio della nostra storia, quella della sinistra cormanese (non è strumentalizzazione ma realtà), del solidarismo e della cooperazione, linfa vitale che pulsa forte anche nella città di oggi, attraverso le associazioni, l’impegno di tanti, le molteplici risposte ai bisogni collettivi e individuali dei più fragili. Non è un caso che la giunta di centrodestra, attualmente al governo della città, non abbia torto un capello all’impianto del welfare costruito dalla sinistra in tanti anni di onesto lavoro.

I vent’anni non tornano

La fila cinge tutto il perimetro esterno del supermercato. E’ una fila composta, silenziosa, rispettosa delle distanze. Abbiamo tutti la mascherina, stiamo in silenzio, con pazienza. Una persona-un carrello. Tutto secondo le prescrizioni in vigore, senza smagliature. Andando a fare la spesa (una volta ogni quindici giorni) ho sempre il timore di assistere a qualche tensione, ad episodi irrazionali o roba del genere.
Ma tutto si svolge nella massima tranquillità, se non fosse che, prima del virus, il fare la spesa era per me un momento che potevo inserire tra quelli piacevoli mentre adesso è motivo di stress. Mi angoscia questa fila silenziosa, la sua compostezza emergenziale, la paura che la blocca, la disumanizza. Anche la primavera con il suo tepore mattutino è una scenografia immobile, congelata e tetra.
In giro non c’è nessuno. Passo in auto dal centro del paese per tornare a casa e noto solo una fila davanti alla farmacia. Non ci sono persone a zonzo, né anziani sulle panchine. Non ci sono i giovani, i ragazzi e le ragazze. Un mese fa ne avevo visti alcuni starsene a fumare e ridere nel parchetto vicino a casa. Mi ero permesso di suggerire loro di rispettare i divieti e avevano ridacchiato e subito dopo chiesto scusa. Poi si erano dispersi. Mi ero subito pentito di averli in qualche modo rimproverati, anche se era necessario stare a casa.
Sono loro quelli che forse hanno sofferto di più la clausura di queste settimane. Non è il caso di fare la classifica di quale categoria sociale sia più a disagio in questa situazione. Ma i giovani mi hanno meravigliato. Sono stati disciplinati oltre ogni previsione, stanno affrontando con tranquilla determinazione la loro quarantena. Molti di loro hanno aderito alla catena infinita della solidarietà ad ogni livello.
Sono certamente favoriti dalla loro dimensione digitale che li aiuta a vivere con maggiore spigliatezza le relazioni social senza spostarsi da casa. Ma è a loro che il virus sta rubando i momenti più belli della vita. Intendiamoci la vita è bella dall’inizio alla fine. Ma chi di noi non ricorda con affetto i giorni della propria prova di maturità? L’esordio carico di passioni e aspettative nel mondo degli adulti e il desiderio di amare, viaggiare, progettare, vivere.
E’ enorme la privazione a cui questa generazione è momentaneamente sottoposta. Perché i vent’anni non tornano. Il tempo è prezioso e mai come in questa fase ce ne siamo accorti. Torneremo a godercelo e i giovani torneranno prima o poi a fare i giovani e anche a fare casino. Dovrò tenerlo a mente quando sotto casa, a tarda notte, sentirò di nuovo i loro schiamazzi. Gli stessi che mi toglievano il sonno.