Si vergognavano del fascismo

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Mi mancano i nonni. Del duce non si poteva parlare in casa loro, al solo nominarlo sentivano i brividi addosso, forse non si spiegavano come avessero potuto trascorrere una parte delle loro vite in un regime così cialtrone e considerarlo normale. Forse se ne vergognavano.

Avevano sentito l’odore dei fiati alcolici delle SS che rastrellavano nel centro di Milano e non potevano scordarlo. Avevano accuratamente camminato per le loro strade evitando di incrociare lo sguardo di qualche camicia nera della “Muti”, imbrillantinata e barcollante da sbronza ma pronta a dar manganellate a destra e a manca. Non erano né ebrei, né comunisti, né partigiani i miei nonni. Erano dei giovani proletari, cercavano di mimetizzarsi, di far passare la lunga notte.

Dopo la guerra, fino alla fine dei loro giorni, riempivano la tavola di cibi proteici ogni volta che potevano, forse per scacciare via i fantasmi della fame. Era una festa andare a casa loro, ma la paura che tutto l’orrore potesse tornare la sporcava almeno un pochino. Sempre.

Mi manca quella sensazione di stabilità precaria che riuscivano a trasmettere. La loro normalità mai data per scontata. La loro stessa esistenza stava a testimoniare che la storia non era per nulla un fotogramma in bianco e nero. Una manciata di anni prima schivavano camicie nere, SS e bombe ed ora riempivano le tavola di doppie razioni di cibo.

Ma bastava un niente per riportali con la testa al sibilo dei siluri in picchiata, a quella voce di megafono che ripeteva “milanesi sfollate”. Al ricordo di quel pavimento dell’appartamento, in zona Ticinese, pericolosamente inclinato dopo che una bomba aveva sventrato il palazzo accanto. E allora la nonna riprendeva a raccontare. Mi manca non sentire più, da qualche anno ormai, quella voce narrante così ancora impaurita. Sarà per la forza di quei racconti che anche a me è venuta una gran paura del fascismo.

Che era iniziato come una festa per lei. Le piaceva la divisa da giovana italiana, che però il padre socialista le impediva di indossare. Aveva trascorso l’infanzia invidiando le compagne di classe, conformi. Le piacevano le parate, le adunate, le marcette, le canzonette dei balilla. Facevano festa. Ma era solo una bambina e poi da ragazza erano arrivate la guerra e la paura. Non aveva conosciuto partigiani coraggiosi ma solo un mondo di persone umili, nascoste, piegate dalla fame. E tutto quello che aveva vissuto temeva potesse tornare da un momento all’altro. Provava vergogna per come si era ridotta l’Italia. Perché il fascismo era prima di tutto una vergogna.

Ecco perché provo vergogna per il fascismo, la sua apologia, la superficialità di chi lo evoca con leggerezza o lo ricorda con rimpianto. Vorrei che quel senso di precarietà della democrazia fosse trasmesso alle giovani generazioni e che il fascismo fosse considerato un male intollerabile. Come ciò che è stato per davvero: una vergogna infinita.

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